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A PROPOSITO DEL BICENTENARIO

DELL'INDIPENDENZA DEL PARAGUAY

E DEL CENTOCINQUANTESIMO ANNIVERSARIO

DELL'UNITÀ D'ITALIA


Il bicentenario dell'indipendenza del Paraguay ci chiama come discepoli del Signore a riflettere su questo avvenimento.

In un'antica narrazione apologetica sulla vita dei primi cristiani, indirizzata a un certo Diogneto e redatta ad Atene, nel II secolo, leggiamo queste parole: "I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. ... Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite e con la loro vita superano le leggi. ... Facendo del bene vengono puniti come malfattori".

Una doppia appartenenza

Questo testo è fondamentale per comprendere il contributo che dobbiamo dare affinché questo avvenimento sia illuminato dalla luce che proviene dalla nostra fede cristiana e possa costituire non una celebrazione rituale di ripetizioni acritiche di slogan, ma un momento di profonda purificazione della nostra memoria, in vista di una reale e non solo formale indipendenza del Paraguay e dei suoi cittadini.

Individuiamo il passaggio fondamentale della lettera a Diogneto in queste parole: "I cristiani vivono nella loro patria, ma come forestieri". Ciò vuol dire che allo stesso tempo siamo e non siamo cittadini di questa patria.

Lo siamo perché la nostra fede ci invita ad amare questa terra come un qualcosa di nostro, qualcosa che ci appartiene, e siamo chiamati ad arricchirla e a liberarla da ogni schiavitù. Allo stesso tempo, però, non lo siamo perché, come dice san Paolo nella lettera ai Filippesi: "La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo" (Fil 3, 20).

Questa doppia appartenenza - alla patria terrena e alla celeste - crea ciò che il teologo tedesco Johann Baptist Metz chiama "riserva escatologica". Con questa espressione allude alla relazione dialettica che esiste tra le promesse di Dio e la realtà storica. Ogni realizzazione intramondana è provvisoria; nessun risultato politico, sociale o economico è sic et simpliciter "il Regno di Dio".

La riserva escatologica permette di liberarci da una celebrazione meramente commemorativa, che si riduce a ciò che Adriano Irala Burgos, in un articolo su "La epistemologia della storia in Paraguay", chiamava "il mito dell'eterno ritorno".

Quando si parla in maniera mitica

Nel mito dell'eterno ritorno l'esistenza di un popolo trova il suo centro nel ritorno all'età dell'oro. Il mito supplisce alla vera storia e si trasforma nella storia vera, intrisa di sacralità, esemplare e significativa. I popoli che si compiacciono nel mito dell'eterno ritorno non sono il soggetto di nessuna storia reale. Altri la fanno per loro, mentre essi si illudono nel ricordo mitico del loro passato reale o fittizio. Quando non si accetta la complessa e multiforme contraddizione insita in ogni fatto storico reale, le sue opposizioni e le sue sintesi, si cade nell'inganno dell'autoelogio con grande facilità e si pratica il narcisismo di credersi l'ombelico dell'universo. Il ventaglio delle possibilità delle libere opzioni svanisce, perché la fedeltà al paradigma mitologico relega il fatto storico all'oblio più assoluto e lo identifica con il tradimento[1].

Questo rischio ci chiama a riflettere su tutta la retorica delle celebrazioni del bicentenario.

Sarebbe meglio e più interessante, applicando il principio della riserva escatologica, interpretare gli avvenimenti dell'indipendenza non in maniera acritica e trionfalista, ma con una capacità di purificazione della memoria, tornando alla distinzione tra memoria letterale e memoria esemplare, introdotta da Tzvetan Todorov.

Tzvetan TodorovPer Todorov nella memoria letterale l'avvenimento è preservato nella sua letteralità, rimane un fatto intransitivo che non conduce a nessun punto al di là di se stesso. Al contrario, nella memoria esemplare, senza negare la singolarità dell'avvenimento stesso, decido di utilizzarlo come una istanza tra le altre d'una categoria più generale e me ne servo come d'un modello per comprendere situazioni nuove, con persone differenti: il passato diviene pertanto principio d'azione per il presente[2].

