a Natale facciamo tutti finta d'essere più buoni. Generalmente ci scambiamo dei doni e delle lettere e qualche volta ci ricordiamo anche che esiste qualcuno che è un po' più solo di noi ed allora il nostro cuore si commuove e magari lo invitiamo anche a pranzo. E così io oggi ho pensato a te, alla tua solitudine, alla maschera ed al trucco che ti deformano, alla parte che devi giocare, a te che fai ridere tutti, che a tutti doni sempre qualche momento di felicità e che magari piangi nella solitudine d'un cuore che nessuno riesce a comprendere.
Ma più che a te io oggi penso a colui che sulla scena dello spettacolo all'inizio non c'era e poi è entrato, ed ora ti accompagna, fa con te coppia ed è lui il vero protagonista della storia.
Perché, vedi caro Clown, il vero protagonista della scena non sei tu che pure porti abiti sontuosi e sembri essere colui che sta al centro del proscenio.
Tu devi sapere, caro Clown, che fino al 1865 vigeva in Francia un privilegio che portava con sé un'interdizione. Il privilegio era che solo il dramma e la commedia, di cui i grandi teatri avevano l'esclusiva, potevano essere arricchiti dal dialogo. Mentre nel circo v'era proibizione di parola. Ed allora tu, povero Clown, non potendo nulla esprimere, potevi solo ricorrere a delle pantomime o al massimo, per divertire gli spettatori, parlare fra i denti, ridere e schiamazzare, declamando i tuoi soliloqui in una lingua straniera ed ancor più incomprensibile perché tu la storpiavi esagerando gli accenti ed intramezzandola con le tue papere e le tue omofonie.
Ma quando fu decretata dall'alto la libertà per tutti i teatri, tu, ormai, vecchio Clown, avevi perso l'uso della parola.
Chi allora poteva aiutarti? Chi poteva ancora lasciarti sul proscenio?
Tu sai bene, caro Clown, tu lo sai meglio di me che da soli non si esce da una situazione. E se uno, superbo, vuole uscirne da solo, non è che vien fuori dalla situazione, ma semplicemente esce dalla storia e definitivamente scompare.
E fu proprio allora, quando tu riacquistasti la parola, che cominciasti a declinare. Ma tu, vecchio Clown, non potevi morire. Tu fosti umile ed accettasti che accanto a te nascesse un nuovo personaggio. In gergo lo chiamavano "Augusto".
Il suo costume miserabile contrastava con il tuo abito tutto ricamato e ornato. Spavaldo e baldanzoso non aveva bisogno di abiti variegati. Augusto con la stravaganza del suo costume, con il ridicolo della sua figura, con il gusto dell'esagerazione scuoteva il sogno e la fantasia.
Con Augusto l'u-topico diventa topico; l'ideale, il sogno, l'aspirazione che non può attuarsi praticamente diventano realtà. Ciò che non è luogo diventa luogo, spazio ove si realizza il progetto che così non è più solo sognato, ma è speranza che spera.
Con Augusto è la realtà che entra in pista, egli è il povero tapino oggetto di tutti gli scherzi più crudeli, di tutti i soprusi, di tutte le ingiustizie, di tutti gli affronti, di tutte le cattiverie. Con Augusto sono gli zwarte Piet che entrano in scena e con lui gli idioti del villaggio, i buffoni di corte, i vagabondi che si scacciano, i barboni dal comportamento strano, gli ubriaconi allegri, tutti quei diversi che non si accettano perché costituiscono la rottura d'un equilibrio e d'un ordine stabilito.
Augusto è l'intruso non previsto, il guastafeste non invitato, il perturbatore di tradizioni e leggi consolidate.
Ma, come nel circo così nel teatro della vita, sarà Augusto, questo personaggio ingenuo, ingannato, battuto, mille volte imbrogliato che alla fine salverà te Clown e la tua possibilità di non scomparire. Perché, tu lo voglia o no, caro vecchio Clown, tu eri destinato ad irrimediabilmente scomparire se Augusto non fosse venuto in tuo soccorso.
La tua grandezza è stata nell'umiltà di accettare che un altro personaggio sorgesse accanto a te, un'altra realtà irrompesse sul palcoscenico, un altro protagonista si facesse largo e desse senso a tutta la storia.
La tua grandezza è stata l'umiltà, il saper tirarti da parte per fare posto al nuovo che irrompeva. E la grandezza di Augusto è stata la sua cocciuta meraviglia.
