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LA CATASTROFE UMANITARIA IN SOMALIA



 

Il 17 luglio u.s., in un accorato appello al termine della recita della preghiera dell'Angelus, il Santo Padre Benedetto XVI si è fatto interprete delle sofferenze del popolo somalo, "auspicando la crescita della mobilitazione internazionale per inviare tempestivamente soccorsi a questi nostri fratelli e sorelle già duramente provati".
Accogliendo questo richiamo, la Conferenza Episcopale Italiana ha indetto, per domenica 18 settembre, una giornata di raccolta di offerte da destinare agli aiuti per i nostri fratelli e sorelle somali.
La tragedia della Somalia non è un problema congiunturale. Esso ha profonde radici che chiamano in causa vari protagonisti e richiede un processo di conversione che parte da una purificazione della memoria storica.
Nel 1993, in occasione dell'operazione Restore Hope (Ridare Speranza), ebbi l'opportunità di scrivere in proposito un articolo che, riletto oggi, anche alla luce della misera fine di quell'"intervento umanitario con sostegno militare", dimostra una sorprendente attualità.
È per questa ragione che ho ritenuto utile riproporlo, invariato, ai nostri lettori.
                                                                                    Emilio Grasso


 

RESTORE HOPE... MA QUALE SPERANZA?



Aiuti al Terzo Mondo e tangenti

"L'agonia della Somalia ha le sue radici nell'endemica corruzione politica dell'Italia". Per l'autorevole "Washington Post" del 24 gennaio 1993, il governo di Roma, giocando un "cinico ruolo", ha fatto per oltre dieci anni di quel Paese un campo di gioco per faraonici progetti di costruzioni "che hanno contribuito poco ad aiutare le popolazioni locali e hanno alla fine portato alla disgregazione della società somala"[1].

 L'accusa, pesante e vergognosa per chi la riceve, non deve del resto meravigliarci. Quando la politica della mazzetta e delle tangenti non ha risparmiato i luoghi del dolore, della sofferenza e della morte (case per anziani, ospedali, USL, cimiteri etc.), come ci si poteva illudere che anche il cosiddetto Terzo Mondo, la cooperazione internazionale, lo sterminio per fame, il volto scavato e devastato di chi muore lontano da noi, potessero commuovere chi ha speculato e si è arricchito succhiando il sangue di chi gli era tutti i giorni sotto gli occhi?

Il professor Angelo Del Boca, il più accreditato studioso delle nostre ex-colonie in Africa, autore delle grandi ricostruzioni sull'opera degli italiani in Africa[2], sostiene che "abbiamo esportato anche le tangenti. In sostanza l'Africa è stata per l'Italia una sorta di estensione coloniale del regime partitocratico. I criteri di spartizione sono gli stessi usati per gli enti pubblici e le banche. Per un decennio hanno comandato due filosofie degli aiuti al Terzo Mondo: quella democristiana, rappresentata dal Dipartimento della Cooperazione presso la Farnesina, e quella socialista, attuata dal FAI (Fondo Aiuti Italiani). In questa logica l'Etiopia è finita alla DC, la Somalia al PSI..."[3].

 Oltre che alla pratica spartitoria del potere, al sistema di governo basato sul sistema della lottizzazione tra i partiti e le varie correnti, dobbiamo assistere anche allo "spettacolo indecoroso di partiti politici che considerano alcuni paesi africani, e in particolare la Somalia, come proprie riserve di caccia"[4].

Sempre per Angelo Del Boca, "riesaminando la storia dei rapporti italo-somali negli ultimi quarant'anni, si ha la netta sensazione di assistere ad una sconfitta, ad una sconfitta dell'intelligenza"[5].

Questa "sconfitta dell'intelligenza" ha portato l'Italia ad una politica spicciola, progettata giorno per giorno, senza programmi a lungo termine. Una politica povera di fantasia, che non ha il senso della storia, che non conserva la memoria del passato. Una politica incoerente, senza domani. Tra le cause di questa politica miope vi sono il mancato dibattito sul colonialismo e la rimozione dei torti fatti subire alle popolazioni indigene[6].

