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DOMANDE E CHITARRE

I giovani nell'analisi dei discorsi
di Giovanni Paolo II in Emilia-Romagna


 

Il 1° maggio 2011, dopo regolare processo canonico e per voce insistente del popolo di Dio sin dal giorno della sua morte, sarà proclamato beato Giovanni Paolo II.

Sono passati solo sei anni dall'anniversario della morte di questo Pontefice,Giovanni Paolo II eppure il suo ricordo non si attenua nel cuore di chi ha vissuto le meraviglie del suo pontificato.

Ben a ragione si può dire che il tempo di grazia che c'è stato donato di vivere con Giovanni Paolo II ha rappresentato per tutta l'umanità un vero kairós, tempo-momento favorevole a noi dato per la scelta fondamentale della nostra vita.

Questo kairós del pontificato di Giovanni Paolo II va letto nell'inscindibile unione tra l'insegnamento e gli avvenimenti, nell'esperienza vissuta con e alla sua presenza.

L'analisi filologica e teologica del termine ci ricorda che «se il kairós è, anzitutto, il tempo per le scelte fondamentali della fede, per coloro che sono stati riconciliati (cfr. Rm 5, 11; 13, 11) deve essere anche il tempo di vivere secondo la fede. Il passato servizio agli idoli deve lasciare il posto all'attuale vero servizio di Dio (cfr. Ef 5, 8s; Gal 4, 8s; cfr. Rm 12, 1). La fede libera dalla schiavitù del tempo; affranca dal peso del passato colui che accoglie il dono del perdono. Però nessuno è sciolto dalla responsabilità morale di usare bene il tempo che ha a disposizione (Gal 6, 10; Col 4, 5); anzi l'imperativo "riscattate il tempo" (Ef 5, 16) mette i credenti a confronto col tempo storico. La nuova vita di fede non è però esente da tribolazioni. Il kairós houtos (Mc 10, 30; Lc 12, 54), questo tempo, e quindi anche il tempo della Chiesa non è un periodo di beatitudine senza difficoltà, ma un tempo di lotta (cfr. 1Cor 9, 24ss; Ef 6, 12; 1Tm 6, 11ss) e di sofferenza (Rm 8, 18), in cui i cristiani sono chiamati a sostenersi a vicenda, per non cedere (Eb 3, 12s; cfr. 1Tm 4, 1) nel momento della tentazione (Lc 8, 13)»[1].

Questa unione tra scritti e gesti fu ben evidenziata dal suo successore, e già grande amico e collaboratore, Benedetto XVI.

Scrive in proposito l'attuale Pontefice: «Giovanni Paolo II, filosofo e teologo, grande pastore della Chiesa, ha lasciato una ricchezza di scritti e di gesti che esprimono il suo desiderio di diffondere il Vangelo di Cristo nel mondo, adoperando i metodi indicati dal Concilio Vaticano II e di tracciare le linee di sviluppo della vita della Chiesa nel nuovo millennio. Questi doni preziosi non possono essere dimenticati»[2].

In un tempo di timore e di insicurezze, Giovanni Paolo II ci ha insegnato a non aver paura.

Nella omelia in occasione del terzo anniversario della sua morte, Benedetto XVI ha evidenziato quest'aspetto del suo lungo pontificato.

«"Non abbiate paura, voi!" (Mt 28, 5). Le parole dell'angelo della risurrezione, rivolte alle donne presso il sepolcro vuoto, che ora abbiamo ascoltato, sonoBenedetto XVI diventate una specie di motto sulle labbra del Papa Giovanni Paolo II, fin dal solenne inizio del suo ministero petrino. Le ha ripetute più volte alla Chiesa e all'umanità in cammino verso il 2000, e poi attraverso quello storico traguardo e ancora oltre, all'alba del terzo millennio. Le ha pronunciate sempre con inflessibile fermezza, dapprima brandendo il bastone pastorale culminante nella Croce e poi, quando le energie fisiche andavano scemando, quasi aggrappandosi ad esso, fino a quell'ultimo Venerdì Santo, in cui partecipò alla Via Crucis dalla Cappella privata stringendo tra le braccia la Croce. Non possiamo dimenticare quella sua ultima e silenziosa testimonianza di amore a Gesù. Anche quella eloquente scena di umana sofferenza e di fede, in quell'ultimo Venerdì Santo, indicava ai credenti e al mondo il segreto di tutta la vita cristiana. Il suo "Non abbiate paura" non era fondato sulle forze umane, né sui successi ottenuti, ma solamente sulla Parola di Dio, sulla Croce e sulla Risurrezione di Cristo. Via via che egli veniva spogliato di tutto, da ultimo anche della stessa parola, questo affidamento a Cristo è apparso con crescente evidenza. Come accadde a Gesù, pure per Giovanni Paolo II alla fine le parole hanno lasciato il posto all'estremo sacrificio, al dono di sé. E la morte è stata il sigillo di un'esistenza tutta donata a Cristo, a Lui conformata anche fisicamente nei tratti della sofferenza e dell'abbandono fiducioso nelle braccia del Padre celeste. "Lasciate che vada al Padre", queste - testimonia chi gli fu vicino - furono le sue ultime parole, a compimento di una vita totalmente protesa a conoscere e contemplare il volto del Signore»[3].

