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Chiesa Missionaria: una eredità per il futuro *


A proposito di una lettera del Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, Mons. Adriano Caprioli


Mons. Adriano CaprioliNella Messa Crismale 2008, Mons. Adriano Caprioli ha consegnato alla Chiesa che è in Reggio Emilia-Guastalla una lettera che richiama la centralità della missione: Chiesa missionaria. Una eredità per il futuro. Lettera del Vescovo a 40 anni dalla "scelta missionaria" (d'ora in poi CM).

A quattro decadi dalla lettera La Chiesa diocesana in stato di missione del suo predecessore, Mons. Gilberto Baroni, il nostro Vescovo ripropone un tema a lui caro, su cui abbiamo già avuto modo di riflettere dalle pagine del nostro giornale (M. Chiappo, "Ho un popolo numeroso". La missione negli scritti di mons. Adriano Caprioli, in "Missione Redemptor hominis" n. 70 (2004) 2-3).

Una situazione di cristianità che non esiste più

In base anche ad alcune indicazioni che il Consiglio Presbiterale ha presentato al Vescovo, con il titolo "Diocesi Missionaria", rese pubbliche al Convegno Missionario Diocesano di quest'anno[1], Mons. Caprioli ha inteso tenere aperto "il libro della missione", non solo in riferimento alle missioni diocesane in Madagascar, Brasile, India, Rwanda, Albania e Kossovo, ma soprattutto come dimensione fondamentale della fede e della pastorale: "Non è la Chiesa a fare la missione, ma è la missione a plasmare la Chiesa. La missione, prima che un andare in territori di missione, è il modo di essere Chiesa là dove il Signore manda". Unita a questa affermazione, risuona nuovamente una frase del Convegno Missionario Nazionale di Bellaria da lui spesso citata: "È l'attenzione a quelli di fuori che fa crescere quelli di dentro"; tradotta con il linguaggio dell'Enciclica Redemptoris missio significa: "La fede si rafforza donandola" (RM 2). È necessario ripetere questo, perché nella realtà ecclesiale la missionarietà è ancora una dimensione giustapposta, presente solo "accanto" ad un modello di pastorale, non scalfito, che presuppone una situazione di cristianità che non esiste più. Esso non tiene presente o non sa come affrontare interi gruppi di battezzati che hanno perduto il senso vivo della fede; l'aumento dei non battezzati; il fatto che i nostri riti siano praticati spesso da persone che frequentano solo di passaggio e in modo distratto (cfr. CM 4). Tra l'altro, al Convegno Missionario Diocesano il Vescovo ha ricordato che nel nostro territorio solo l'8% dei ragazzi frequenta ancora la Chiesa dopo la Cresima.

Nonostante le apparenze, gli indicatori dell'esperienza religiosa in Italia - come la pratica dei sacramenti, la condotta etica, la conformità ai paradigmi della Chiesa - indicano un gap tra la visibilità dell'elemento religioso (ancora forte nel nostro paese) e quanto accade nella vita delle persone; si parla di "un credere senza partecipare, un collante di appartenenza che non sempre dice l'adesione fondamentale, il sentire reale" e che evidenzia la distanza tra gli elementi formali e l'effettivo vissuto[2].

Ricordando, perciò, che vi è bisogno di una nuova evangelizzazione, nella lettera il Vescovo si chiede: "Come fare perché la missione faccia parte del progetto pastorale della nostra Chiesa di Reggio Emilia-Guastalla?" (CM 4).

Eucaristia-Missione e il "cristiano della domenica"

Mons. Caprioli, nelle prime pagine, riafferma con Mons. Baroni le motivazioni di fondo della missione: la Chiesa "va rifatta e vissuta in ogni momento; più la Chiesa si rifà di continuo alla sua unione con Cristo, alla intenzione e al disegno di Dio Padre, più si rinnova e diventa splendente della luce del suo Signore" (CM 1).

Ci sembra importante questa sottolineatura del legame con Cristo e con il progetto del Padre come fondamento dell'essere Chiesa inviata. Ciò ritorna laddove si evidenzia la centralità dell'Eucaristia: "La comunità radunata per l'ascolto della Parola e la comunione al Corpo di Cristo viene condotta a vivere in prima persona l'esperienza del discepolato del Signore, per poi ‘uscire dal tempio' con animo apostolico, disponibile a farsi carico, almeno in qualche misura, della fede degli altri" (CM 5). Gesù, infatti, ci chiama a stare con lui e ci invia (cfr. Mc 3, 14-15).