Il retaggio del colonialismo

Ancora oggi in Italia conserviamo il mito dell'italiano buono, rispettoso e cavalleresco, civile e tollerante che addirittura fraternizza con le popolazioni indigene.

Molti di noi che sono rimasti inorriditi nel vedere in televisione le immagini terrificanti di uomini e donne dei villaggi curdi uccisi dalle armi chimiche di Saddam Hussein, molti di noi che insieme ad Israele, il popolo della Shoa, temettero che qualche Scud lanciato dall'Irak portasse nelle sue ogive carichi di gas asfissianti, molti di noi, però, non sanno o fingono di non sapere che, nella guerra di Etiopia, le armi chimiche e batteriologiche, interdette da un trattato internazionale ratificato dall'Italia senza condizioni il 3 aprile 1928, furono ripetutamente usate dall'aviazione italiana[7].

In Somalia, secondo Giorgio Rochat, dal 24 dicembre 1935 al 27 aprile 1936, l'aviazione sganciò circa 44 tonnellate di aggressivi chimici, e cioè 30.500 chili di bombe all'iprìte e 13.300 chili di bombe a fosgène[8].

Ed in Italia si proietta tranquillamente qualsiasi film "a luci rosse", ma ci è proibito vedere il film del regista siro-americano Mustapha Akkad, Il Leone del deserto. Il film, come è noto, narra le gesta di Omar al-Mukhtar, il capo della resistenza cirenaica,  Omar al-Mukhtar prigionieroimpiccato a Soluch il 16 settembre 1931 dopo un processo-farsa. Prodotto con capitali libici, il film, che si avvale di un cast di attori eccezionali (Anthony Quinn, Oliver Reed e Raf Vallone) e di 8.500 comparse, non è un capolavoro, ma rispetta la verità storica e rende soprattutto giustizia al vecchio Omar al-Mukhtar, che ha speso l'intera sua esistenza nella difesa della sua terra[9].

Si dovrebbe riflettere su quello che scriveva "il Resto del Carlino", da Bengasi, il 29 luglio 1931, quando Graziani "decise che tutti i nomadi dovessero essere trasferiti e rinchiusi in determinate zone dalle quali non potessero più uscire (...). Fu così che 80.000 individui - a tanto, o poco più, ascende la popolazione nomade - già sparsi per 200.000 chilometri quadrati, dalla Marmarica alla Sirtica, con 23.000 tende, con un milione e mezzo, forse più, di capi di bestiame, furono rastrellati per tutto l'immenso paese, tribù per tribù, ogni raggruppamento di tende, ogni famiglia e convogliati e distribuiti nelle prestabilite località"[10].

E chi conosce e ricorda accanto alle Fosse Ardeatine o a Marzabotto la strage di Debra Libanòs quando le truppe di Graziani rastrellarono minuziosamente Debra Libanòs - uno dei più noti conventi dell'Abissinia - e mitragliarono, uccidendoli, 400 e più monaci cristiano-copti, solo perché sospetti di complicità in un attentato a Graziani?[11].

La strage di Debra Libanòs Solo un'analisi rigorosa e storicizzata nel tempo, sia della politica colonialista dell'Italia, sia dei quarant'anni di post-colonialismo, potrà permetterci di credere che la nostra partecipazione all'operazione Restore Hope (Ridare Speranza) non vada a concludersi in una forma di neo-colonialismo, con "l'avvilente mascherata di ministri e capi di governo che cercano a Mogadiscio bagni di folla, a spese dell'erario"[12].

Speriamo che non ci debba capitare ancora una volta di leggere titoli del tipo: "Craxi accolto da re nella Somalia di Barre"[13].

E ci sembra doveroso sottolineare quel di Barre...

