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COME ZAVORRE

L'aberrante e pianificata eliminazione di persone
con disabilità nella Germania nazista

 

 

 

Frutto di ricerche svolte nell'arco di più di un trentennio su un corpus di fonti vastissimo e non sempre facilmente accessibile, l'ultimo libro del giornalista e storico tedesco Götz Aly Zavorre. Storia dell'Aktion T4. L'"eutanasia" nella Germania nazista, 1939-1945 (Torino, Einaudi, 2017, pagine 261, euro 30) intende far luce sull'opera di soppressione di più di 200.000 tedeschi affetti da problemi fisici e mentali condotta dal regime nazista tra il 1939 e il 1945. Benché ideata e discussa già negli anni precedenti, l'operazione divenuta nota come Aktion T4 iniziò a essere pianificata simbolicamente il primo settembre 1939, giorno dell'invasione della Polonia. Questa almeno è la data che reca il documento con il quale Hitler conferì a un alto funzionario del Partito nazionalsocialista, direttore della Cancelleria del Führer, Philipp Bouhler, e a un medico, Karl Brandt, suo consigliere in materia di politica sanitaria, l'incarico di affidare a medici da loro selezionati le competenze necessarie per accordare una "morte misericordiosa ai malati ritenuti incurabili secondo il giudizio umano" dopo aver svolto una valutazione critica dello stato della loro malattia. L'ordine era intenzionalmente vago e di fatto lasciava ampio spazio all'interpretazione degli specialisti, che potevano includere in quello che era definito "il trattamento" categorie ampie dai confini spesso labili, in cui rientrava ogni forma di disabilità e di devianza. Nell'ottica dei nazisti, infatti, deboli di mente e tubercolotici, bambini con malformazioni e anziani malati erano individui improduttivi, antisociali e soprattutto gravosi dal punto di vista sanitario ed economico per le loro famiglie e per lo Stato. Erano ritenuti vere e proprie "zavorre" come compendia bene il titolo del volume.

Secondo uno schema retorico consolidato che aveva avuto fortuna sin dalla fine dell'Ottocento, si faceva intendere che la loro assistenza e la loro cura era un inutile spreco di risorse, tanto più evitabile in un momento in cui la nazione doveva concentrare tutte le sue energie nel conflitto. Le argomentazioni eugenetiche e di igiene sociale, che miravano alla costruzione di una pura razza germanica, si intrecciavano così a esigenze utilitaristiche, come emerge con evidenza in uno scritto del medico personale di Hitler, Theodor Morell, risalente al 1939 e intitolato La soppressione delle vite indegne di essere vissute con un esplicito richiamo al libello di Karl Binding e Alfred Hoche, Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens (1920). Per Morell due erano i criteri che permettevano di definire indegna un'esistenza: la fisionomia deforme, la cui vista "faceva venire i brividi", e l'incapacità di comunicare e relazionarsi con i propri simili. Tutto ciò, secondo il medico, rendeva questi individui più simili alle bestie che agli uomini.

A coordinare l'Aktion T4 fu il Comitato del Reich per il rilevamento scientifico di malattie ereditarie e congenite gravi, che aveva sede a Berlino in un edificio situato al numero 4 di Tiergartenstraße (da qui l'abbreviazione T4). Strettamente dipendente dalla cancelleria del Führer, il Comitato ebbe fin dall'inizio due compiti da assolvere: da un lato, regolamentare e monitorare le uccisioni, anche per mezzo della schedatura delle vittime; dall'altro, controllare che le operazioni venissero svolte con la massima riservatezza, senza lasciar trapelare informazioni che avrebbero potuto turbare l'opinione pubblica. Le vittime furono sia bambini che adulti.

Negli ospedali e negli istituti di cura le eliminazioni forzate erano perpetrate attraverso un complesso sistema che coinvolgeva diverse figure professionali, a più livelli: i medici, con in prima linea pediatri, neurologi e psichiatri che spesso abbracciavano posizioni riformatrici e progressiste per l'epoca (come nel caso dell'autorevole Paul Nitsche, sostenitore del no-restraint), individuavano quali pazienti potessero considerarsi "incurabili"; i periti del Comitato del Reich valutavano la proposta, accordando o meno il loro consenso; in caso di accettazione, le infermiere erano incaricate di iniettare dosi letali di tranquillanti o altri medicinali; gli stessi medici stilavano quindi certificati in cui adducevano come cause della morte malattie fittizie (la casistica era davvero molto ampia, dalla polmonite al morbillo); da parte loro, gli ufficiali dell'anagrafe attestavano data e luogo del decesso, falsificando i documenti.

Queste strategie di occultamento, eseguite nella maggior parte dei casi in modo consapevole da tutti gli attori implicati, avevano lo scopo di "tranquillizzare" i familiari affinché si rassegnassero ad accettare un evento che doveva apparire quanto più possibile naturale ed inevitabile e non indagassero ulteriormente.

L'ostacolo principale a un simile meccanismo collaudato era rappresentato proprio dai genitori e dai parenti delle vittime. In alcuni casi, infatti, l'assiduità dei contatti tra i degenti e il mondo esterno, che poteva avvenire attraverso lo scambio di lettere o l'invio di pacchi contenenti generi alimentari e altri beni di conforto, sconsigliava il ricorso all'omicidio per evitare di sollevare troppi sospetti. Non mancò il tentativo, attraverso appositi questionari, di ottenere il consenso dei familiari rispetto a quella che veniva definita "l'abbreviazione della vita" dei loro cari o di far credere che fossero gli stessi interessati ad aver richiesto che si mettesse fine alle loro sofferenze fisiche o psichiche. L'altro strumento grazie al quale fu realizzata l'Aktion T4 fu la deportazione in centri dotati di camere a gas e crematori.

Le testimonianze dei pochi sopravvissuti a quello che Aly definisce "l'arcipelago delle camere a gas" rivelano, ancora una volta, tanto il rispetto di rigidi protocolli quanto la connivenza tra il corpo medico, il personale infermieristico e gli impiegati delle amministrazioni locali.

Nonostante il Comitato rimase attivo fino al 1945, già nell'estate del 1941 l'operazione conobbe una brusca interruzione. Alla decisione di Hitler contribuirono, secondo Aly, la preoccupazione per l'andamento della guerra, la crescente disaffezione dei tedeschi verso il regime e soprattutto l'opposizione della Chiesa cattolica.

Determinanti furono tre omelie pronunciate, tra il luglio e l'agosto di quell'anno, dal vescovo di Münster, Clemens August von Galen, in cui si denunciava la pratica delle uccisioni forzate di "invalidi non più abili al lavoro, di storpi, malati incurabili, anziani deboli". Con le sue parole, il presule non solo metteva in grande imbarazzo i dirigenti nazisti, ma poneva i tedeschi tutti di fronte a una realtà ignominiosa, talvolta ignorata, più spesso rimossa.

L'analisi di un'abbondante messe di verbali, relazioni, perizie e lettere consente quindi ad Aly di aggiungere un ulteriore e fondamentale tassello all'indagine sulle strategie con cui fu messa a punto e realizzata l'Aktion T4 e di porre ancora una volta il problema della responsabilità di ampie fasce della popolazione, che non si limitarono a eseguire degli ordini, ma presero iniziative in prima persona, collaborando attivamente allo sterminio.

Giovanni Cerro


© L'Osservatore Romano - 11 giugno 2017
   Foto a cura della redazione di www.missionerh.it



04/07/2017

 
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