Con grande amore al nuovo Beato, che sarà solennemente proclamato il 1° maggio 2011 e che speriamo presto poter vedere canonizzato a gloria di Dio e per edificazione dell'umanità intera, pubblichiamo questo breve saggio che analizza i suoi discorsi ai giovani tenuti durante le visite in terra di Emilia-Romagna.

È un piccolo segno di filiale devozione all'amato Papa ed anche un atto di riconoscenza a questa terra ove siamo presenti da quasi quaranta anni.

Emilio Grasso



[1] H.-C. Hahn, Tempo, in Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento. A cura di L. Coenen - E. Beyreuther - H. Bietenhard, EDB, Bologna 1980, 1830.
[2] Benedetto XVI, Ai membri della Fondazione Giovanni Paolo II (23 ottobre 2006), in Insegnamenti di Benedetto XVI, II/2, Libreria Editrice Vaticana 2007, 501.
[3] Benedetto XVI, Santa Messa in suffragio di Giovanni Paolo II (2 aprile 2008), in Insegnamenti di Benedetto XVI, IV/I, Libreria Editrice Vaticana 2009, 501-502.

 


*************

Nei suoi viaggi apostolici nella circoscrizione ecclesiastica dell'Emilia-Romagna, come del resto in differenti occasioni nel corso del suo pontificato e in tutti i suoi viaggi apostolici, Giovanni Paolo II ha prestato una particolare attenzione ai giovani.

I discorsi di Giovanni Paolo II[1] ai giovani dell'Emilia-Romagna vanno letti all'interno di tutto il magistero del suo pontificato ed integrati sia con gli altri tenuti in Emilia-Romagna, sia con quelli pronunciati a Roma in occasione delle visite ad limina dei Vescovi dell'Emilia-Romagna o di pellegrinaggi di queste diocesi.

È importante inoltre considerare il complesso dei discorsi ai giovani di tutto il mondo.

Nel corso dei suoi incontri con i giovani, moltissime volte il Papa ama intrattenersi con loro, rispondendo alle loro domande ed ascoltando i loro canti accompagnati dalle chitarre.

Così Giovanni Paolo II introduceva il suo incontro con i giovani a Bologna, in occasione del XXIII Congresso Eucaristico Nazionale: «Sono lieto di prendere parte a questa veglia, che si svolge in un contesto di fede e di gioia, dove il canto occupa un ruolo importante»[2]. Il canto - per Giovanni Paolo II - «diventa la risposta di un cuore colmo di gioia, che riconosce accanto a sé la presenza di Dio. ... Voi giovani presenti, che saluto con affetto, mediante la musica ed il canto esprimete, sulle cetre del nostro tempo, parole di pace, di speranza, di solidarietà. Questa sera musica e poesia hanno dato voce agli interrogativi ed agli ideali della vostra giovinezza. Sulla strada della musica, questa sera, vi viene incontro Gesù»[3].

Anche nell'incontro con i giovani della diocesi di Carpi, Giovanni Paolo II ha mostrato questo atteggiamento, quando ha dato dei giovani una descrizione al tempo stesso semplice e di profonda penetrazione socio-psicologica: «Chi sono i giovani? Penso si possano descrivere con questi due elementi: domande e chitarre»[4].

Il Papa sa che «non è facile oggi essere cristiani»[5]. Sa anche molto bene, e lo ripete continuamente, che noi cristiani in Europa, in Italia, non possiamo soltanto ripetere: il problema di una nuova evangelizzazione esiste. Per la nuova evangelizzazione ci vuole una nuova inculturazione, cultura contemporanea, cultura delle nostre odierne istituzioni[6].

Ascolto dei giovani

Anche in questo troviamo uno dei motivi per cui il Papa della nuova evangelizzazione ha un rapporto così intenso con i giovani. Parlando a Modena Giovanni Paolo II, con un gioco di parole, usa questa simpatica e significativa espressione: «I giovani hanno anche la missione di ringiovanire tutti, di ringiovanire anche chi si chiama Giovanni, chi si chiama Giovanni Paolo II»[7].

