Il 20 dicembre 2001, all'età di 95 anni, moriva Léopold Sédar Senghor, uomo di Stato senegalese, poeta e letterato illustre, accademico di Francia, uno degli africani più celebri del secolo passato.
Dottore honoris causa di una ventina di Università, il suo nome resta legato alla négritude, un movimento culturale nato a Parigi negli anni '30, che nel periodo trionfante del colonialismo tenta di riscoprire, con giusto orgoglio, le radici e l'identità culturale del popolo nero.
Sguardo coloniale sull'Africa
L'incontro tra l'Africa subsahariana, l'Africa nera, e il mondo occidentale avviene nel XIX secolo, secolo delle esplorazioni geografiche, dei viaggi commerciali, delle fondazioni missionarie da parte delle varie Chiese e del nascere e del consolidarsi delle conquiste coloniali.
Esso si realizza all'interno della visione evoluzionista ed etnocentrica caratteristica di questo tempo, in cui l'"altro" è visto e giudicato a partire dal "sé medesimo".
Secondo Henry Morton Stanley, uno dei più grandi esploratori del secolo, l'africano è "un barbaro
prettamente materialista. È avido di possedere qualche cosa che non può descrivere. È come un ragazzo che non abbia ancora acquistato la facoltà dell'articolazione. L'africano una volta portato in contatto coll'europeo, preso dalla ambizione di aspirare a una vita più elevata, diviene docile e trattabile, ma con sua sorpresa si vede schernito da quell'individuo che gli parla di cose che egli dispera di capire mai, e perciò con viso vergognoso o con un sentimento ancor più profondo della sua inferiorità, si ritira alla sua tana, caverna o capanna, caninamente risoluto a contentarsi della vita bestiale in cui fu allevato"[1].
Questo giudizio non si discosta di molto da quello dei missionari dell'epoca.
Essi nulla aggiungono a quello noto - sul quale si sono formate generazioni di pensatori - dato da Hegel, tra i massimi filosofi del diciannovesimo secolo.
"Per tutto il tempo in cui ci è dato osservare l'uomo africano, lo vediamo nello stato della rozzezza e della barbarie: ancor oggi è rimasto tale. Il negro rappresenta l'uomo naturale nella sua totale barbarie e sfrenatezza. ... Nel suo carattere non si può trovar nulla che abbia il tono dell'umano. Appunto per ciò non ci possiamo immedesimare davvero, col sentimento, nella sua natura, come non possiamo immedesimarci in quella di un cane"[2].
La comparazione con il mondo animale è del tutto naturale nella mentalità dell'uomo bianco nei confronti dei colonizzati.
Annoterà amaramente Frantz Fanon: "Non basta al colono limitare fisicamente, vale a dire con l'aiuto della sua polizia e della sua gendarmeria, lo spazio del colonizzato. Il colono fa del colonizzato una specie di quintessenza del male. L'indigeno lo si dichiara impermeabile all'etica, assenza di valori, ma anche negazione dei valori. In questo senso, è il male assoluto. ... A volte tale manicheismo arriva fino in fondo della sua logica e disumanizza il colonizzato. A rigor di termini, lo animalizza. E, difatti, il linguaggio del colono, quando parla del colonizzato, è un linguaggio zoologico. ... Il colono, quando vuole descrivere bene e trovare la parola giusta, si riferisce costantemente al bestiario"[3].
È in questo contesto ideologico che è avvenuto l'incontro tra Africa e mondo occidentale. A questa visione, tipica della coscienza storica etnocentrica ed evoluzionista dell'epoca, pochi rimasero estranei.
Per riaffermare la propria dignità
La reazione africana all'Europa non poteva mancare. Essa risale al periodo della schiavitù e prese sin dall'inizio la forma d'una contestazione del sistema sociale fondato su questa istituzione.
Tralasciamo la storia di questa reazione e dei suoi principali protagonisti. Essa abbraccia sia il movimento nero negli Stati Uniti che la presenza africana in Europa.
Sarebbe interessante approfondire la conoscenza del movimento di resistenza occultato dalla
storiografia occidentale.