Quando adottiamo il criterio della memoria esemplare, liberiamo l'avvenimento del bicentenario dell'indipendenza dalla visione del mito dell'eterno ritorno, al fine di utilizzare il passato come modello per comprendere nuove situazioni. Troviamo, così, in questo avvenimento un principio per agire nel presente.

Tuttavia, il parlare acriticamente degli avvenimenti dell'indipendenza in una maniera mitica, che sostituisce la storia reale, o come ritorno all'età dell'oro, denota la mancanza di comprensione di questi ultimi due secoli di vita del Paese e l'incapacità di un processo di uscita dalla dipendenza.

Senza quest'analisi critica, si passerebbe da una forma di dipendenza all'altra e il tanto ostentato "cambiamento" non sarebbe altro - come si constata attualmente - che un'operazione del tipo di quella descritta nel famoso romanzo italiano Il Gattopardo, per cui si cambia qualcosa affinché non cambi niente. In questo caso, il meccanismo di profonda dipendenza passerebbe di mano, ma persisterebbero la dipendenza, la mancanza di libertà e di autodeterminazione di un popolo.

Di quale indipendenza parliamo?

In proposito è molto pertinente quanto ha scritto padre Bartomeu Melià: "I grandi personaggi dei primi tempi sono, pochi anni dopo, poveri disgraziati che finiscono in carcere. Perché Fulgencio Yegros, che fuFulgencio Yegros, Vicente Ignacio Iturbe, Fernando de la Mora y Pedro Juan Caballero console insieme al dottor Francia, fu da lui fatto giustiziare nel 1821? Perché Pedro Juan Caballero fu indotto al suicidio nella sua cella di prigione, sempre nel 1821? Perché Vicente Ignacio Iturbe, incarcerato fino al 1837, fu fucilato per ordine dello stesso Francia? Anche Fernando de la Mora rimase in carcere fino alla sua morte nel 1835. Francisco Javier Bogarín entrò nell'anonimato, senza che si sappia neanche l'anno della sua morte. Presentare un'indipendenza del Paraguay nella quale le dittature 'necessarie' di Francia e di López vengono definite elementi positivi, come si faceva durante gli anni della terribile dittatura di Alfredo Stroessner, complica ancor più il quadro"[3].

I cristiani, in forza del principio teologico della riserva escatologica, per cui ogni realizzazione intramondana è provvisoria, dovrebbero celebrare l'avvenimento del bicentenario dell'indipendenza nonJosé Gaspar Rodríguez de Francia livellandosi su manifestazioni acritiche nelle quali il pensiero unico e ripetitivo annulla l'indipendenza del soggetto pensante, libero e non massificato, ma mostrando in se stessi cosa voglia dire autenticamente essere liberi e indipendenti. Libertà e indipendenza sono parti integranti dei diritti umani.

"La fonte ultima dei diritti umani non si situa nella mera volontà degli esseri umani, nella realtà dello Stato, nei poteri pubblici, ma nell'uomo stesso e in Dio suo Creatore. Tali diritti sono universali, inviolabili, inalienabili. Universali, perché sono presenti in tutti gli esseri umani, senza eccezione alcuna di tempo, di luogo e di soggetti. Inviolabili, in quanto inerenti alla persona umana e alla sua dignità e perché sarebbe vano proclamare i diritti, se al tempo stesso non si compisse ogni sforzo affinché sia doverosamente assicurato il loro rispetto da parte di tutti, ovunque e nei confronti di chiunque. Inalienabili, in quanto nessuno può legittimamente privare di questi diritti un suo simile, chiunque egli sia, perché ciò significherebbe fare violenza alla sua natura"[4].

"Il campo dei diritti dell'uomo si è allargato ai diritti dei popoli e delle Nazioni: infatti, quanto è vero per l'uomo è vero anche per i popoli. Il Magistero ricorda che il diritto internazionale poggia sul principio dell'eguale rispetto degli Stati, del diritto all'autodeterminazione di ciascun popolo e della libera cooperazione in vista del superiore bene comune dell'umanità"[5].

La celebrazione del bicentenario vissuta come kairós di Dio

In questo senso, i cristiani non solo non si oppongono alla celebrazione del bicentenario dell'indipendenza del Paese, ma la considerano un kairós, un tempo favorevole della grazia del Signore per impegnarsi nella donazione di se stessi, affinché questo avvenimento storico e transitorio si avvicini il più possibile a quella indipendenza e libertà che troveremo nella loro piena realizzazione solo nell'ultima e definitiva venuta del Regno di Dio.

