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ALL'INIZIO DELLA QUARESIMA


 

Mercoledì delle Ceneri, nella tradizionale omelia d'inizio del Tempo di Quaresima, Benedetto XVI ha pronunziato le seguenti parole: "La salvezza, infatti, è dono, è grazia di Dio, ma per avere effetto nella mia esistenza richiede il mio assenso, un'accoglienza dimostrata nei fatti, cioè nella volontà di vivere come Gesù, di camminare dietro a Lui. Seguire Gesù nel deserto quaresimale è dunque condizione necessaria per partecipare alla sua Pasqua, al suo 'esodo'. Adamo fu cacciato dal Paradiso terrestre, simbolo della comunione con Dio; ora, per ritornare a questa comunione e dunque alla vera vita, la vita eterna, bisogna attraversare il deserto, la prova della fede. Non da soli, ma con Gesù! Lui - come sempre - ci ha preceduto e ha già vinto il combattimento contro lo spirito del male. Ecco il senso della Quaresima, tempo liturgico che ogni anno ci invita a rinnovare la scelta di seguire Cristo sulla via dell'umiltà per partecipare alla sua vittoria sul peccato e sulla morte".

Ci sembra opportuno, in questa occasione, riproporre un testo scritto da don Emilio Grasso e pubblicato nella sua tesi di dottorato[1].

Per comodità del lettore abbiamo tralasciato tutte le note che sono presenti nell'apparato critico.



Nella visione antropologica del Barsotti, l'ascesi è "accidentalmente" necessaria. Essa si rende necessaria poiché nell'ordine storico il peccato di Adamo ha compromesso l'armonia e l'unità delle origini dividendo l'uomo in se stesso.

L'ascesi è precisamente la riconquista dell'immagine ottenebrata nel peccato. Tutto il cammino dell'anima è il ritorno alla purità primitiva, affinché l'uomo possa vedere Dio riflesso nella mente pura.

L'ascesi cristiana si pone, dunque, come ritorno al Paradiso di Dio. L'uomo ritornerà nell'Eden quando vedrà Dio nuovamente, quando tutte le cose ritorneranno ad essere per lui un simbolo sacro, un segno della sua presenza. Ora la creazione con il peccato è diventata opaca, non è più segno e sacramento continuo della presenza di Dio.

Dopo il peccato di Adamo v'è stata come una fuga di Dio dalla terra maledetta che è divenuta l'abitazione dell'uomo. Dio ha disertato la terra. Solo nel tempio di Gerusalemme Egli dimora durevolmente.

Il ritorno al Paradiso perduto

Nel peccato di Adamo, Barsotti pone la distinzione tra sacro e profano. Tutto era prima sacro e da questa atmosfera di sacralità l'uomo precipitò nel profano. Ritornare al sacro vuol dire fare ritorno al Paradiso perduto. Ma, come per Israele nel suo cammino dall'Egitto alla terra promessa attraverso il deserto, questo ritorno non è un uscire dal mondo. Richiede la lotta dell'anima contro le potenze, il combattimento. Di qui il senso dell'ascesi come combattimento e lotta per raggiungere la terra promessa.

L'ascesi come ritorno al Paradiso perduto è un tema caro allo Stolz cui in proposito Barsotti accenna nelle sue opere.

Per Anselmo Stolz, "il Paradiso, luogo di delizie per i nostri progenitori, anche se poi perduto a causa del peccato, rimane sempre la nostra patria. Qui come a seconda meta dopo Dio si dirigono le aspirazioni dell'asceta. Ritornando così al Paradiso e al suo Signore egli avrà pieno diritto di cittadinanza nella sua patria, come una volta. Il mondo di quaggiù è per lui come un esilio".

Barsotti riprende il tema caro allo Stolz, ma aggiunge che "l'uomo è in viaggio perché fuori della sua casa e la sua casa è in qualche modo impossibile ad essere raggiunta".

Ora questa impossibilità a raggiungere la casa determina la vanità dello sforzo ascetico. Il risanamento dell'uomo non è opera dell'ascesi e neanche della morale, ma soltanto opera della grazia. L'ascesi è soltanto conseguenza della grazia.

