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Don Divo Barsotti e il Concilio Vaticano II
 

 

Dal lontano Paraguay, ho letto con interesse l'articolo di Sandro Magister, Tornare al Concilio! A quello di Calcedonia del 451, segnalato con newsletter del 19 febbraio 2009.

Non v'è dubbio che il problema dell'interpretazione del Concilio Vaticano II costituisca ancor oggi uno dei punti cruciali del dibattito teologico.

Dal mio limitatissimo campo d'osservazione, noto che del Concilio si parla e straparla. Poco o niente ne conosce il popolo. Inoltre i documenti del Magistero, come qualsiasi altro documento, più che letti vanno studiati ed approfonditi per comprenderli nella loro genesi.

L'articolo di Sandro Magister mi ha riportato alla mente il breve excursus che scrissi nella mia tesi di dottorato in missiologia, sulle opere di don Divo Barsotti, alla Pontificia Università Gregoriana nel 1986[1].

Io non sono un teologo di professione. Mi considero poco più e molto meno di un autodidatta.

Mi è, però, parso importante, in coincidenza con l'articolo di Sandro Magister, ripubblicare quel breve excursus, che potrebbe essere un modestissimo contributo al rinnovato interesse per il dibattito in corso.Don Divo Barsotti ed Emilio

Ad esso premetto una lettera che lo stesso don Divo mi inviò il 7 giugno 1986.

Poco prima della sua morte, egli, che ormai cominciava ad essere maggiormente conosciuto e citato, volle scrivermi ancora una volta per darmi atto dell'essere stato il primo a scrivere su di lui in ambiente accademico. Riporto un brano di quella lettera:

"Tu sei stato il primo a scrivere qualcosa su di me, e te ne sarò sempre grato... Favore e stima, e anche entusiasmo, che oggi mi accompagnano... fino a ieri ero un balordo proscritto... Ma certo nessuno come te mi è stato fedele nell'amicizia. Te ne sarò sempre grato"[2].

A distanza di anni mi sembra che esista una certa coincidenza di vedute tra il pensiero di don Barsotti e quello del Card. Ratzinger. Questa certa sintonia fu sottolineata dallo stesso Sandro Magister, in un articolo del 28 agosto 2007, in cui scriveva: "È fortissima la somiglianza tra le diagnosi sul Concilio e il dopoconcilio formulate da Barsotti e da Ratzinger prima e dopo la sua elezione a papa, da ultimo nel colloquio del 24 luglio scorso con i preti del Cadore"[3].

Come testimonianza personale, rimando ad un brano di una lettera che l'allora
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Card. Joseph Ratzinger, m'inviò dopo aver letto la mia tesi dottorale:

"Il Suo lavoro manifesta soprattutto amore a Dio, origine della missione della Chiesa, di ogni cristiano e centro della Sua vita e missione personale. Mi auguro che l'opera da Lei iniziata, fondata su queste salde radici, possa estendersi fino alle estremità della terra"[4].

Emilio Grasso


[1] Cfr. E. Grasso, Fondamenti di una spiritualità missionaria. Secondo le opere di Don Divo Barsotti, Università Gregoriana Editrice (Documenta Missionalia 20), Roma 1986.
[2] Cfr. M. G. Furlanetto, Sulle strade del mondo è il Volto che ci guida. Elementi antropologici di una spiritualità missionaria nelle opere di Emilio Grasso, Centre d'Études Redemptor hominis, Mbalmayo 2000, 15.
[3] Cfr. S. Magister, Divo Barsotti, un profeta per la Chiesa d'oggi, in http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/163161
[4]
Cfr. M. G. Furlanetto, Sulle strade del mondo è il Volto che ci guida..., 15.
 