Ogni volta che veniva deriso e battuto, lo si ritrovava sempre lì... eternamente meravigliato. Perché Augusto non ha mai accettato di non essere anche lui, il più ingombrante dei personaggi, un uomo ricco di sentimento che sa ridere e piangere e profondamente ribellarsi ad ogni sopruso.
In questa cocciuta eterna meraviglia di fronte ad ogni angheria subìta, in questa "comica dei sentimenti", in questo passare come idiota agli occhi del mondo (e san Francesco non si faceva forse chiamare idiota?...), egli conserva in un mondo folle e disumano il sapore dei sentimenti che permettono ancora di chiamare "uomo" l'uomo. In questo mondo di sopraffazioni e di ingiustizie in cui s'afferma soltanto chi è capace d'individuare dove è la direzione in cui soffia il vento del potere; in questo mondo che nega il diritto di esistenza a chi non si adegua alla logica del momento, Augusto con la sua comica irresistibile fa irrompere sul palcoscenico quel ridere che spezza il cerchio dell'ineluttabile e del già programmato e ricorda che questo mondo è importante, ma non è un assoluto. Come Augusto c'insegna, l'uomo di fede può sorridere alle pretese del principe, chiunque esso sia, perché sa che il principe non è altro che un uomo che un giorno sarà ridotto in polvere.
Per un filosofo di nome Kant, di cui un suo scolaro ci riferisce che "aveva sempre pronto lo scherzo, l'arguzia e l'umorismo", il "riso è un'affezione che deriva da una aspettazione tesa che d'un tratto si risolve in nulla".
E tu, caro Clown, insieme al tuo amico Augusto, di quest'arte di tendere verso un'aspettazione che si risolve in nulla sei proprio insuperabile maestro.
Penso, caro Clown, che sarebbe bene venire un po' a scuola da te. In fondo tu c'insegni il "nulla del tutto", come tante volte santa Teresa d'Avila ci ha ripetuto: "Cómo es todo nada...".
Questo venire a scuola da te, questo ritornare come bambini che sanno ridere, questo non prendere sempre tremendamente sul serio i nostri giochi, imparando da te a lasciare che si risolva pure in nulla la nostra aspettazione, così che non si realizzi il nostro progetto, il nostro programma computerizzato, ma si compia il progetto d'un Altro; tutto questo ci prepara, caro vecchio Clown, alla nascita di Colui che venne alla luce non nel segno della potenza e della saggezza del mondo, ma nel segno della follia.
Soltanto se impariamo a ridere, possiamo coltivare un barlume di speranza, riaffermando in tal modo la libertà dell'uomo che non accetta lo spettro dell'inevitabilità del futuro.
Questo ridere non sarà a lato, ma nel centro delle angosce e sofferenze dell'uomo. Questo riso non sarà il blasfemo "al di fuori o nonostante la croce". Ma questo ridere sarà possibile solo perché prendendo sul serio la croce di Gesù si può suscitare dal
giorno della sua resurrezione lo spirito della festa e della gioia e della fantasia.
E fu così folle, così Clown agli occhi del mondo benpensante che si permise di sfidare costumi tradizionali e di giocare con teste incoronate. Così vagabondo da non trovare sasso dove posare il capo. E satireggiò le autorità esistenti entrando nella città ripiena di tante persone serie solo a cavallo d'un asino. E come un mangione e beone frequentò ritrovi e partecipò a banchetti. Amò l'uomo concreto e per lui sfidò la legge e operò nel giorno proibito.
Grazie, caro vecchio Clown! Forse senza saperlo, tu ci hai preparato al Vangelo che viene.
Tutti ti credevano pazzo, folle, solamente un Clown. Ma a pochi è stato rivelato il segreto del tuo cuore. Tu c'insegni, a noi uomini-robot che hanno perso il gusto dell'avventura e del gioco, che, come scriveva Peter Lippert, "alla vita non dobbiamo dare maggior peso che ad un gioco che si gioca fino al limite del suo tempo, e nemmeno gli daremo minor peso di quel che non faccia il bambino che ne riempie la sua giornata con serietà e dedizione e che tuttavia è sempre pronto a lasciarlo nel mezzo se la voce dalla casa lo chiama dicendogli: 'Vieni ormai!'".
Ciao, vecchio caro Clown! Salutami anche l'amico Augusto. A presto! Sta pur certo che ci risentiremo*.