Il Papa si pone all'ascolto dei giovani, specialisti in domande, sconvolgendo un po', come dice scherzosamente, il sistema scolastico e lasciando a loro, che dovrebbero essere gli interrogati, il compito di porre domande[8].

Nel mettersi all'ascolto e nel lasciarsi interrogare, il Papa si pone in atteggiamento di dialogo. Giovanni Paolo II sottolinea in proposito che «il dialogo non è né l'arte di confondere e di lasciarsi confondere le idee, né un fine: esso è un mezzo per raggiungere sempre più pienamente la verità»[9].

Per Giovanni Paolo II l'ascolto dei giovani, e tutto il suo pontificato lo dimostra, diventa essenziale per affrontare la missione della nuova evangelizzazione, così come lui stesso l'ha delineata. La giovinezza, infatti, è come «una qualità dell'esistenza stessa. Giovinezza vuol dire libertà da preconcetti e sclerotizzazioni ideologiche, che impediscono di aprirsi alla verità nella sua interezza. Giovinezza vuol dire capacità di speranza e di tensione verso traguardi non puramente utilitaristici; vuol dire disponibilità a pensare e a operare in grande senza lasciarsi intimidire dalle presunte esigenze di leggi e meccanismi inadeguati alla dignità della persona; vuol dire saper cogliere in ogni situazione e avvenimento la possibilità di procedere oltre, di cercare ancora, e di operare più profondamente per consentire all'uomo di non chiudersi in prigioni da lui stesso edificate. Giovinezza è infine propensione alla solidarietà e al desiderio di comunione che sono insiti nell'animo umano, non ancora soffocato dalla ricerca smodata dell'interesse individuale»[10].

V'è dunque nel giovane un'apertura ancora tutta da esplorare verso la verità, verso la libertà. «Essere uomini - dice Giovanni Paolo II - vuol dire essere liberi»[11]. «V'è in ogni uomo, in ogni persona umana questo desiderio della libertà. La libertà è una realtà aperta, una spinta di perfezionamento per acquisire sempre più perfettamente la libertà. La libertà è una qualità spirituale dell'uomo che sempre domanda all'uomo di trascendere se stesso»[12].

In questa visione antropologica che legge nell'uomo questo desiderio di libertà, si pone allora il problema del come essere liberi. «Come fare perché la nostra libertà non divenga una contraddizione, ma al contrario diventi quello che deve essere? Come e cosa è allora il vero perfezionamento, il vero sviluppo, la vera attuazione, la vera realizzazione della nostra libertà?»[13].

Soggetti di iniziative e cultura

Emerge a questo punto «l'importanza del compito educativo, il cui scopo è la formazione di un essere umano maturo. Meta altissima che non si raggiunge se non si riesce ad istillare nel giovane una profonda stima dei valori basata su forti convincimenti personali»[14].

Per il Papa è attraverso l'educazione che l'individuo giunge alla capacità di orientarsi verso la verità e il bene, approdando all'autonomia della sua persona, all'arte di inserirsi nel proprio ambiente come soggetto di iniziativa e di cultura, al possesso di quelle virtù umane, morali e religiose che costituiscono la struttura spirituale dell'uomo maturo. L'educazione è un atto di carità dell'uomo verso l'uomo.

L'educazione comincia in famiglia, ma i genitori non bastano da soli a far fronte alle molteplici esigenze educative, rese oggi sempre più complesse. Necessitano altre istituzioni: la Chiesa, la scuola, i gruppi e le associazioni giovanili. I giovani hanno diritto ad essere preparati non solo al lavoro e alla professione, bensì anche alla capacità di interpretare i problemi della società e della storia, della vita personale e collettiva, con giudizio responsabile ed autonomo.

Nell'opera di educazione si incontrano ed entrano in dialogo tra di loro due libertà: quella matura degli insegnanti e quella in via di formazione dei discepoli. Gli educatori hanno perciò il dovere di conoscere i processi psicologici delle varie età per adeguare la loro azione alle capacità ricettive e assimilative dei singoli per servirli meglio nella loro crescita. Tra autorità e libertà non esiste un rapporto necessariamente conflittuale. Se esso esplode, significa che l'una o l'altra è degenerata in autoritarismo o in libertarismo, ostacolo a qualsiasi progresso educativo[15].