S. Sergio, 7 giugno 1986 *

Carissimo don Emilio,

sono felicissimo che la prima tesi sulle mie opere abbia come argomento "i fondamenti di una spiritualità missionaria". E questo per due motivi. Il primo, ed è forse quello che sarebbe bene tacere, è che da seminarista e da giovane sacerdote ho creduto di avere una vocazione missionaria e anche oggi, che ormai sono tanto avanti negli anni, sento vivo il rimpianto di non essere andato in missione. Il secondo è che la tesi mi fa sentire quanto è buono il Signore che ha voluto che tu, che hai dato tanti missionari alla Chiesa del Cameroun, del Paraguay..., abbia cercato nei miei scritti quanto poteva animare una vocazione missionaria. È come se la tua risposta fosse oggi la mia stessa risposta.

Certo il lavoro è scientificamente serio e oggettivo, e tuttavia: possiamo mai scrivere senza che i nostri scritti non abbiano un qualche carattere autobiografico, sia pur segreto? Nel tuo studio rilevo l'incontro di due anime: della mia e della tua. I professori che hanno decretato per te la laurea "summa cum laude", divinano soltanto quale dono di amore sia per me la tua tesi. Non posso e non voglio essere io a giudicarla sul piano scientifico; una cosa io sento leggendola: che è dono di amore perché è frutto di amore. Hai letto e meditato tutti i miei scritti, nulla ti è sfuggito di quello che ho stampato. Non hai letto con distacco interiore e tanto meno con spirito polemico, ma con quella attenzione amorosa che realizza sempre una comunione vera e profonda.

Hai cercato di scoprire le fonti del mio pensiero. Ognuno di noi deve la sua vita spirituale a innumerevoli incontri, ma forse è più vero che Uno solo è lo Spirito che ci dona la vita e l'alimenta.

Mi ricordo lo stupore che ebbi quando conobbi i libri di Durrwell, mi sembrò di averli scritti io stesso, tanto quel pensiero esprimeva in modo più sistematico, quello che io avevo già scritto o pensato. Ho sempre avuto vivo il senso di un'azione segreta dello Spirito che, prima ancora che ne prendessimo coscienza, ci univa tutti in un lavoro comune. Del resto è quel medesimo Spirito che mi fece incontrare e conoscere personalmente fino dal 1955 Bouyer e Daniélou, poi, più intimamente e con maggiore venerazione, von Balthasar. Sono questi gli autori, insieme a de Lubac, che hoJules Monchanin maggiormente amato. Con loro ho frequentato i Padri orientali. Mi ha tentato la loro spiritualità, e fra i moderni, gli startzj russi e i mistici indù. Monchanin non seppe mai che, forse, sarei stato il suo primo compagno, se non fosse stato invaso il Belgio, proprio quando dovevo andare da P. Boland con l'abbé Sohier per prepararmi a partire per l'India.

Quale immensa comunione è la vita! In Italia Dio mi ha messo in contatto col P. Russolillo, con Mons. Facibeni, mi sono sentito amato dal Card. Dalla Costa e Dio ha voluto legarmi a Marcello Candia, a Giorgio La Pira, a Ezio Franceschini, a Giuseppe Dossetti...

A tutti io sento di dovere qualcosa. E come posso sdebitarmi, se non donando a mia volta qualcosa? Certamente è assai meno di quello che ho ricevuto; è comunque quello che io sono, perché nulla si può veramente ricevere, se non diviene nostro, anzi se non diviene noi stessi. Proprio attraverso questa meravigliosa comunione di amore che è la vita, l'uomo, al contrario di perdersi, realizza il suo essere nella sua singolare unità.

Il lavoro che hai fatto, caro Emilio, se riconosce i miei debiti, riconosce anche quello che io sono, anche se, mi sembra, altro sarebbe da dire, ma non sarebbe più teologia e spiritualità missionaria. Una cosa posso dirti comunque: ed è che in queste pagine io mi ritrovo e mi riconosco. E non posso che ringraziarti per tutto quello che hai scritto.

Non è vanità guardarsi allo specchio, se lo specchio non riflette quello che sei, ma il volto del Cristo nel quale tu devi trasformarti - e non puoi trasformarti che guardando quel Volto.