Lo ha sottolineato con forza Benedetto XVI nell'enciclica sull'Eucaristia: "Quanto più viva è la fede eucaristica nel Popolo di Dio, tanto più profonda è la sua partecipazione alla vita ecclesiale mediante la convinta adesione alla missione che Cristo ha affidato ai suoi discepoli" (Sacramentum caritatis, 6). "‘Una Chiesa autenticamente eucaristica è una Chiesa missionaria'. Non possiamo accostarci alla Mensa eucaristica senza lasciarci trascinare nel movimento della missione che, prendendo avvio dal Cuore stesso di Dio, mira a raggiungere tutti gli uomini. Pertanto, è parte costitutiva della forma eucaristica dell'esistenza cristiana la tensione missionaria" (Sacramentum caritatis, 84).

A ragione il Vescovo si chiede se dalle nostre Eucaristie si esca con la disponibilità effettiva e concreta di mettersi a servizio della fame e sete di amore, di perdono, di prossimità di chi ci circonda (cfr. CM 5). Ecco perché Mons. Caprioli nelle sue lettere ha evidenziato più di una volta l'importanza di rivolgersi proprio al "cristiano della domenica" per invitarlo ad una conversione personale e missionaria che porti a vivere pienamente il mistero che celebra. Il problema missionario, infatti, come sottolineato nell'omelia della Messa Crismale, riguarda ogni fedele laico: "La Chiesa chiama ogni credente laico a farsi apostolo, missionario nel suo ambiente, a favorire momenti di riconciliazione, di nuova intesa tra la comunità e coloro che l'hanno abbandonata". "Il problema non è che ci sia chi si smarrisce, ma che non ci sia chi va alla ricerca degli smarriti". "Trattandosi di un numero elevato di persone, il pastore da solo non può ricondurle tutte". E "di fronte alla folla dei poveri, bisogna incominciare ad occuparsi di uno solo. L'attenzione va data ad uno ad uno". Laici o presbiteri, questi richiami sono rivolti a tutti.

Per Mons. Caprioli, pertanto, la pastorale missionaria non richiede delle strutture ma delle relazioni, perché è fondamentale la comunicazione della fede dal credente al non credente, da persona a persona. Questo è possibile nelle realtà quotidiane ed anche in quei momenti in cui per ragioni diverse le persone vengono in contatto con le strutture ecclesiali e i suoi membri; è la pastorale delle occasioni, che è compito non solo dei sacerdoti, ma anche dei laici attraverso i vari ministeri ecclesiali che - importante questa sottolineatura - lasciano così ai parroci più tempo per l'incontro spirituale con le persone e per una vita di preghiera più intensa (cfr. CM 7). Il Vescovo ha voluto toccare il problema della spiritualità del sacerdote anche durante la Messa Crismale, ma già nella lettera ha sottolineato che i passi più importanti nel cammino dei missionari a fianco dei poveri sono iniziati proprio davanti al tabernacolo (cfr. CM 5). A questo proposito vorremmo evidenziare due aspetti che si intrecciano: l'interiorità e la comunione fraterna, sia per i laici che per i sacerdoti.

Interiorità e comunità

Il Vescovo prende spunto dalla "missione dei settantadue" raccontata da Luca (Lc 10, 1-20), come missione di tutti i cristiani, chiamati ad andare "a due a due". Perché non possono annunciare da soli? "Perché il Vangelo, prima di essere predicato, ha bisogno di essere testimoniato, reso credibile e visibile. Bisogna essere in due a parlare di pace - ancor meglio se l'annuncio venisse da un'intera comunità -, per poter dire: ‘Quella pace che noi annunciamo, noi la viviamo. È la nostra amicizia, il nostro far memoria insieme del Cristo e sostenerci nella fede eMons. Caprioli nel suo recente viaggio in India (sullo sfondo don Emanuele Benatti, direttore del Centro Missionario Diocesano, che lo haaccompagnato) sopportare insieme la gioia dell'accoglienza del Vangelo, ma anche la povertà del rifiuto e dell'incomprensione'" (CM 6). Tuttavia, per "essere in due" occorre che ognuno faccia la sua parte.

Rivolgendosi ai sacerdoti il giovedì santo, ha ricordato che l'Eucaristia è missione, se cresce però nello stesso tempo la comunione presbiterale e che la coscienza della propria piccolezza è la condizione per la crescita della comunione fraterna.

La crescita o l'indebolimento della comunità ecclesiale non sono tanto legate a fattori esterni, ma dipendono sostanzialmente da chi è all'interno di essa: "Le fatiche, le difficoltà - ma anche gli elementi di crescita - della Chiesa non sono essenzialmente ‘colpa del mondo' - oggi, diremmo, colpa del laicismo, del consumismo, del secolarismo... -, ma vengono dal fatto che essa non è una comunità di santi e che, paradossalmente, chi edifica la comunità e chi la indebolisce possono essere anche le stesse persone".