Spedizione umanitaria ed intervento armato

Al punto in cui era giunta la situazione in Somalia, l'intervento militare, per distribuire aiuti umanitari alle popolazioni destinate ormai ad uno sterminio per fame, si presentava come ineludibile. Per molti accreditati osservatori "ciò che sta accadendo in Somalia da qualche anno è molto probabilmente la più grande tragedia di questo fine secolo. ... Per trovare qualcosa di analogo, per dimensioni e crudeltà, non si può fare riferimento che alla Cambogia di Pol Pot"[14].

Ne parlava anche Giovanni Paolo II, come di un vero diritto all'ingerenza, nel suo discorso alla Conferenza mondiale della FAO, dove infatti affermava in quell'occasione: "Molto spesso situazioni in cui manca la pace, in cui la giustizia viene schernita, in cui l'ambiente naturale viene distrutto, mettono popolazioni intere nel grave pericolo di non poter soddisfare i bisogni alimentari primari. Non bisogna che le guerre tra le nazioni e i conflitti interni condannino civili indifesi a morire di fame per motivi egoistici o di parte. In questi casi, si devono garantire in ogni modo gli aiuti alimentari e sanitari ed eliminare tutti gli ostacoli, compresi quelli che si giustificano con il ricorso arbitrario al principio della non ingerenza negli affari interni di un paese. La coscienza dell'umanità, ormai sostenuta dalle disposizioni del diritto internazionale umanitario, chiede che sia reso obbligatorio l'intervento umanitario nelle situazioni che compromettono gravemente la sopravvivenza di popoli e di interi gruppi etnici: è un dovere per le nazioni e la comunità internazionale, come lo ricordano gli orientamenti proposti durante questa Conferenza"[15].

 Anche l'autorevole rivista "Jeune Afrique Economie" non ne disconosceva la necessità e poneva in risalto il ritardo dell'intervento patrocinato dall'ONU.

Ma significativamente poneva sin dal titolo il problema di cosa fare dopo[16].

L'operazione "Ridare Speranza" potrebbe ben presto e facilmente trasformarsi in una spaventosa palude di speranze svanite se alla memoria del passato non sappiamo unire l'intelligenza del progetto.

Memoria del passato vuol dire una reale conoscenza di ciò che fu l'operazione coloniale. I conflitti che dilaniano l'Africa sono anche frutto del fatto che, come disse il primo segretario dell'OUA (Organizzazione di Unità Africana) Diallo Telli, "gli europei si sono inventati degli Stati africani facendoli esistere per decreto-legge"[17].

La Conferenza di Berlino del 1885, con relativa spartizione dell'Africa tra gli stati europei partecipanti, non è fatto di ieri, ma tragedia che uccide ancor oggi[18].

Memoria del passato è anche memoria dei cinquant'anni che ci separano dalla fine della guerra[19].

Africa e Italia: fare i conti con il passato

Memoria ed analisi dei tanti buchi neri della storia d'Italia più recente. La questione morale, come questione politica e questione del risanamento e della speranza dell'Italia, è questione che va posta come premessa ad ogni altro problema.

Polveroni generalizzati, colpi di spugna, sanatorie ed amnistie uccidono la memoria e distruggono la speranza.

 Per questo anche su tutto il capitolo della Cooperazione Internazionale e degli Aiuti al Terzo Mondo[20] bisogna sapere con chiarezza se si lanciano accuse e sospetti per bassi e meschini giochi politici, oppure se veramente sui ventri gonfi di vermi e sui volti scavati dalla fame e dalla sete si sono lucrati interessi illeciti. E che si sia rubato per interesse privato o per interesse di partito è differenza che ai morti per fame non interessa, come non interessa al lavoratore onesto che ha visto una percentuale del suo reddito che gli spettava, andare nelle tasche di chi già godeva di alti stipendi e svariati privilegi. Non si può in proposito non condividere pienamente il duro giudizio del segretario della Conferenza Episcopale Italiana, Mons. Dionigi Tettamanzi: "Si deve chiaramente affermare che il rubare rimane rubare, sia che lo si faccia da soli che con altri, sia che lo si faccia per sé o per il proprio partito. E con altrettanta chiarezza si deve aggiungere che chi ruba deve restituire, secondo il nostro principio: 'O restituzione o dannazione'"[21].