Sac. Divo Barsotti

* Pubblicata in E. Grasso, Fondamenti di una spiritualità missionaria..., 9-10.
 


*********

 
EXCURSUS: DIVO BARSOTTI E IL CONCILIO*
 

Nella seconda metà degli anni '60, esplosero, in forme preoccupanti, fermenti che già si erano manifestati durante il Concilio. Intervennero, per avvertire certi pericoli, uomini al cui pensiero ancheHans Urs von Balthasar il Barsotti aveva attinto. Citiamo tra gli altri de Lubac, Daniélou, Balthasar, Bouyer ed anche Maritain e von Hildebrand, quantunque il pensiero degli ultimi due non abbia giocato molto nella formazione intellettuale del Barsotti1.

Come è di sua abitudine il Barsotti sparge i suoi pensieri in varie pubblicazioni. Sul tema del Concilio possiamo attingere sostanzialmente agli articoli da lui scritti per L'Osservatore Romano, nel periodo 19 marzo - 12 dicembre 1969, e poi raccolti nel libro Dopo il Concilio, e a quelli scritti per qualche altra rivista italiana.

Il pensiero del Barsotti si fa carico di due tematiche di fondo:

a) la santità come chiave interpretativa del Concilio;

b) la lettura dei temi conciliari nella continuità della vita della Chiesa.

Barsotti, fedele alla sua visione teologica che vede il Magistero della Chiesa al servizio della proclamazione della parola, ed il santo come la chiave ultima d'interpretazione della Scrittura, trova proprio nei santi gli autentici esegeti del Concilio. Saranno per lui, infatti, i nuovi vescovi, i nuovi dottori, i nuovi apostoli e missionari e i nuovi laici quelli che diranno cosa fu il Concilio2.

Egli sottolinea il dato della continuità di questo Concilio nella vita della Chiesa e lo vede come lo vide e volle Giovanni XXIII, un Concilio cioè che "dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l'insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione... compie un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze"3.

Per Barsotti questo balzo in avanti, questo rinnovamento della Chiesa sarà il frutto della santità, frutto dato dagli uomini nuovi4.

Egli mette in guardia da chi attende il rinnovamento della Chiesa senza che prima siano nati gli uomini nuovi. Le strutture della Chiesa sono frutto degli uomini nuovi e non viceversa5. Il rinnovamento è opera dello Spirito, nasce dall'intimo. La legge può riconoscerlo quando è avvenuto o eliminare gli ostacoli, ma di per sé non lo produce6.

Ora, per una legge di continuità che governa la Chiesa, Barsotti vede degli "uomini nuovi" anche tra coloro che hanno preparato il Concilio con la loro vita spesso contraddetta, con quello che essi avvertirono e suggerirono, quello che fecero attraverso incomprensioni ed ostacoli. Ed indica in maniera esemplificativa Beauduin, Casel e Guardini, il card. Suhard, Paul Couturier, Padre Lebbe, Massignon e Monchanin e, pur non condividendone il pensiero, Teilhard de Chardin per l'impulsoGiovanni XXIII dato al dialogo della Chiesa con il mondo. Ma soprattutto indica nella testimonianza di Giovanni XXIII, umile e docile all'azione dello Spirito, improntata a sereno ottimismo, sempre sollecita di vero amore a Dio e agli uomini, una chiave fondamentale di lettura del Concilio7.

Questa legge di continuità nella vita della Chiesa è la seconda idea cardine, accanto a quella dell'attenzione ai santi, per leggere correttamente e in profondità il Concilio. Per Barsotti si deve temere sempre di un pensiero che non voglia essere in continuità non solo con la fede, ma anche con la teologia del passato8.