Questa grazia ci viene donata nel battesimo. Nel suo peccato Adamo aveva perso il vestimento di gloria ed era stato ridotto allo stato profano. Espulso dal Paradiso, dimora di Dio, è entrato nell'ambiente profano, miserabile. Il rito del battesimo simbolizzerà il ritorno allo stato paradisiaco per mezzo della tunica battesimale, vestimento paradisiaco, simbolo del ritorno a questo stato.

Il fatto che il ritorno al Paradiso perduto coincide col battesimo sta a dirci che la storia non è solo un ritorno al Paradiso perduto e che l'uomo non è al termine un nuovo Adamo simile al primo. Il Nuovo Adamo è il Figlio stesso di Dio. Nell'Incarnazione del Verbo, l'uomo non ritorna soltanto alla purità primitiva, ma oltre a riconquistare l'immagine ha accesso alla somiglianza.

In Cristo l'uomo acquista la possibilità non più di contemplare Dio come riflesso nell'immagine, ma di contemplarlo con gli occhi stessi del Verbo, del Figlio di Dio.

Non si tratta, dunque, di ritornare al Paradiso, ma di diventare il Paradiso cercato. Il ritorno al Paradiso, per il cristianesimo, non riporta dunque l'uomo indietro nel tempo, in una antichissima età primordiale. In questo il cristianesimo presenta la sua originalità di fronte alle concezioni cicliche dei miti dell'eterno ritorno.

Relazione fra ascesi e grazia

Perché allora l'ascesi? Essa non è capace di donarci la grazia, di riportarci al Paradiso perduto. D'altro canto, a maggior ragione, una volta che il Paradiso c'è riaperto per grazia, perché l'ascesi?

Anche qui Barsotti, attraverso il de Lubac, segue Origene.

Risale principalmente ad Origene, nella sua formulazione esplicita, l'idea della lotta intima nelleOrigene dimensioni del mondo. Per lui, ogni vittoria che il più umile dei cristiani riporta invisibilmente su se stesso è un colpo inferto al vero Nabucodonosor, al grande principe degli Assiri e a quelli che lo servono. Ognuna di esse contribuisce alla grande vittoria che la Chiesa di Cristo ha la sicurezza di riportare contro il nemico comune. Ognuna è un passo avanti nello stabilimento del regno di Cristo e nel cammino verso l'unità. Certamente, già dalla nascita di Gesù, le Potenze sono state indebolite, nella confutazione della loro magia e la dissoluzione del loro operato; già dal giorno della sua passione sono state spogliate e invisibilmente crocifisse. Ma ciò che fu fatto complessivamente una volta per tutte deve ora compiersi in particolare per ognuno di noi e da ciascuno di noi.

Ne I Principi (lib. III, cap. 6, 1), Origene mette fortemente l'accento sullo sforzo personale, ma egli è ben lontano dal passare sotto silenzio l'azione della grazia alla quale lui dona lo stesso primo posto.

Alcuni testi di Origene mettono nell'imitazione di Dio la via del progresso spirituale, il passaggio dall'immagine alla somiglianza, imitazione che è il risultato della propria attività dell'uomo e dipende dalla sua libertà.

Origene insiste che la somiglianza sarà ottenuta per l'intercessione di Cristo. Il Cristo dona lui stesso la partecipazione alla Verità, alla sua divinità, alla sua filiazione. La venuta del Logos nell'anima ci fa Dio.

L'uomo deve collaborare all'opera redentrice del Cristo mortificando le opere della carne per portare l'immagine del Celeste, dominare la carne e sottomettere l'orgoglio, donarsi a Dio, aprirsi a Cristo. Origene indica anzitutto come mezzo di questa collaborazione alla grazia l'osservanza dei comandamenti, la pratica della carità anche verso i nemici, lo studio delle scritture.

Ritorna la concezione d'una antropologia fortemente dinamica in cui dall'immagine bisogna ascendere alla somiglianza. E si vede l'importanza che ha per l'ascesi la divisione tricotomica d'Origene: corpo-anima-spirito.