Oggi ci troviamo in un tempo in cui l'uomo ha ampia possibilità di determinare, sia nel bene che nel male, il futuro. Viviamo in uno di quei momenti storici particolarmente seri, in cui vengono rimessi in gioco i massimi valori della convivenza umana ed in cui si profila l'alternativa di un loro impensato sviluppo o di una loro caduta senza ritorno. Siamo arrivati al momento in cui le nuove tecnologie rendono possibili sogni di secoli: arrestare e trasformare il deserto, sconfiggere la siccità e la fame, alleviare la pesantezza del lavoro, risolvere i problemi del sottosviluppo, rendere più giusta la distribuzione delle risorse tra i popoli del mondo. E nello stesso tempo viviamo la tragica contraddizione per cui la stessa tecnologia consente già all'uomo di vedere resa inabitabile la terra, inservibile il mare, pericolosa l'aria e pauroso il cielo.

In questo nostro tempo in cui la questione morale si pone come nuova questione sociale del futuro e la tecnologia costringe la nostra generazione a trovare i fondamenti delle grandi norme morali e a porsi così gli interrogativi decisivi sulla natura dell'uomo, i giovani hanno diritto a non sbagliare sulla destinazione della vita. Hanno diritto che la Chiesa ricordi la loro origine, ma anche la loro destinazione[16].

«Una sola è la strada dell'uomo, e questa è Cristo, che ha detto "Io sono la via" (Gv 14, 6). Egli è la strada della verità, la via della vita»[17].

La parola che la Chiesa rivolge ai giovani è una sola: Gesù. Su questo occorre chiarezza, senza mistificare i discorsi o svuotarli di significato.

«L'obiettivo fondamentale che la Chiesa persegue - afferma il Papa - è la conversione a Cristo di ciascun essere umano, perché "non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati" (At 4, 12). Occorre che i giovani di oggi superino la paura di incontrare Cristo, quasi fosse un motivo di soffocamento di ciò che è autenticamente umano. Cristo è l'uomo perfetto, la verità totale dell'uomo; e concedersi a Lui significa recuperare, sanare e recare a compimento la persona nella sua genuinità»[18].

Una radicale disponibilità

La fede è soprattutto un incontro: incontro di Cristo con ogni singolo uomo. È Lui la strada che conduce alla pienezza della gioia. È Lui l'unica autentica risposta a dei giovani apparentemente senza problemi, stanchi di vivere e che scelgono volontariamente la morte. Non esiste altro segreto di vera riuscita, non c'è vera pace senza di Lui[19].

«L'incontro col Signore Gesù avviene normalmente attraverso l'incontro con una comunità ecclesiale unita, solida, attiva e lieta: capace di esprimere la componente umana in tutta la sua ricchezza. Occorre poi che il giovane credente senta la fierezza della sua identità ed assuma davanti al mondo un sereno atteggiamento critico che, mentre sa scorgere i valori di verità e di grazia disseminati dallo Spirito nei cuori di tutti gli uomini, abbia anche il coraggio di rifiutare i non-valori che la cultura circostante comporta. L'ideale non è di essere e di agire come gli altri, ma di essere e di agire come Cristo vuole, non rinunciando all'annuncio scomodo ma affascinante del Vangelo»[20].

«Seguire Gesù - e su questo il Papa non attutisce il discorso né inganna i suoi interlocutori - richiede certamente coraggio e perseveranza; esige cambiamento di mentalità e rinuncia allo spirito del mondo. È scelta chiara dei valori spirituali immutabili e ciò non pare facile, non è mai facile, ma non è impossibile»[21].

È pertanto necessario entrare in rapporto personale, nel silenzio e nella solitudine, con il Signore. «Quando ormai sarà notte fonda - afferma il Papa -, la musica ed il canto lasceranno spazio all'adorazione silenziosa dell'Eucaristia. Alla musica, al canto subentreranno il silenzio e la preghiera. Gli occhi ed il cuore si fisseranno sull'Eucaristia. Lasciate che Gesù, presente nel Sacramento, parli al vostro cuore. È Lui la vera risposta della vita che cercate»[22].

In questa chiamata a seguire Gesù, che è il proprio di ogni cristiano, «la pedagogia cristiana deve portare il giovane a un atteggiamento di disponibilità radicale nei confronti delle diverse vocazioni possibili, compresa quella al sacerdozio ministeriale o alla vita di particolare consacrazione. ... La Chiesa, dunque, deve proporre ai giovani tutte le possibili vocazioni cristiane perché ciascuno si impegni a rispondere a Dio sulla strada su cui Egli lo chiama»[23].