Egli non vede il Concilio né come un punto di partenza segnato da un mitico anno zero, né come un punto terminale d'arrivo, quasi che con il Vaticano II tutto si comincia a dire o tutto si è definitivamente detto. La più profonda penetrazione del Mistero che ci dona lo Spirito Santo - scrive il Barsotti - non esclude né quanto ci aveva insegnato, né preclude nuove e più mirabili comprensioni del Mistero stesso. Né tantomeno può essere presa una qualche espressione a sé stante del Concilio per fondare tutta una nuova teologia9.

In questa linea, Barsotti rifiuta d'essere incasellato nella contrapposizione conservatori-progressisti. L'una posizione o l'altra gli suona come una rinunzia ad essere l'albero vivo di cui parla il Vangelo; vivo perché affonda le radici nel passato e sale ogni giorno più al cielo nei suoi rami e produce sempre nuovi frutti di vita10.

Egli vede dunque il Concilio non come un momento di rottura inaugurante un'età nuova, ma come elemento vivo nella tradizione della Chiesa e come tale va accettato11. In questo contesto più ampio va letto il Concilio, cercando di armonizzare in una sintesi vasta, profonda e organica l'insegnamento di quest'ultimo con quello di tutti gli altri precedenti12.

Barsotti è cosciente che il Concilio ha suscitato, come era prevedibile, "un certo terremoto"13. Già in Concilio v'era stata un'aspra battaglia. E per lui la vittoria autentica della verità non era mai stata una testimonianza di trionfo, ma frutto d'una travagliata sofferenza14.

Ad un Concilio così importante non poteva mancare l'azione delle forze del male che tentano di travolgere la grazia di Dio. "C'è da pensare - scrive - che lo sforzo di Satana tenda a fare sì che la luce data da Dio attraverso questa grande assise contribuisca a mettere in pericolo la fede di molti"15.

Ora Barsotti, in faccia a certe tensioni post-conciliari, a certi momenti di sconcerto, a certi sacerdoti che sembrano influenzati da dottrine strane e originali, afferma che bisogna distinguere tra Concilio Ecumenico e quelli che parlano in nome del Concilio, credendo di essere gli interpreti autentici di quella parola.

Egli mette in guardia non dal Concilio ma da quanti, per prurito di novità, manifestando una certa superficialità teologica, trovano nel Concilio solo un pretesto per indurre sempre in nuove verità o dare insegnamenti che vadano oltre quello che il Concilio stesso ha insegnato. Questa tendenza egli la riscontra soprattutto in coloro che parlano d'una Chiesa post-conciliare, come se la Chiesa possa dividersi in ante e post-conciliare16.

Qui ritorna sempre la mentalità di fondo del Barsotti poco sensibile ai mutamenti storici, poco attenta all'apporto delle scienze umane e più orientata al dato immutabile e sostanziale della questione. Al di là di questa mentalità di fondo rimane un grande problema teologico: egli teme unAssemblea del Concilio Vaticano II nuovo trionfalismo che, evacuando il mistero della croce, si attende dal Concilio la soluzione di tutti i problemi. Egli scorge in certi spiriti l'antica tentazione di confondere il segno con la Realtà, l'identificazione tout court della Chiesa visibile con quella invisibile, svuotando così l'attesa e la speranza di una manifestazione di quello che anche oggi rimane nascosto17.

Da qui sorgono le impazienze, le delusioni e il furore iconoclastico verso la Chiesa di ieri, di certi innovatori che non vedono nel segno la Realtà sperata. Ma da qui anche le impazienze e le delusioni dei tradizionalisti, i quali dimenticano che l'unità e indefettibilità della Chiesa come vuole la comunione con i Santi di ieri, così esige che non ci si separi dalla Chiesa di oggi, perché è questa Chiesa di oggi il segno che conduce alla Realtà ultima18.

La Chiesa è segno, ma quando il segno sostituisce la Realtà, l'uomo ha già accettato la sua alienazione, perché ha già rinunciato alla salvezza escatologica.

La ricerca d'una efficacità del cristianesimo sul piano storico e sociale non può mai far dimenticare la tensione che esiste tra segno e Realtà.

