web agency
testata
  Home   La Comunità   Approfondimenti   Contatto   Contributi   Español   Nederlands   Français  
Home arrow Approfondimenti arrow Essere prete oggi: interiorità-fraternità-missione
Menù principale
Home
Chi siamo
Dove operiamo
Le nostre missioni
Notizie dal Paraguay
Scrivici
Archivio Ultime Notizie
Attività
Parrocchia di Ypacaraí
Centro Studi
Pubblicazioni
Vita della missione a Tacuatí
Vita delle missioni in Africa
Focus Belgio/Olanda
Testimoni dal Nord Europa
Canti
Riflessioni
Conoscere la vita consacrata
Comprendere il Diritto Canonico
Animazione missionaria
Appuntamenti
Approfondimenti
Missiologia per tutti
Appunti di Spiritualità
Interviste
Profili missionari e spirituali
Gruppi missionari e parrocchie
Solidarietà e microprogetti
Il giornale "Missione Rh"
Galleria Fotografica
Articoli correlati
Utilità
Links
Cerca nel sito
Mappa del sito
login

Gli articoli che appaiono
su questo sito
possono essere riprodotti
solo integralmente e
citando la fonte
 www.missionerh.it.

 
fotobannnersito4.jpg

| Stampa |

 

ESSERE PRETE OGGI:

INTERIORITÀ-FRATERNITÀ-MISSIONE


Nell'impostazione del nuovo anno pastorale 2009-2010, il Vescovo di Reggio Emilia-Guastalla, Mons. Adriano Caprioli, nella sua omelia "Essere preti: dono e compito", si è rivolto all'intera Chiesa diocesana con un messaggio che offre suggerimenti di riflessione per un rinnovamento del ministero del prete nella Chiesa reggiano-guastallese.

Tre punti fondamentali dell'essere sacerdote sono stati evidenziati da Mons. Caprioli nella sua omelia: l'interiorità, la fraternità sacerdotale e la missione.

L'interiorità

"Essere prete è di più che fare il prete. Si può fare il prete, esercitare un ministero, coprire dei ruoli e insieme perdere la voglia di essere prete. C'è chi continua a fare il prete, ma senza rinnovarsi interiormente, senza più freschezza, per mera abitudine, per rispetto umano".

A tal proposito egli ha ricordato le parole di Paolo VI che si domandava: "Come può la Chiesa aprirsi al mondo, all'esterno, se non ha più nessuna interiorità da offrire? Se ha perso l'esperienza di ciò che è il suo intimo rapporto con il Signore Gesù, il 'tesoro nascosto' da Dio nel 'campo' della Chiesa (cfr. Mt 13, 44)?".

Questa interiorità va espressa e manifestata con la parola e la testimonianza personale della vita, poiché "di fronte all'insufficienza della nostra azione sacerdotale, spesso e volentieri, diamo la colpa ai metodi non aggiornati, e non sempre a torto. Ma se oggi abbiamo bisogno di nuovi metodi di azione, il nostro bisogno più grande e urgente è l'approfondimento nell'essenziale. Senza questo impegno, anche i metodi di azione più aggiornati resteranno inefficaci, per non dire ideologici, l'ideologia dell'azione".

La fraternità sacerdotale

Il ministero pastorale del singolo sacerdote, collocato nel servizio alle parrocchie, deve condividere con l'insieme del presbiterio anche aspetti di comunione perché il ministero ordinato ha una radicale forma comunitaria e può essere assolto solo come opera collettiva[1].

Riprendendo tale caratteristica del presbiterio diocesano, Mons. Caprioli ricorda anche quanto affermava Papa Benedetto XVI: "Occorre che questa comunione fra i sacerdoti col proprio Vescovo, basata sul sacramento dell'Ordine e manifestata nella concelebrazione eucaristica, si traduca nelle diverse forme concrete di una fraternità sacerdotale effettiva e affettiva. Solo così i sacerdoti sapranno vivere in pienezza il dono del celibato e saranno capaci di far fiorire comunità cristiane, nelle quali si ripetano i prodigi della prima predicazione del Vangelo" (Lettera di indizione dell'Anno Sacerdotale, 16 giugno 2009).

Mons. Caprioli con questo punto intravede una novità (anche se non certo rispetto alla più antica tradizione della Chiesa) per avviare, sperimentare e anche consolidare, nuove forme comunitarie di ministero pastorale tra i sacerdoti diocesani, ossia delle comunità ministeriali "dove più preti si mettono a servizio di più parrocchie", integrando povertà e ricchezze di ciascuna, per un più adeguato servizio alla crescita nella fede di tutti. Egli è convinto che vanno ricercate nuove e più autentiche relazioni fra coloro che si sentono discepoli dello stesso Signore e membri della stessa Chiesa.

Tali relazioni più profonde tra i sacerdoti diocesani diventano, così, aiuto reciproco e fraterno, per far fronte insieme alle attese e alle difficoltà di una vita sacerdotale immersa, troppo spesso, in un "fare" e in tante attività con il rischio di essere senz'anima. Infatti, quando si perde il rapporto essenziale con il Signore si regredisce sia nella vita spirituale personale, sia nella pastorale. Lavorando insieme, al contrario, ci si può aiutare attraverso una vigilanza fraterna e si distribuiscono anche meglio le forze.

La missione, ovvero, essere dei mandati

Come l'apostolo Paolo è "servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, scelto per annunciare il Vangelo di Dio" (Rm 1, 1), e come i Vescovi lo sono per mandato della Sede Apostolica, così - sottolinea Mons. Caprioli - anche i presbiteri diocesani non si scelgono la comunità dove andare, ma sono dei mandati. "Ciò che è di tutti, nel presbitero diocesano diventa oggetto di amorevole servizio, figura di spiritualità diocesana, che non è improprio indicare con il classico aggettivo 'ministeriale'. È una spiritualità questa che il presbitero condivide con il Vescovo, il quale, a somiglianza di Gesù buon Pastore, è mandato aMons. Caprioli nel suo recente viaggio in India tutti; è pastore dell'insieme, che si fa accogliente delle persone che non lui ha scelto, ma gli sono state affidate".

Per questo ogni sacerdote per il bene dei fedeli è sempre disponibile ad andare altrove, anche in terra di missione, come Gesù, che un giorno ha detto: "Ho altre pecore che non sono di questo ovile e anche queste devo condurre" (Gv 10, 16). "Essere prete - rileva Mons. Caprioli - è di più che fare il prete, e chiede una disponibilità".

In realtà questi tre aspetti d'interiorità-fraternità-missione si presentano strettamente uniti e sono il caso serio di ogni riforma della parrocchia, perché il rinnovamento della comunità cristiana non può non passare dal cambiamento del cuore e della mentalità di chi come sacerdote è stato posto alla sua guida.

Quando questa conversione c'è, si sviluppa una pastorale più dinamica e autenticamente missionaria e la stessa comunità parrocchiale acquisisce uno sguardo più ampio e universale, senza rimanere ripiegata a risolvere solo i propri problemi interni.

Questa evoluzione sarà possibile laddove ogni sacerdote prende cura prima di tutto dell'essenziale, della propria interiorità, con un cammino di fedeltà e di vita a tu per tu con Cristo, crea legami di comunione e fraternità e mostra nella storia una realtà nuova, bella e diversa che si apre all'altro, in un mondo troppo spesso creatore di solitudini, diviso, egoista e confuso.

Antonio Romano



[1] Cfr. Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, 17.


30/12/09

 
< Prec.   Pros. >
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis. Realtà ecclesiale fondata a Roma da don Emilio Grasso alla fine degli anni '60
web agency