A Reggio Emilia, nell'incontro con i ragazzi ed i giovani delle scuole medie e superiori, il Papa riprenderà l'argomento, parlando dei consigli evangelici della povertà, della castità e dell'obbedienza che «sono come atteggiamento interiore, una proposta offerta a tutti; come linea ascetica, un'indicazione particolarmente necessaria ai giovani, che vogliono prepararsi seriamente al matrimonio e alla vita di famiglia; come stato di vita, costituiscono la condizione di chi, rispondendo alla vocazione del Signore, vuole raggiungere la piena libertà di spirito e consacrarsi totalmente al servizio di Dio e dei fratelli»[24].

Conoscendo il contesto socio-culturale-economico dell'Emilia-Romagna, si comprende il coraggio e l'audacia evangelica di Giovanni Paolo II quando propone, non in astratto, ma rivolto ai giovani concreti di questa società del consumismo, il discorso vocazionale: «Voi, giovani, vivete la scelta vocazionale non tanto e non solo come problema di inserimento nella società e nella Chiesa, ma soprattutto come risposta alla predilezione di Cristo, che non ha esitato minimamente ad offrire la vita in favore vostro e dell'intera umanità e vi predilige a tal punto da chiedervi di essere suoi collaboratori, ciascuno in un suo ruolo specifico, tutti restando però nell'alveo del suo unico amore»[25].

La forza del convincimento personale è messa particolarmente in evidenza dal Papa. V'è, infatti, il rischio che un forte spirito comunitario non fondato su scelte autenticamente personali possa creare un vuoto nei momenti cruciali e decisivi della vita, quando un uomo è chiamato a dare la sua risposta in prima persona. Inoltre, oggi, nel vuoto dei valori può essere forte il rischio che l'elemento emozionale prevalga su quello razionale fino ad annullarlo e che le scelte rimangano deboli e passeggere poiché non sostenute da motivazioni razionali.

Cosciente di questi pericoli, il Papa si rivolge ai giovani riuniti a Ravenna: «Tenete in onore la mente. Abbiate sete di verità e coraggio per cercarla a costo anche di grandi sacrifici. Se si possiede la verità, meglio, se si è da essa posseduti, non c'è nulla al mondo che possa fare paura: nella verità si ha la certezza della propria salvezza. Non vi illudete: la moltitudine non vi sostituirà mai nelle questioni decisive. Amate la comunità come voi stessi, ma per trovare voi stessi, perché solo trovando voi stessi, voi potrete aiutare gli altri a non smarrirsi»[26].

La vocazione ad essere uomini

La decisione personale si accompagna ad una conoscenza di se stessi. E questa conoscenza è possibile - e qui Giovanni Paolo II accenna all'analisi agostiniana del cognoscere te, cognoscere me e dell'inquietum cor - solo nella misura in cui si conosce ed ama Dio. «In questa tensione - conclude il Papa - si realizza la nostra vocazione di essere uomo. Si realizza questo essere di più. Viviamo in una civiltà che, in un certo senso, preferisce, privilegia l'avere, l'avere di più; allora ciascuno di noi deve sempre riscoprire in se stesso la necessità di essere di più, perché questa è la vera finalità della nostra esistenza umana»[27].

Giovanni Paolo II colloca il discorso della filosofia dell'essere all'interno dell'analisi del mondo che alla fine del XX secolo ha assistito al crollo delle utopie e delle ideologie di cui si era nutrito. «La generazione del terzo millennio - afferma il Papa - non deve conoscere certi orrori che hanno segnato a sangue questo nostro secolo»[28].

Così si rivolge ai giovani riuniti a Ferrara: «Mentre attorno a voi franano le ideologie legate a progetti storici limitati e passano le mode, voi non potete non avvertire anche l'inadeguatezza della civiltà dei consumi che privilegia l'avere sull'essere. Fate vostra, allora, la sete di essere, di essere più non solamente avere più. Subordinatamente si deve avere, ma per essere più»[29].

Sul piano più propriamente accademico Giovanni Paolo II, parlando agli studenti dell'Università di Bologna, mette in guardia da uno studio finalizzato ad un maggior avere, uno studio inserito in un progetto consumistico. A questi studenti il Papa s'indirizza così: «L'itinerario accademico può essere concepito esclusivamente come progetto di acquisizione di capacità e conoscenze in vista della propria affermazione sociale e del proprio tornaconto: ma questo umilierebbe in modo drammatico il senso dello studio e della ricerca, certamente orientati anche a dare a ciascuno una possibilità di lavoro, ma primariamente finalizzati all'avanzamento nella conoscenza e alla promozione di capacità e competenze da porre al servizio dell'intera comunità umana, a partire dalle sue membra più deboli. Evitate questi pericoli tenendovi aperti con passione al desiderio e alla ricerca della verità. Sarà proprio questa passione di verità a rinnovare le vostre forze intellettuali e spirituali e a consentirvi di superare le difficoltà che possono venirvi anche dalle deficienze del sistema e dalla inadeguatezza delle strutture. La stessa passione per la verità vi persuaderà che gli studi superiori non possono risolversi in un cumulo di informazioni e che non ci si può rassegnare a quella frammentazione del sapere, che è il rischio conseguente alla specializzazione propria delle scienze moderne»[30].