In forza di quanto abbiamo detto, il processo storico di avvicinamento a questa piena e definitiva realizzazione richiede un cambiamento personale e un rinnovamento interiore a cominciare da ognuno di noi.

Le strutture di peccato "si radicano nel peccato personale e, quindi, sono sempre collegate ad atti concreti delle persone, che le originano, le consolidano e le rendono difficili da rimuovere. E così esse si rafforzano, si diffondono, diventano sorgente di altri peccati e condizionano la condotta degli uomini. Si tratta di condizionamenti e ostacoli, che durano molto di più delle azioni compiute nel breve arco della vita di un individuo e che interferiscono anche nel processo dello sviluppo dei popoli, il cui ritardo o la cui lentezza vanno giudicati anche sotto questo aspetto. Le azioni e gli atteggiamenti opposti alla volontà di Dio e al bene del prossimo e le strutture che essi inducono sembrano oggi soprattutto due: da una parte, la brama esclusiva del profitto e, dall'altra, la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà. A ciascuno di questi atteggiamenti si può aggiungere, per caratterizzarli meglio, l'espressione: a qualsiasi prezzo"[6].

Non esiste errore più grande che pensare all'indipendenza come a un atto fissato una volta per sempre, e non come a un processo che si sviluppa nel tempo.

fefefe

Cinquant'anni dopo gli avvenimenti del maggio 1811, il 17 marzo 1861, un altro Paese in un altro continente, l'Italia, dichiarava solennemente la sua unità e indipendenza dallo straniero.

Si era risolto ogni problema?

Era solo iniziata una lunga evoluzione che ancora continua. Cinque anni dopo quella dichiarazione, così si espresse un grande patriota italiano, Massimo d'Azeglio: "L'Italia da circa mezzo secolo s'agita, siMassimo d’Azeglio travaglia per divenire un sol popolo e farsi nazione. Ha riacquistato il suo territorio in gran parte. La lotta collo straniero è portata a buon porto, ma non è questa la difficoltà maggiore. La maggiore, la vera, quella che mantiene tutto incerto, tutto in forse è la lotta interna. I più pericolosi nemici dell'Italia non sono i Tedeschi, sono gli Italiani. E perché? Per la ragione che gl'Italiani hanno voluto fare un'Italia nuova, e loro rimanere gl'Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; perché pensano a riformare l'Italia, e nessuno s'accorge che per riuscirci bisogna, prima, che si riformino loro. ... Il primo bisogno d'Italia è che si formino Italiani che sappiano adempiere al loro dovere, quindi che si formino alti e forti caratteri"[7].

Penso che lo stesso problema, posto da Massimo d'Azeglio allora, si presenti anche attualmente in Italia e sia ugualmente il problema del Paraguay di oggi.

Al di là di qualsiasi celebrazione commemorativa, la prima necessità del Paraguay e dell'Italia è che si formino cittadini che siano in grado di compiere il loro dovere.

Se nel corpo della nazione i cittadini continuano a essere dipendenti e sperano che tutto cada dall'alto, dalle mani del primo messia salvatore che promette la realizzazione del sogno di un'autentica libertà e indipendenza, allora al fondo tutto procederà come prima e a una forma di dipendenza ne subentrerà un'altra, nuova nella forma ma sostanzialmente vecchia e ripetitiva nel contenuto essenziale.

Emilio Grasso



[1] Cfr. A. Irala Burgos, La epistemología de la historia en el Paraguay, in "Estudios Paraguayos" 3/2 (1975) 139-145.
[2] Cfr. T. Todorov, Les abus de la mémoire, Arléa, Paris 1995.
[3] B. Melià, La independencia paraguaya, experiencia de vida, in "Acción" n. 311 (2011) 16.
[4] Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 153.
[5] Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 157.
[6] Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 119.
[7] Cfr. E. Gentile, Italiani senza padri. Intervista sul Risorgimento. A cura di S. Fiori, Laterza, Roma-Bari 2011, 38.


09/05/2011

 
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