Vogliamo riprendere qui tre atteggiamenti precisi che il Vescovo ha indicato per mantenere la comunione ecclesiale che nasce dall'Eucaristia: la correzione fraterna; la cura dell'interiorità, senza la quale si perde la gioia della propria vocazione ed il servizio diventa vuoto attivismo; il primato di Dio: "Il tempo per Dio, per il proprio stare davanti a lui, è una priorità pastorale. Sì, il modo fondamentale di staccare dal lavoro e di imparare nuovamente ad amarlo è la ricerca interiore di Dio".
Su questo aspetto "personale" dell'inviato, nella lettera del Vescovo si indicano alcune attitudini che Gesù richiede ai suoi missionari: la consapevolezza dell'urgenza e della vastità dell'evangelizzazione; il mettere in conto l'accettazione della sproporzione tra la ricchezza del Vangelo e la nostra povertà; il fatto che il Vangelo dà certezze ma non sicurezze, per questo prima di essere apostoli occorre essere discepoli che si affidano ad una Parola e non alle proprie forze; infine il condividere il "pane" della gente a cui si è inviati (cfr. CM 6): "Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno" (Lc 10, 7).

Testimoni di vita piena e appagante

Ci sembra, insomma, che questa lettera sia indirizzata ad andare oltre i problemi tecnici della missione, per affrontarne la radice più profonda e individuarne poi le modalità concrete.

Ne è un esempio la parte riguardante la cooperazione tra le Chiese, a proposito della quale il

Mons. Adriano Caprioli è nato a Solbiate Olona, Arcidiocesi di Milano, nel 1936; ordinato presbitero nel 1959, è Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla dal 1998.
Laureato in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana, ha insegnato nei Seminari della Diocesi di Milano, alla Facoltà Teologica dell'Italia Settentrionale ed ha diretto l'Istituto Superiore di Studi Religiosi e la Fondazione Ambrosiana Paolo VI a Gazzada (Varese). È autore di diverse opere di pastorale liturgica e sacramentale. Quest'anno ha pubblicato Cristiano con voi. Le conversioni di Agostino (Ed. Ancora), riedizione aggiornata di uno studio precedente, pensata, tra l'altro, per accompagnare la riflessione sul progetto di rinnovamento della prassi di iniziazione cristiana in atto nella nostra Diocesi. È stato presidente della Commissione per la Liturgia della Conferenza Episcopale Italiana dal 2000 al 2005. È presidente del Comitato per i Congressi Eucaristici Nazionali.

 
Vescovo si chiede: "Come intendere bene la cooperazione tra Chiese sorelle? Su quale immagine di Chiesa progettare tale scambio?" (CM 2). Egli insiste sulla reciprocità del dare e del ricevere tra comunità, e sul fatto che si tratta di uno scambio di ricchezze ma anche di povertà (cfr. CM 3). E' importante questo perché la Chiesa nelle varie parti del mondo non si presenta come colei che sempre ha la ricetta in tasca del successo, al contrario.

Si tratta allora di dare ovunque e soprattutto una testimonianza di vita. E il Vescovo lo dice anche a proposito delle vocazioni: sono i modelli di vita concreti di persone (sacerdoti e non solo) quelli che attraggono, quando sono testimoni di vita anche umanamente piena e appagante (cfr. CM 8).

Riguardo alla formazione dei giovani alla missione, essa sarà davvero tale se formerà cuore, mente e volontà per portarli a intraprendere cammini di fede più orientati ai consigli evangelici e più ecclesiali (cfr. CM 8).


Il Vescovo chiede poi più comunicazione sulle situazioni, i cambiamenti, gli orientamenti della missione; più condivisione e convergenza delle varie attività e risorse; più formazione attraverso la promozione della spiritualità e delle iniziative missionarie, al fine di rendere più missionaria tutta la pastorale parrocchiale e diocesana (cfr. CM 9). Già le indicazioni del Consiglio presbiterale avevano ricordato che questo significa rendere più "missionari" tutti i settori della pastorale: la liturgia, la catechesi, la carità, l'impegno sociale.


Concludiamo con le stesse parole di Mons. Caprioli nel giovedì santo, per riaffermare che la sfida missionaria, in fondo, passa attraverso la coerenza della nostra vita: "Chiamati nella fede in questa nostra Chiesa, eredi della sua scelta missionaria e forti nella speranza, vescovi, sacerdoti, diaconi, consacrati e laici dobbiamo diventare lettera vivente di Dio. Come dice S. Paolo: ‘la nostra lettera siete voi, lettera scritta nei nostri cuori, conosciuta e letta da tutti gli uomini' (2 Cor 3,2)" (cfr. CM 10).
Mariangela Mammi


* Pubblicato in "Missione Redemptor hominis" n. 84 (2008) 6-7.


 

[1] Ricordiamo che anche il Centro Missionario Diocesano, nel 2005, aveva predisposto un documento dallo stesso titolo della lettera attuale del Vescovo.
[2] Cfr. Nesti: Chiesa o confindustria sacra?, in Jesus 30/4 (2008) 59.

 

 
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