In questa apertura ad un essere di più si coniugano, nella visione antropologica di Giovanni Paolo II, il desiderio di libertà e la sete di verità.

Giovanni Paolo II ai giovani riuniti in Piazza Maggiore a Bologna ricorda: «Soltanto "la verità vi renderà liberi" (Gv 8, 32). Soltanto la verità ha la forza di trasformare il mondo nella direzione dell'autentico progresso e del reale umanesimo»[31].

Passione della verità e desiderio di libertà chiedono una risposta. In che cosa consistono il vero perfezionamento e il vero sviluppo, la vera attuazione e la vera realizzazione della nostra libertà? Il Papa risponde: «La pienezza della libertà è amore. Noi siamo liberi per amore: se noi attuiamo l'amore, se noi cresciamo nell'amore autentico durante la nostra vita, noi facciamo crescere la nostra libertà, facciamo attuare la nostra libertà nel modo proprio al suo destino»[32].

La pienezza della verità coincide con la pienezza della libertà. E la pienezza della libertà è la pienezza dell'amore.

Questo percorso è l'unico che ridà senso alla vita. Perché quando si entra in questa visione si superano tutte le frustrazioni, il non senso, l'assurdo della vita. Giovanni Paolo II ribadisce infatti che «una vita senza ideali, non permettendo alla persona di esprimere positivamente le sue molteplici potenzialità, può facilmente trasformare queste energie in tensioni negative di aggressività e di violenza, sia individuale che collettiva»[33].

Vivere la propria vita

Il Papa, parlando ai giovani, dimostra il coraggio di indicare i grandi ideali, di parlare sempre in una visione di prospettive storiche ed universali. Si sente nei suoi discorsi questo slancio di grande respiro che colloca tutti gli eventi in una visione che, pur partendo dal particolare concreto, è capace di trascenderlo in un'apertura verso l'Eterno e l'Infinito; verso la Bontà, la Verità, la Bellezza assoluta, l'Amore; verso quella Libertà perfettissima che è Dio stesso. In queste dimensioni e con questo slancio, il Papa con forza, contro tutti i profeti delle filosofie del nulla e della disperazione, afferma: «Vale la pena di vivere la vita. Perché la vita ha una sua finalità, finalità stupenda»[34].

Questa finalità la si incontra laddove soffia il vento. «Però non nel vento che tutto disperde nei vortici del nulla, ma nel vento che è soffio e voce dello Spirito, voce che chiama e dice vieni! (cfr. Gv 3, 8; Ap 22, 17)»[35].

Solo i grandi ideali danno senso alla vita, ridanno il gusto di vivere e di lottare.

«Alzate lo sguardo - proclama il Papa - e allargate gli orizzonti della vostra osservazione. Eventi sorprendenti stanno cambiando il volto della storia; speranze di pace si intrecciano a minacce di distruzione e di violenza. Si avverte ineluttabile il bisogno di un impegno concreto per la giustizia e la solidarietà. Questa sete di un nuovo ordine morale diventa dimensione costruttiva della sensibilità e della spiritualità dei giovani di tutti i continenti. Solo se vi sentite protagonisti di un vasto disegno di rinnovamento e di pace, troverete la forza per affrontare i problemi di ogni giorno, risolvendoli alla luce dei grandi ideali, sorretti dai valori dello spirito che vi permetteranno di costruire un mondo nuovo, una nuova umanità»[36].

I grandi valori, gli orizzonti sempre più vasti, non si raggiungono senza il realismo della quotidianità, senza la fatica del giorno per giorno, senza la fedeltà alle piccole cose, senza il coraggio del cotidie morior[37] che solo rende possibile il raggiungimento delle mete più ardite.

Giovanni Paolo II ricorda, citando sant'Agostino: nulla «si realizza in un giorno, né può essere frutto di entusiasmo momentaneo. La strada resta sempre faticosa, ma se confiderete nel Cristo, non verranno mai meno le forze. E anche si comincia ad amare la fatica. "Dove c'è l'amore - diceva sant'Agostino - non si sente la fatica e anche quando c'è la fatica si ama questa fatica"»[38].

