IL SOGNO DEL PROFETA NERO*
di Emilio Grasso
Il 4 aprile 1968 veniva assassinato a Memphis Martin Luther King, premio Nobel 1964 per la Pace e notissimo leader della lotta dei neri d'America per l'abolizione della discriminazione razziale.
Il 3 aprile 1968, in quella che sarebbe stata la vigilia del suo assassinio, nel Mason Temple, una chiesa di Memphis, Luther King pronunciava il suo ultimo sermone, uno dei suoi più grandi.
Rileggerlo oggi a distanza di 40 anni, nella conoscenza ormai chiara che erano le ultime parole di un uomo che andava incontro alla morte, ci ridà in tutto il suo spessore la grandezza profetica di questo uomo.
Nell'analisi di tale discorso[1] vanno messi in luce tre momenti sui quali ci è dato meditare. Va tenuto presente che questo sermone fu tenuto nel tempo immediatamente precedente la Settimana Santa[2], tempo di morte e risurrezione di Colui che nell'unicità della Sua persona divina dà valore e significato salvifico, storico e metastorico, anche al sacrificio di Martin Luther King.
1 - Luther King non fugge dalla storia. Se gli fosse dato di scegliere in quale tempo vivere, egli, dopo aver sottolineato vari momenti storici, non avrebbe dubbi nel chiedere a Dio di essere figlio del suo tempo. "Dovete sapere che se mi trovassi all'inizio del tempo, con la possibilità di avere una visione generale e panoramica dell'intera storia umana, e l'Onnipotente mi dicesse: 'Martin Luther King, in che epoca vorresti vivere?'... io mi volgerei verso l'Onnipotente e direi: 'Se mi permetterai di vivere solo pochi anni nella seconda metà del XX secolo, io sarò felice'"[3]. Ed aggiunge: "Sono felice che Dio mi abbia permesso di vivere in questa epoca, di vedere ciò che mi sta mostrando. E sono felice che mi abbia permesso di essere qui a Memphis"[4].
Qui ci sembra essere la prima grande lezione: il vivere cristiano è comprensione della totalità, sempre a partire da un concreto storico. Ed il concreto storico è il tempo, il luogo, la situazione nella quale siamo posti. È da lì che, per un processo di assunzione, dobbiamo entrare nell'avventura verso i mari aperti del tempo e della storia. Mai quindi una fuga dal concreto, ma un elevarsi a partire da esso verso la pienezza che ha sapore d'eterno.
2 - Questo legame al concreto non chiude Luther King nel tempo e nello spazio nel quale è situato. Egli parte dal concreto storico per camminare verso la terra che stilla latte e miele. Ma questa terra, dice Luther King, non deve farci dimenticare i derelitti che abbiamo con noi, i bambini che non possono avere un pasto regolare.
"Va benissimo - proclama Luther King - parlare della nuova Gerusalemme, ma un giorno il predicatore del Signore dovrà ben parlare della nuova New York, della nuova Atlanta, della nuova Philadelphia, della nuova Los Angeles, della nuova Memphis. È questo che dobbiamo fare"[5].
Se leggiamo bene vedremo che il rapporto tra nuova Memphis e nuova Gerusalemme non è altro che l'esplicitazione situata della tensione tra il già e il non ancora che caratterizza la concezione del tempo cristiano, come magistralmente fu descritta dal Cullmann[6].
Ma la nuova Memphis e la nuova Gerusalemme, il già e il non ancora del Regno di Dio, non potranno nascere se non a partire dai "derelitti che abbiamo con noi", a partire cioè, come afferma Luther King, dalla "capacità di proiettare l'io nel tu e di sentire compassione per il fratello"[7].
3 - Il centro del problema non siamo noi, ma è l'altro.
Commentando la parabola del Buon Samaritano, Luther King trova mille giuste ragioni per non fermarsi accanto al ferito sulla strada. Se si pone la questione a partire da se stessi: "Se mi fermo per aiutare quest'uomo, a me che cosa succederà?"[8], ci sono tutte le ragioni per non fermarsi.
Ma se la questione la si pone a partire dall'altro: "Se non mi fermo ad aiutare quest'uomo, che cosa succederà a lui?"[9], allora non esiste più nessun motivo per non fermarci. È l'altro, non l'io, che va posto al centro della nostra vita. E questo porre l'altro ci libera dal circolo chiuso d'un solipsismo narcisista che svuota lentamente cervello e cuore e ci paralizza nell'eterna esistenza amletica.
Certo, in questa ottica, non si sfugge alla morte. Ma la morte, per un cristiano, non è un incidente sul percorso. È l'avvenimento verso il quale tende tutta la sua esistenza, perché la morte è lo spalancarsi delle porte della vita senza più limiti e opacità.
Luther King non è un romantico, un illuso. Egli sogna come sognano gli uomini biblici, egli vede perché la fede è già inizio della visione, e la sua fede è grande.
Nel religioso silenzio che deve circondare la voce dell'uomo di Dio, riascoltiamo le sue ultime parole, poche ore prima del suo sacrificio d'amore: "Bene, non so ora che cosa accadrà. Abbiamo dei giorni difficili davanti a noi. Ma ora non importa. Perché sono stato sulla cima della montagna. E non mi interessa. Come tutti vorrei vivere una lunga vita. La longevità ha la sua importanza. Ma questo, adesso, non mi interessa. Voglio solo fare il volere di Dio. E Dio mi ha permesso di salire sulla montagna. E di là ho guardato. E ho visto la Terra Promessa. Forse non ci arriverò insieme a voi. Ma voglio che questa sera voi sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla Terra Promessa. E questa sera sono felice. Non ho paura di nulla. Non ho paura di alcun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria del Signore che viene"[10].