L'anima è disputata tra lo spirito e la carne, sollecitata dagli angeli buoni e cattivi, invitata a divenire la sposa di Cristo o a prostituirsi al demonio, a essere adottata da Dio o generata da Satana. Il combattimento s'insinua nel cuore stesso dell'anima, luogo della lotta e campo chiuso, poiché alla parte superiore (il nôus), un'altra è stata aggiunta dopo la caduta e la tira verso la carne. Questo nôus è l'organo della virtù e della conoscenza: occhio dell'anima, lampada del corpo, esso deve irradiare questa luce nelle tenebre della zona inferiore, in luogo di lasciarsi invadere dall'oscurità che proviene da essa. Deve dunque liberarsi dalle opere della carne.

L'immagine riconquistata porta l'uomo all'ascesi, in un combattimento spirituale per ascendere verso la somiglianza.

Dialettica fra Chiesa e Regno

Ma il Paradiso ritrovato non è solo l'immagine. "La Chiesa è il Paradiso terrestre che ha aperto di nuovo le porte per te onde tu possa dimorarvi fintanto che Dio non ti chiamerà da questo Paradiso al Regno dei Cieli".

In questo vedere la Chiesa come il Paradiso, Barsotti segue i Padri che a cominciare da Ippolito videro il giardino piantato nell'Eden come figura e modello del vero giardino.

Alla dialettica immagine-somiglianza, Barsotti aggiunge quella fra Chiesa e Regno; ma rimane identica l'esigenza dell'ascesi come opera dell'uomo nel raggiungimento del fine. V'è una dialettica fra ciò che c'è dato e ciò che è da conquistare, fra la struttura portante il Regno e il Regno stesso, fra la grazia e la libertà di conquistare quello che la grazia ci ha già donato.

La positività del dono non esclude anzi fonda il combattimento.

Il Regno non è la Chiesa. Il Regno di Dio appare come una realtà vivente, dinamica, che non può essere chiusa in categorie troppo rigide. Esso viene con Gesù, in Lui e per Lui. Il Regno ha il suo mistero che si rivela in Gesù e grazie a Gesù, ma esso trasforma già colui che entra a farne parte.

Da questo Paradiso al Regno, dalla Chiesa a Gesù. Ma questo passaggio richiede l'ascesi fino alla morte. Ecco perché l'ascesi sin dal principio è interpretata nella prospettiva del martirio. Tentazioni, spoliazione, solitudine o vita comune, obbedienza, la stessa preghiera, tutto può e deve essere materia per dare il proprio sangue.

Senza la morte l'uomo non giunge al termine del suo viaggio, non ascende fino alla somiglianza, non entra nel Regno dei Cieli.

Ma l'ascesi fino alla morte, il distacco nel quotidiano martirio, è possibile ed efficace perché è sempre Cristo vivente nell'uomo che combatte contro il Maligno che ancora ha sull'uomo qualche potere.

Ma la rinuncia viene perché già si è visto, perché già si è incontrato Cristo. Nella vita cristiana l'elemento positivo precede sempre l'elemento negativo: così la rinuncia è il segno e la misura di una presenza di Dio. La rinuncia è determinata solo da un amore che cresce, dall'amore di Dio che cresce in noi, cosicché per tutta la nostra vita in Lui si raccoglie.

Barsotti reagisce così ad un tipo di ascesi manichea, o ad una ascesi finalizzata solo a scopi d'ordineDivo Barsotti pratico. Al centro v'è sempre la relazione. Sempre presente è la domanda: Per chi?

Senza dubbio l'ascesi cristiana è altra cosa che pura ginnastica. Più volte Barsotti ripeterà che l'ascesi è determinata dalla mistica.

Essa è una ricerca di Dio con Dio. D'altro canto si crede fermamente all'efficacia di questa collaborazione del divino e dell'umano.

Si può dire, pertanto, che l'unione ascesi-mistica non è nient'altro che il fondamento dottrinale della vocazione del battezzato portata au maximum d'urgence.

Emilio Grasso



[1] Cfr. E. Grasso, Fondamenti di una spiritualità missionaria. Secondo le opere di Don Divo Barsotti, Università Gregoriana Editrice (Documenta Missionalia 20), Roma 1986, 83-88.

19/02/2010

 
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Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis. Realtà ecclesiale fondata a Roma da don Emilio Grasso alla fine degli anni '60