E parlando ai giovani riuniti a Bologna per il XXIII Congresso Eucaristico Nazionale riaffermerà con forza: «Ai crocicchi in cui si intersecano i tanti sentieri delle vostre giornate, interrogatevi sul valore di verità di ogni vostra scelta. Può succedere, talora, che la decisione sia difficile e dura, e che la tentazione del cedimento si faccia insistente. Capitò già ai discepoli di Gesù, perché il mondo è pieno di strade comode e invitanti, strade in discesa che s'immergono nell'ombra della valle, dove l'orizzonte si fa sempre più ristretto e soffocante. Gesù vi propone una strada in salita, che è fatica percorrere, ma che consente all'occhio del cuore di spaziare su orizzonti sempre più vasti. A voi la scelta: lasciarvi scivolare in basso verso le valli di un piatto conformismo o affrontare la fatica dell'ascesa verso le vette su cui si respira l'aria pura della verità, della bontà, dell'amore»[39].

Giovanni Paolo II fa propria, e lo ripete in differenti occasioni, la filosofia dell'essere, con un conseguente primato dell'essere sull'agire. L'agire è consequenziale all'essere dell'uomo, dell'«uomo nuovo aperto verso il Padre»[40]. In questa linea «sono necessari percorsi educativi che non insistano soltanto sul dover essere, ma anche e innanzitutto sull'essere. Se l'insistenza dell'iniziazione cristiana vertesse soltanto sull'aspetto morale, trascurando la realtà nuova del battezzato, che in Cristo diventa una "nuova creatura" (cfr. 2Cor 5, 17), vi sarebbe veramente il rischio di scivolare in uno sbiadito moralismo»[41].

La formazione dell'uomo nuovo è il primo compito, la prima missione di ognuno di noi. Al dono che ci viene dall'alto e ci sollecita verso l'alto deve seguire la risposta della nostra volontà, cioè la nostra personale collaborazione. «Quel cercare le cose di lassù è inscritto nella struttura stessa dell'uomo, che vive nella piena dimensione della sua umanità solo quando è capace di superare se stesso con la forza della verità e dell'amore. ... Solo dopo che ci è stata tale formazione con la forza della stessa verità e dell'amore, deve essere promossa la trasformazione del mondo...: la famiglia, anzitutto; poi l'ambiente degli amici, l'ambiente della scuola, il luogo di lavoro, il mondo della cultura, la vita sociale, la vita nazionale»[42].

La fede non resta mai, se è autentica fede cattolica, un fatto privato senza rilevanza culturale, senza riscontro nel mondo esterno alla coscienza del credente. Al contrario, «la fede deve generare la cultura; deve cioè portare ad affrontare i problemi e a vivere le situazioni in modo coerente alla propria convinzione cristiana»[43]. Perché «all'essere devono seguire le opere. Le opere manifestano e trasmettono la fede con l'aiuto dello Spirito»[44].

In Emilia-Romagna, nonostante un forte processo di secolarizzazione in atto, il Papa tiene presente e suppone che «i fondamentali valori umani del cristianesimo sono radicati anche nelle coscienze di chi si dice agnostico o non credente»[45].

A partire da questa considerazione si nota la forza e la chiarezza della proclamazione evangelica del Papa. Ma queste non sono caratteristiche solo dei discorsi ai giovani in Emilia-Romagna. Esse sono proprio le caratteristiche ed il coraggio di questo Papa.

In questo senso ci sembra che i discorsi ai giovani presi in esame non sfuggano all'insieme della visione di Giovanni Paolo II. Una visione che il filosofo Massimo Cacciari, «laico e con la piena consapevolezza e l'onestà intellettuale di ammettere di non saper cosa dire, almeno oggi»[46], così sintetizza: «Ormai siamo di fronte a scelte radicali che non ammettono più politiche di compromesso o di dilazione. Di fronte a determinati problemi ... bisogna assumersi la responsabilità di "portare la spada", cioè di costringere ad aut aut. È questo ciò che il Papa fa. ... Le vie di mezzo hanno il fiato corto e sono destinate ad essere spazzate via dagli eventi»[47].

Se ad uno spirito laico è permesso di non sapere cosa dire, guai se, soprattutto nel tempo d'oggi, il credente non avesse il coraggio di indicare il cammino. Specialmente quando cala la sera. Ed è questo che, anche con i giovani dell'Emilia-Romagna, Giovanni Paolo II ha fatto.