La fine dell'età delle utopie[11] non coincide con la fine del sogno di sapore biblico. Anzi proprio laddove "le oasi dell'utopia si seccano e si stende un deserto di banalità e confusione"[12], inizia lo spazio proprio del sogno biblico.
Per Bernhard Häring, il discorso e l'impegno per la pace non costituiscono un'utopia bensì una eutopia. Vale a dire non riguardano un luogo irraggiungibile, ma il luogo del desiderio, del nostro tendere verso l'assoluto perché è lui stesso, Cristo, la nostra pace[13].
L'elevatezza dell'esperienza onirica nel Nuovo Testamento è unica, e chi vi si avvicina dopo aver conosciuto quella dell'antichità, ha l'impressione di lasciare un mondo sporco e, nonostante tutta la religiosità, altamente profano, per entrare nella calma purezza di un santuario il cui porticato è costituito dall'Antico Testamento, nel quale sono evidenziati la forza purificatrice della fede biblica in Dio, il superamento del gretto orizzonte individuale, l'accostamento tra sogno e storia della salvezza.
Il Dio biblico e le esigenze del suo Regno mettono in guardia da esperienze oniriche che non rafforzano la fedeltà verso il Dio liberatore. Per la Sapienza divina, "oracoli, auspici e sogni sono cose vane... se non sono inviati dall'Altissimo in una sua visita, non permettere che se ne occupi la tua mente. I sogni hanno indotto molti in errore, hanno deviato quanti avevano in essi sperato"[14].
Nell'esperienza onirica del Nuovo Testamento, al centro di ogni cosa e di tutto è Dio, e il suo regno viene al primo posto. In realtà tutti i sogni che vengono narrati nel Nuovo Testamento non sono che variazioni di un unico tema, Cristo[15].
Il sogno di Luther King, il sogno del suo discorso più conosciuto e più spesso citato, pronunziato davanti al Lincoln Memorial il 28 agosto 1963, come momento centrale della marcia su Washington per i diritti civili, è sogno che non può morire con il profeta.
"Io ho davanti a me un sogno (I have a dream), che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza"[16].
Quel sogno affonda le sue radici nella promessa di Dio che non verrà mai meno. Ma affonda le sue radici anche nel fluttuare della libertà dell'uomo. Se un certo pensiero utopico ha bisogno di sopprimere la libertà dell'uomo per realizzare la promessa, il sogno biblico ha sempre bisogno della libertà dell'uomo per compiersi. E per questo resta sempre, fino alla fine, legato alla debolezza e all'ondeggiare di questa libertà.
I figli di coloro che un tempo furono schiavi ed i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi si siederanno insieme alla tavola della fratellanza, ma potranno anche continuare a giocare in una dialettica interminabile di schiavo-padrone, proprio perché la libertà di ciascuno di noi può sempre distruggere in qualsiasi momento la tavola della fratellanza.
La tentazione di sopprimere questa libertà sta sempre in agguato. Solo nel fiat preventivo e totale alla Croce che chiude il cammino, nell'accettazione d'una libertà sconvolgente ogni piano, e che inchioda e svuota d'ogni potere finanche Colui che rimane ancor più l'Onnipotente, v'è la possibilità unica, storica e metastorica, che il sogno trovi il suo adempimento.
* L'articolo originale è stato pubblicato in E. Grasso, All'alba del Terzo Millennio. Sorgenti perenni e vissuto quotidiano della missione, Editrice Missionaria Italiana, Bologna 1993.
[1] Cfr. M. L. King, Io ho un sogno. Scritti e discorsi che hanno cambiato il mondo, Società Editrice Internazionale, Torino 1993, 188-197.
[2] La Domenica di Pasqua, nel 1968, cadeva il giorno 14 aprile.
[3] M. L. King, Io ho un sogno..., 189.
[4] M. L. King, Io ho un sogno..., 190.
[5] M. L. King, Io ho un sogno..., 193.
[6] Cfr. O. Cullmann, Cristo e il tempo. La concezione del tempo e della storia nel cristianesimo primitivo, Il Mulino, Bologna 1965, 106-119.
[7] M. L. King, Io ho un sogno..., 194.
[8] M. L. King, Io ho un sogno..., 195.
[9] M. L. King, Io ho un sogno..., 195.
[10] M. L. King, Io ho un sogno..., 197.
[11] Cfr. J. Fest, Il sogno distrutto. La fine dell'età delle utopie, Garzanti Editore, Milano 1992.
[12] J. Habermas, cit. in J. Fest, Il sogno..., 78.
[13] Cfr. Valentino Salvoldi intervista Bernhard Häring, Cittadella Editrice, Assisi 1993, 91.
[14] Sir 34,5-7.
[15] Cfr. A. Oepke, ὄναρ, in Grande Lessico del Nuovo Testamento. A cura di G. KITTEL - G. FRIEDRICH, VIII, Paideia, Brescia 1972, 664-665.
[16] M. L. King, Io ho un sogno..., 102.
04/04/2012
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