CHI NON CELEBRA L'EUCARISTIA CON TUTTI,
FA SOLO UNA CARICATURA DELL'EUCARISTIA
Nel n. 175 del Documento di Aparecida, i Vescovi dell'America Latina e dei Caraibi hanno affermato: "Seguendo l'esempio della prima comunità cristiana (cfr. At 2, 46-47), la comunità parrocchiale si riunisce per spezzare il pane della Parola e dell'Eucaristia, perseverando nella catechesi, nella vita sacramentale e nella pratica della carità. Nella celebrazione eucaristica essa rinnova la sua vita in Cristo. L'Eucaristia, nella quale si rivitalizza la comunità dei discepoli, è per la parrocchia una scuola di vita cristiana. In essa, insieme con l'Adorazione eucaristica e con la pratica del sacramento della riconciliazione per avvicinarsi degnamente alla comunione, si preparano i suoi membri a dare frutti permanenti di carità, di riconciliazione e di giustizia per la vita del mondo".
La pastorale della domenica
L'Eucaristia è uno dei temi fondamentali che caratterizzano il Pontificato di Benedetto XVI. Verso la fine della sua Esortazione apostolica Sacramentum caritatis, il Santo Padre scrive: "All'inizio del quarto secolo il culto cristiano era ancora proibito dalle autorità imperiali. Alcuni cristiani del Nord Africa, che si sentivano impegnati alla celebrazione del Giorno del Signore, sfidarono la proibizione. Furono martirizzati mentre dichiaravano che non era loro possibile vivere senza l'Eucaristia, cibo del Signore: sine dominico non possumus [non possiamo vivere senza la domenica]. ... Anche noi non possiamo vivere senza partecipare al Sacramento della nostra salvezza e desideriamo essere iuxta dominicam viventes, tradurre cioè nella vita quello che celebriamo nel Giorno del Signore. Questo giorno, in effetti, è il giorno della nostra definitiva liberazione" (n. 95).
Il tema del sine dominico non possumus ritorna con forza nel Documento di Aparecida, laddove i Vescovi parlano di una pastorale della domenica.
Nel n. 252 del Documento citato possiamo leggere questa indicazione categorica: "Si comprende, così, la grande importanza del precetto domenicale, del vivere secondo la domenica, come una necessità interiore del credente, della famiglia cristiana, della comunità parrocchiale. Senza la partecipazione attiva alla celebrazione eucaristica domenicale e alle altre feste di precetto, non potrà esistere un discepolo missionario maturo. Ogni grande riforma nella Chiesa è legata alla riscoperta della fede nell'Eucaristia. È perciò importante promuovere la pastorale della domenica e darle priorità nei programmi pastorali, per un nuovo impulso all'evangelizzazione del popolo di Dio nel continente latinoamericano".
Qui abbiamo la recezione del Discorso Inaugurale di Benedetto XVI ad Aparecida, laddove il Papa afferma "la necessità di dare priorità, nei programmi pastorali, alla valorizzazione della Messa domenicale. ... La celebrazione domenicale dell'Eucaristia deve essere il centro della vita cristiana".
Questa celebrazione deve essere di tutto il popolo cristiano, specialmente di tutta la parrocchia che è "una determinata comunità di fedeli costituita stabilmente nell'ambito di una Chiesa particolare" (cfr. Codice di Diritto Canonico, can. 515 § 1).
Questa insistenza sull'unità nella celebrazione dell'Eucaristia fu elaborata e approfondita nello sviluppo del pensiero del teologo Joseph Ratzinger.
Vi è un testo d'importanza capitale per comprendere l'urgente necessità di una pastorale della domenica, come unica risposta alla sfida delle sette e alla dissoluzione della vita cristiana, sostituita da tante stazioni di servizio, self-service o comunità psicologiche dove s'incontrano coloro che condividono non la stessa fede, ma lo stesso pensiero, lo stesso livello culturale o spirituale.
L'allora Cardinale Ratzinger scrisse queste parole che costituiscono il sostrato teologico della pastorale della domenica: "Chi non celebra l'Eucaristia con tutti, fa solo una caricatura dell'Eucaristia. Si celebra l'Eucaristia con l'unico Cristo e pertanto con tutta la Chiesa, o non la si celebra affatto. Chi nell'Eucaristia cerca solo il proprio gruppo, chi in essa e attraverso di essa non si inserisce in tutta quanta la Chiesa e non oltrepassa il suo punto di vista particolare, fa esattamente ciò che viene rimproverato ai Corinzi. Egli si siede per così dire con la schiena rivolta contro gli altri e distrugge così l'Eucaristia per lui stesso e la disturba per gli altri. Egli fa allora soltanto la sua cena e disprezza la Chiesa di Dio (1Cor 11, 21s)".
Fondamenti dell'Adorazione eucaristica
Nell'Esortazione apostolica Sacramentum caritatis (n. 66), Benedetto XVI risponde all'obiezione entrata nella pratica di molte comunità cristiane che "il Pane eucaristico non ci sarebbe stato dato per essere contemplato, ma per essere mangiato". Da qui deriva l'abbandono dell'Adorazione eucaristica. Una volta finito il banchetto, tutto è finito.
Orbene, è vero che mangiando il Pane eucaristico, l'uomo entra nella Presenza del Signore e arriva a essere egli stesso Presenza di Gesù. Però, una presenza che non implichi una trasformazione dell'uomo nel Cristo, sarebbe sempre una presenza contigua, non una presenza pienamente reale per lui.
Inoltre, non dobbiamo dimenticare che la Presenza reale di Cristo nell'Eucaristia trascenderà sempre la santità creata di ciascuno di noi. È vero che Egli è presente per comunicarsi all'uomo; è vero che Egli è ordinato totalmente a me e per questo si è fatto alimento, affinché io Lo mangiassi; ma è vero anche che se è presente, la mia santità non supererà mai la sua. Egli continuerà a comunicarmi Se stesso e la Presenza reale dell'Eucaristia trascenderà sempre ogni presenza comunicata.
È da questa trascendenza della Presenza reale di Gesù Cristo nell'Eucaristia che deriva la necessità dell'Adorazione eucaristica su questa terra, fino a quando l'uomo non entrerà definitivamente nel tempo ultimo e definitivo, che è il Cristo risuscitato seduto alla destra del Padre.
Penso che in questo celebrare con tutta la Chiesa, che incomincia con il celebrare con tutta la parrocchia, senza che ognuno cerchi nell'Eucaristia il suo gruppo, risieda una delle grandi sfide della Chiesa latinoamericana. È questa l'unica possibilità affinché la missione, alla quale tutti siamo tenuti (cfr. Ad gentes, 2), non sia la nostra missione, un proselitismo a favore del nostro gruppo, ma l'unica missione di Gesù Cristo, l'inviato del Padre. In tal modo gli uomini incontrano l'unica Chiesa del Signore e non il nostro piccolo e insignificante clan o gruppuscolo, dove abbiamo una caricatura dell'Eucaristia nella quale si volta la schiena agli altri.
E. G.
20/05/09
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