Emilio Grasso


[1] I discorsi pronunciati dal Santo Padre, riportati in tutto il testo, sono tratti dagli Insegnamenti di Giovanni Paolo II, I-XXVIII, Libreria Editrice Vaticana 1979-2006. Essi saranno citati con Insegnamenti.
[2] Giovanni Paolo II, Bologna: il discorso durante l'incontro con i giovani presso il Centro agroalimentare (27 settembre 1997), in Insegnamenti, XX/2, 417.
[3] Giovanni Paolo II, Bologna: il discorso durante l'incontro..., 418.
[4] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù nella Cattedrale di Carpi (3 giugno 1988), in Insegnamenti, XI/2, 1749.
[5] Giovanni Paolo II, Cesena: al termine della fiaccolata al Santuario della Madonna del Monte (9 maggio 1986), in Insegnamenti, IX/1, 1329.
[6] Cfr. Giovanni Paolo II, Incontro con gli universitari nella Piazza di San Petronio a Bologna (7 giugno 1988), in Insegnamenti, XI/2, 1906.
[7] Giovanni Paolo II, «Mi congratulo con te, Modena, per questa assemblea di giovani» (3 giugno 1988), in Insegnamenti, XI/2, 1759.
[8] Cfr. Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1748.
[9] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1746.
[10] Giovanni Paolo II, Incontro con gli universitari..., 1899-1900.
[11] Giovanni Paolo II, Ai giovani del «Progetto-Uomo» (11 maggio 1986), in Insegnamenti, IX/1, 1383.
[12] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1749.
[13] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1749.
[14] Giovanni Paolo II, Il discorso ai giovani della Romagna riuniti nell'ippodromo di Ravenna (11 maggio 1986), in Insegnamenti, IX/1, 1390.
[15] Cfr. Giovanni Paolo II, Modena: alle comunità dell'Università, dell'Accademia Militare e delle scuole cittadine (4 giugno 1988), in Insegnamenti, XI/2, 1761-1763.
[16] Cfr. Giovanni Paolo II, Il discorso ai giovani della Romagna..., 1387-1389.
[17] Giovanni Paolo II, Bologna: il discorso durante l'incontro..., 418.
[18] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1743.
[19] Cfr. Giovanni Paolo II, La consegna alla gioventù di Ferrara nell'incontro in Piazza Ariostea (23 settembre 1990), in Insegnamenti, XIII/2, 719.
[20] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1743.
[21] Giovanni Paolo II, La consegna alla gioventù di Ferrara..., 719-720.
[22] Giovanni Paolo II, Bologna: il discorso durante l'incontro..., 419.
[23] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1745.
[24] Giovanni Paolo II, Reggio Emilia: consegna ai ragazzi ed ai giovani delle scuole medie e superiori (6 giugno 1988), in Insegnamenti, XI/2, 1844-1845.
[25] Giovanni Paolo II, Reggio Emilia: consegna ai ragazzi ed ai giovani..., 1845.
[26] Giovanni Paolo II, Il discorso ai giovani della Romagna..., 1391.
[27] Giovanni Paolo II, Modena: alle comunità dell'Università..., 1766-1767.
[28] Giovanni Paolo II, Il discorso ai giovani della Romagna..., 1390.
[29] Giovanni Paolo II, La consegna alla gioventù di Ferrara..., 721.
[30] Giovanni Paolo II, Incontro con gli universitari..., 1902-1903.
[31] Giovanni Paolo II, Ai giovani, in Piazza Maggiore (18 aprile 1982), in Insegnamenti, V/1, 1238.
[32] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1749-1750.
[33] Giovanni Paolo II, Incontro con gli universitari..., 1900.
[34] Giovanni Paolo II, Ai giovani del «Progetto-Uomo»..., 1384.
[35] Giovanni Paolo II, Bologna: il discorso durante l'incontro..., 418.
[36] Giovanni Paolo II, La consegna alla gioventù di Ferrara..., 720.
[37] Cfr. 1Cor 15, 31.
[38] Giovanni Paolo II, La consegna alla gioventù di Ferrara..., 721.
[39] Giovanni Paolo II, Bologna: il discorso durante l'incontro..., 418-419.
[40] Giovanni Paolo II, Ai giovani, in Piazza Maggiore..., 1236.
[41] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1744.
[42] Giovanni Paolo II, Ai giovani, in Piazza Maggiore..., 1236-1237.
[43] Giovanni Paolo II, Incontro con gli universitari..., 1904.
[44] Giovanni Paolo II, Le risposte alle domande della gioventù..., 1744.
[45] Giovanni Paolo II, Il discorso ai giovani della Romagna..., 1389.
[46] U. De Giovannangeli, «Wojtyla sa portare la spada contro la miseria della politica». Massimo Cacciari sulla missione pontificia, in «l'Unità» (25 agosto 1994) 17.
[47] Cfr. U. De Giovannangeli, «Wojtyla sa portare la spada..., 17.

30/04/2011
 

 
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