Solo nella purezza della fede, per la quale l'uomo attende in obbedienza il compimento ultimo come grazia, il rapporto tra segno e Realtà diventa reale e supera le impazienze dei progressisti e dei conservatori19.

Nelle altre opere, soprattutto nei libri ad uso interno della comunità, varie volte il Barsotti accennerà ai documenti del Concilio o al Concilio nel suo insieme. Ma la sua visione di fondo non subirà mutamenti. Egli diffiderà delle impazienze di chi aspetta il rinnovamento della Chiesa da questo o quel documento, da una traduzione in lingua nazionale o dalla semplice abolizione di riti incomprensibili. Egli, ancor di più, si affida al rinnovamento della teologia e al ripensamento della dottrina spirituale, rinnovamento che non può mai precedere, bensì soltanto seguire e riflettere, il mistero del santo che rende palpabile e visibile il Concilio20.

 

* Pubblicato in E. Grasso, Fondamenti di una spiritualità missionaria..., 45-49.
 

1 Cfr. H. de Lubac, L'Église dans la crise actuelle, Paris 1969; H. U. von Balthasar, Cordula oder der Ernstfall, Einsiedeln 1966; J. Danielou, Nouveaux Tests, Paris 1970; L. Bouyer, La décomposition du Catholicisme, Paris 1968; J. Maritain, Le Paysan de la Garonne, Paris 1966; D. von Hildebrand, Das tropanische Pferd in der Stadt Gottes, Regensburg 1968.
2 Considerazioni generali sul significato e il valore del Concilio, in Humanitas 21 (1966) 111.
3 Giovanni XXIII, Discorso di apertura del Concilio, in Enchiridion Vaticanum, I, Bologna 1966, 45*.
4 Dopo il Concilio..., 111. Scriverà a anni di distanza dalla chiusura del Concilio: "La vita cristiana nelle sue forme è precisamente opera dello Spirito Santo che vive nel cuore dell'uomo. Di qui il fatto che io non creda nel rinnovamento della chiesa per il moltiplicarsi dei ‘motu proprio' e delle leggi. Non deriva di qui il rinnovamento della chiesa! Il rinnovamento della chiesa e perciò l'attuazione del Concilio, più che dagli ordini di Roma, deriva dai santi...", "Questo è il mio testamento"..., 139.
5 Dopo il Concilio..., 7.
6 Ibid., 8.
7 Considerazioni generali..., 113.
8 Dopo il Concilio..., 18.
9 Ibid., 40.
10 Ibid., 80.
11 Riflessioni dopo il Concilio, in Ora et Labora 23 (1968) 134.
12 Ibid., 132.
13 Immaturità del laicato, in Humanitas 22 (1967) 812; Il miracolo della fede, in Ora et Labora 29 (1974) 51.
14 Ebbi a cuore l'eterno..., 201.
15 Riflessioni dopo..., 130. Da notare che questo articolo precede di quattro anni l'omelia di Paolo VI (29 giugno 1972) nella quale il S. Padre affermava di avere la sensazione che "da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio", in Insegnamenti di Paolo VI, X, 1972, Tipografia Poliglotta Vaticana 1973, 707.
16 Riflessioni dopo..., 130-131; "Questo è il mio testamento"..., 54.
17 Dopo il Concilio..., 45.
18 Monsignor Lefebvre insiste nelle critiche al papa, in Avvenire (10 dicembre 1983) 11.
19 Dopo il Concilio..., 23-25.
20 È così centrale nel pensiero del Barsotti il mistero della santità che egli porrà come chiave d'interpretazione della costituzione pastorale Gaudium et Spes la contemporanea beatificazione del Beato Charbel. Sarà questa beatificazione, per il Barsotti, a moderare l'eccessivo entusiasmo che potrebbe derivare dalla lettura affrettata di alcune pagine della costituzione pastorale, Nella comunione dei Santi, 355-356.


19/02/09
 

 
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