Anche la società civile si attende l'"annuncio"
A margine di due giornate missionarie
Mi hanno fatto riflettere alcune impressioni manifestate da un giovane amministratore locale di un comune della provincia di Reggio Emilia, che ho incontrato. Le riporto così come le ho colte. A suo parere, troppi cristiani appaiono aver perso la loro forza d'attacco, quella voglia positiva di affermare le loro idee nella società, cosa che, invece, dovrebbe quasi caratterizzarli: ciò che, anche per chi la osserva da fuori, si dovrebbe chiamare "missione". Pure sul piano del dialogo tra Stato e Chiesa, avere dinnanzi un'istituzione (nelle sue varie forme ecclesiali), con una propria identità e una sua chiara prerogativa, è un aiuto per chi si vuole relazionare con essa, non è per nulla un intralcio, al contrario.
Difficile dargli torto. Tra l'altro, di quest'ultimo punto abbiamo parlato molto sul nostro sito: ciò dimostra che quanto si è affermato a proposito di quello che sta accadendo nelle vicende politiche del Paraguay può aiutare anche chi opera in Italia.
La persona incontrata ci fa capire che della missione sente la mancanza anche la società civile.
Mi fermo su queste poche ma significative battute, avvenute a margine di due giornate missionarie organizzate dalle parrocchie di Cadiroggio e Villalunga (RE), su iniziativa del loro gruppo missionario, di cui parleremo sul nostro giornale "Missione Redemptor hominis".
Oltre ad essere manifestazione di un'amicizia sincera che le persone, con un lavoro enorme ed intelligente, hanno dimostrato verso la Comunità Redemptor hominis, in un legame che dura ormai da molti anni, le giornate sono state l'occasione per cercare di riflettere sulla missione del cristiano, confrontandoci con l'azione pastorale che si porta avanti ad Ypacaraí (Paraguay).
Aprendo "il libro della missione", come ci spinge a fare il nostro Vescovo, mons. Adriano Caprioli, nella sua ultima lettera alla diocesi di Reggio Emilia-Guastalla[1], abbiamo visto l'importanza di formare cristiani maturi e consapevoli del ruolo da giocare nella società.
Quanto detto all'inizio sta a dimostrare la necessità di non fermarci nel nostro cammino.
Sono tanti i documenti della Chiesa, anche italiana, che chiamano la parrocchia a diventare missionaria e in cui si insiste affinché essa sia davvero uno dei luoghi più adatti per formarsi e per "partire", rinnovando il suo legame sul territorio, il suo ruolo di porta spalancata sulla piazza della città e di vera "fontana del villaggio", come la chiamava Giovanni XXIII, se si intende con tale espressione di divenire autentica fonte di senso.
Occorre ritrovare l'orgoglio della nostra fede e metterci al lavoro per creare non solo luoghi "ricreativi" di incontro, ma luoghi dove si sia capaci di andare ai nuclei centrali dell'esistenza umana. Dare le ragioni della speranza cristiana agli uomini di oggi non è compito facile, ma è ciò a cui dobbiamo prepararci. Per questo Benedetto XVI insiste tanto sulla "razionalità" della nostra fede, per essere capaci di un dialogo con gli altri sul terreno della ragione.
Il nostro farci troppo simili al "mondo", alle sue logiche, ai suoi mega-raduni e concerti (e finanche alle sue sfilate di moda), ci troverà pronti a saper rispondere alla domanda di senso che ancora esiste o che addirittura dovremmo far nascere?
Infatti, la questione che ci porranno coloro che incroceremo, in fondo, sarà sempre la stessa: "Perché credi e a chi?". Come cristiani sapremo rispondere? Queste giornate missionarie e chi abbiamo incontrato ce lo hanno ricordato in vari modi, stimolandoci a riflettere.
Mariangela Mammi
04/06/08
[1] Chiesa missionaria. Una eredità per il futuro.
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