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Contributo per il 50° anniversario di fondazione

della parrocchia di San Giuseppe Artigiano (Roma)*

 


La parrocchia di "San Giuseppe Artigiano a Via Tiburtina" appartiene al Settore Nord del Vicariato di Roma. È stata eretta il 24 febbraio 1958 con decreto del Cardinale Vicario Clemente Micara Quo facilius spirituali ed affidata al clero diocesano di Roma. Il suo territorio fu desunto da quello delle parrocchie di S. Maria Consolatrice, di S. Michele Arcangelo e di S. Lorenzo fuori le Mura. La parrocchia conta oggi più di 10.000 abitanti. Parroco dal 1996 è don Marco Valenti.



Carissimo don Marco,

l’invito ad intervenire nella pubblicazione da te curata, in occasione del 50° anniversario diParrocchia San Giuseppe Artigiano fondazione della parrocchia di San Giuseppe Artigiano, mi ha riportato al cuore degli anni ’60, che hanno costituito uno svincolo ineludibile per la comprensione della storia che oggi viviamo.

Negli anni ’60 io ho vissuto le esperienze fondamentali della mia vita: l’ultimo dei quattro anni di lavoro dopo il diploma di ragioniere; gli studi all’Università Gregoriana; il Collegio Capranica; l’ordinazione sacerdotale; il periodo come viceparroco a San Giuseppe Artigiano; l’inizio dell’esperienza tra i baraccati.

Ma la mia esperienza non è comprensibile e non può essere letta al di fuori dei grandi avvenimenti storici che segnarono una svolta senza ritorno.

Sono i tempi del disgelo in Unione Sovietica che pongono le basi del crollo dell’impero comunista; delle nuove frontiere di Kennedy; della fine del colonialismo e della scoperta dei «dannati della terra»; dei grandi movimenti di lotta per i diritti umani, simboleggiati dal «sogno del profeta nero» Martin Luther King; della nascita e dell’affermarsi della rock generation; del fenomeno della contestazione giovanile che si espande in tutto il mondo; della guerra del Vietnam che scuote le coscienze.

Ma gli anni ’60 sono, per noi cattolici, soprattutto quelli di Papa Giovanni e del Concilio. Proprio di recente ho avuto la grazia di celebrare la Messa sull’altare della Nunziatura Apostolica di Istanbul, ove Mons. Angelo Roncalli visse e pregò durante il periodo della sua permanenza in Turchia.

I miei due anni a San Giuseppe Artigiano non sono pensabili avulsi da quel tempo e giudicati al di fuori di precise coordinate storiche. Furono momenti di forte rimessa in discussione dell’esistente, in cui caddero tanti luoghi comuni e si dimostrarono fragili ed inconsistenti molte categorie di comprensione della realtà.

Io tentai di capire e interpretare quel tempo, soprattutto in riferimento a tre opzioni che vagamente andavano facendosi luce e che sempre più, in seguito, si affermarono nei documenti del Magistero: la ricomposizione del divorzio tra fede e cultura, i giovani, i poveri.

Il ’67, anno in cui arrivai a San Giuseppe Artigiano, è la stagione in cui Tenco lancia la sua notissima canzone «Ciao, amore ciao».

V’era un muretto in Via Pietro Ottoboni dove uno spilungone e quattro amici strimpellavano le note di questa canzone, ripetendo le parole: «Andare via lontano / cercare un altro mondo / dire addio al cortile / andarsene sognando…».

Il mio primo impatto in parrocchia fu con quei giovani.

Uno di loro mi disse: «Che hai da guardare? Che vuoi?… Vuoi sapere che facciamo?… Stiamo seduti fino a quando il muretto non si consuma…».

V’è una data che considero fondamentale per la comprensione degli anni ’67-’69 nella storia di San Giuseppe Artigiano.

Don Marco con Elena e Gladys in visita alla parrocchia nel 2001La notte del Natale 1967, prima della celebrazione della Santa Messa, i ragazzi del muretto insieme a pochi altri giovani si radunarono sul piazzale antistante la chiesa parrocchiale, accesero un gran fuoco, non giocarono a poker e non mangiarono il panettone, lessero dei testi biblici, del Papa e di autori vari, parlarono della pace nel Vietnam.

Su una vecchia Olivetti lettera 22 fu battuto un testo intitolato: «Natale 1967. Nel Vietnam si muore», che poi fu ciclostilato e distribuito tra sguardi impauriti.

Elena, che aveva solo 13 anni, passò davanti al fuoco con i suoi genitori, lo raccolse e lo conservò.

Quel fuoco era ben piccola cosa. Forse sarebbe finito tutto lì se non fosse stato ingigantito e propagato da chi volle vedere l’arrivo di «Ho Chi Minh» che bruciava con le sue orde selvagge San Giuseppe Artigiano.

Carissimo don Marco,

senza troppo rendermene conto, sto andando ben oltre la breve riflessione che mi hai chiesto. La bocca parla dall’abbondanza del cuore e San Giuseppe Artigiano, più che star dentro il mio cuore, è il mio cuore.