D'altro canto è noto che "ogni società che s'impone politicamente o militarmente su un'altra ha bisogno di giustificare il proprio dominio tramite un'ideologia di superiorità. Così la storia dell'Africa veniva a confluire nella storia coloniale, come storia degli europei in Africa, a supporto della loro presunta missione e civilizzazione"[4].
Per Senghor[5] la négritude è, innanzitutto, ricerca dell'originalità essenziale della sua razza, definizione di una singolarità che sia strumento di rifiuto dell'identità occidentale, scoperta di sé e approccio particolare all'universale. Per Senghor, e questo va tenuto ben presente, la négritude è innanzitutto una negazione e, più precisamente, l'affermazione d'una negazione. È il momento necessario d'un movimento storico: il rifiuto dell'Altro, il rifiuto di assimilarsi e di perdersi nell'Altro. La coscienza negativa d'una identità deve tuttavia superarsi: il rifiuto dell'Altro è affermazione di sé.
Senghor definisce la négritude come l'insieme dei valori culturali dell'Africa nera o la personalità collettiva negro-africana. Essa trae la sua specificità dai tratti distintivi dell'anima nera: primato dell'emozione e della sensibilità.
Scrive Senghor: "Il negro ha i sensi aperti a tutti i contatti, alle sollecitazioni più leggere. Egli sente prima di vedere e reagisce immediatamente a contatto dell'oggetto, finanche alle onde che esso emette dall'invisibile. È per mezzo di questa potenza d'emozione che egli prende conoscenza dell'oggetto. Io lo so - continua Senghor - che mi è stato rimproverato di aver definito l'emozione come negra e la ragione come ellenica, come europea, se preferite. Ma io mantengo la mia tesi, tanto più che oggi gli esperti la confermano".
E spiegherà ancor meglio questo differente approccio alla realtà: "Se Cartesio scriveva: 'Io penso dunque sono'... il negro-africano potrà dire: 'Io sento l'Altro, io danzo l'Altro, dunque sono'. Ora danzare vuol dire creare, soprattutto quando la danza è danza d'amore. E questo è, in ogni caso, il miglior modo
della conoscenza".
In un altro articolo, Senghor specificherà chiaramente la differenza tra "la ragione bianca analitica per utilizzazione, la ragione negra intuitiva per partecipazione"[6].
Nel corso degli anni la négritude fu sottoposta in Africa a una serrata e puntuale critica.
Ricordiamo in proposito, tra gli altri, gli scritti di Marcien Towa, Franz Crahay, Paulin Hountondji e Fabien Eboussi Boulaga.
Successivamente Axelle Kabou e Daniel Etounga-Manguelle hanno posto con forza il problema di un cambio culturale e dell'assunzione di categorie razionali nella riflessione intellettuale.
"L'Africa del XXI secolo - ha scritto Axelle Kabou - o sarà razionale o non sarà".
L'orizzonte da cui prese le mosse Sédar Senghor è cambiato. Oggi incombono altri problemi e si vedono tutti i limiti della négritude.
Resta indubbio il fatto che, in un tempo egemonizzato dalla ideologia colonialista, la voce di Senghor ha rivendicato il diritto all'esistenza culturale dei popoli neri.
Emilio Grasso
* Pubblicato in "Acción" n. 227 (2002) 34-36.
[1] Cit. in Africa o morte. Viaggi di missionari italiani verso le sorgenti del Nilo 1851-1873. A cura di L. Gaffuri, Edizioni Unicopli, Milano 1996, 36-37.
[2] G.W.F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, I. La razionalità della storia, "La Nuova Italia", Firenze 1963, 243-244.
[3] F. Fanon, I dannati della terra, Einaudi, Torino 1962, 8-9.
[4] V. Lanternari, L'"Incivilimento dei Barbari". Problemi di etnocentrismo e d'identità, Edizioni Dedalo, Bari 1990, 26.
[5] Per i più significativi testi di Senghor, cfr. A.J. Smet, Philosophie africaine. Textes choisis, I, Presses Universitaires du Zaïre, Kinshasa 1975, 16-39.
[6] L.S. Senghor, L'Esthétique négro-africaine, in "Diogène" n. 16 (1956) 44.
20/12/2010