Ha detto Giovanni Paolo II che «non c’è futuro senza memoria» e il grande Newman scrisse che «ciò che a noi sembra oscuro quando ci viene incontro, riflette il Sole di Giustizia quando è passato». Ed oggi, anche per me, qualcosa è più chiaro.

Quello che conta, però, è che una «memoria purificata» (fu questo il grande messaggio del Giubileo 2000) diventi principio d’azione per il presente e ci apra verso il futuro.

Il contributo autentico che credo possa dare alla parrocchia di San Giuseppe Artigiano non è tanto ritornare a una memoria irrepetibile che ci rinchiuda nel passato, quanto quello di vivere nel presente, proiettato verso il futuro, lo spirito profondo e genuino di quella memoria, la sua intenzione più autentica che, per usare le parole di Paolo VI, il grande Papa dei miei anni tiburtini, fu quella di «sconvolgere mediante la forza del Vangelo i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita dell’umanità, in contrasto con la parola di Dio e col disegno della salvezza».

Sarò unito a voi da Ypacaraí nella celebrazione dell’Unico sacrificio del Signore.

Don Emilio Grasso

********
NON ACCONTENTATEVI MAI NEL VOSTRO AGIRE 

Da quel fuoco che si accese nella notte del Natale 1967 e da quella veglia per la pace del Vietnam, nacque il famoso gruppo delle salette.

Il nucleo originale della Comunità Redemptor hominis ebbe vita in quelle salette e in ciò che esse costituirono per i primissimi che le vissero.

Dimenticarle, assolutizzarle nella loro caducità storica, rinnegarle nel loro significato più profondo, ridurle a uno dei tanti momenti della vita giovanile, trasferirle acriticamente in altri contesti al di fuori della comprensione profonda che ebbero per i loro protagonisti, tradirne la memoria o farne un feticcio senza storia, vuol dire semplicemente non aver capito nulla di esse e di quella esperienza. Il quartiere Tiburtino di Roma alla fine degli anni ’60

È ciò che è accaduto a molti, persone che non hanno saputo fare i conti con la loro memoria, memoria incatenata, buttata in un pozzo e murata per sempre.

Il 20 giugno 1969, lasciando definitivamente l'amata parrocchia di San Giuseppe Artigiano, scrissi una lunga lettera agli «amici delle salette».

Di questa lettera riporto solo due brani, e li rileggo, avviato al tramonto della mia vita, come fossero a me indirizzati.

«Una volta gettate le basi non si può tornare indietro. Altrimenti fate la fine di quell'uomo di evangelica memoria: anche lui aveva gettato le basi per costruire la sua opera e ‘non riuscendo a finirla, tutti quelli che se ne accorgono si mettono a deriderlo dicendo: costui ha incominciato a fabbricare, ma non ha potuto finire' (Lc 14, 29-30). Sulla sponda ad osservarvi ed in attesa di deridervi v'è tutto un mondo che ben conoscete: quel mondo di qualunquisti, di pessimisti, di inetti, di stanchi, di vili, di tristi, d'incapaci, di falliti, di parolai, di pettegoli, di timidi, di paurosi, d'imbecilli, di opportunisti, di egoisti, di presuntuosi e superbi. Vi attendono e vi diranno per potersi giustificare che avete fatto bene a tornare indietro, a smetterla di sognare, a pensare finalmente come gente normale».

«Ogni nostro discorso sull'uomo, ogni nostra denuncia inequivocabile e senza mezzi termini d'un mondo che rifiuta i deboli ed esalta i potenti, ogni nostro schierarci dalla parte degli oppressi e dei senza diritto, degli sfruttati e dei violentati, ogni nostro insorgere in maniera dura e recisa dicendo ‘la verità senza guardare in faccia' (cfr. Mc 12, 14), ogni nostro agire per l'uomo non può che partire da un nostro rapporto con Dio, da una nostra relazione di profondo con Dio. È Dio che fonda e dà significato al nostro rapporto col prossimo, è Dio che edifica un mondo nuovo. Se non ci manteniamo ancorati a Dio, noi edifichiamo sulla sabbia e tutto il nostro edificio è destinato a crollare.

Non ingannatevi. Solo Cristo può essere fondamento stabile ed incrollabile del vostro agire. Non siate mai sazi nelle vostre conquiste. Non accontentatevi mai nel vostro agire. ‘Guai a voi, che ora siete sazi perché patirete la fame' (Lc 6, 25).

Non accontentatevi mai nella vostra vita delle piccole conquiste. Di quelle visioni che non sono degne di un cristiano. Per noi l'unica visione, l'unica conquista è il mondo intero. Non dobbiamo spaventarci. È il mondo intero che solleveremo e infiammeremo se saremo disposti, sull'esempio di Cristo Gesù, a morire in croce in una folle donazione d'amore
».

Emilio Grasso


* Pubblicato in "Missione Redemptor hominis" n. 83 (2008) 3.

30/04/08

 
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