I conti con la nostra memoria dell'avventura coloniale e dell'Italia del dopo-guerra è la condizione preliminare per un discorso onesto, credibile e doveroso con l'Africa.

Anche l'Africa deve fare i conti con se stessa, con le sue tradizioni, con la sua cultura, con le sue responsabilità antiche e recenti.

Le teorie del bon sauvage più o meno modernizzate servono solo a perpetuare lo stato esistente nel quale Robinson potrà sempre avere Venerdì al suo servizio.

Scrive in proposito Axelle Kabou, scrittrice e sociologa camerunese, che, per certi intellettuali africani, "l'Africa appariva come una vittima della storia che, prima della tratta dei negri e della colonizzazione, formava un insieme omogeneo nel quale l 'intrusione dell'Europa ne aveva sconvolto l'equilibrio e poi provocato il declino. Essa non è nemmeno responsabile della sua storia, dal momento che, da quattro secoli, le scelte attuate sul suo territorio sono dello straniero. Da qui il rifiuto di assumersi le responsabilità di tale periodo, ma anche la convinzione che, proprio in virtù di questo passato, nella società internazionale, spetti all'Africa un posto speciale"[22].

La nostra memoria critica si salderà così con quella "generazione di africani che non soltanto intende instaurare una tradizione di autoanalisi ed autocritica, ma operare altresì per la riappropriazione da parte degli africani dell'integrità della storia d'Africa, per individuarvi le debolezze strutturali e concettuali - vecchie forse di secoli - e porvi rimedio"[23].

Solo facendo i conti con la nostra memoria e solo lasciando che i nostri fratelli africani facciano i conti con la loro memoria, noi potremo poi incontrarci nella costruzione d'un comune progetto. Questo progetto per il teologo e filosofo Kä Mana, domanda di "sopprimere talvolta l'Occidente senza sopprimere l'Africa; sopprimere talvolta l'Africa senza sopprimere l'Occidente; talvolta sopprimere simultaneamente Occidente ed Africa; talvolta non sopprimere né l'Occidente né l'Africa"[24].

Questo progetto richiede la capacità d'una profonda conversione che vuol dire una spiritualità esodiale del deserto, del pellegrinaggio, della tenda, dell'avventura, dell'ascolto, della pazienza, della ricerca, della povertà, della perdita delle sicurezze date da coscienze pietrificate e rigidità legate all'identità.

Nel tempo di quaresima che ci conduce alla Pasqua del Signore, la tragedia del popolo somalo e la questione morale messa a nudo dai quotidiani bollettini sul fronte delle tangenti ci richiamano tutti alle parole del profeta:

"Convertitevi, abbandonate i vostri idoli"[25], "convertitevi e vivrete"[26].

Emilio Grasso



Pubblicato in: E. Grasso, All'alba del Terzo Millennio. Sorgenti perenni e vissuto quotidiano della missione, Editrice Missionaria Italiana, Bologna 1993, 107-115.





[1] La stampa USA mette all'indice l'Italia. "Somalia rovinata dai suoi politici corrotti", in "L'Unità" (25 gennaio 1993) 8.
[2] Cfr. A. Del Boca, La Guerra d'Abissinia: 1935-1941, Feltrinelli economica, Milano 1978; A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, I-IV, Laterza, Roma-Bari 1984-1986; A. Del Boca, Gli italiani in Libia, I-II, Laterza, Roma-Bari 1986-1988.
[3] S. Fiori, Somalia, un maledetto imbroglio. Intervista con Angelo Del Boca, in "La Repubblica" (28 gennaio 1993) 35.
[4] A. Del Boca, Una sconfitta dell'intelligenza. Italia e Somalia, Laterza, Roma-Bari 1993, 167.
[5] A. Del Boca, Una sconfitta..., X.
[6] Cfr. A. Del Boca, L'Africa nella coscienza degli italiani. Miti, memorie, errori, sconfitte, Laterza, Roma-Bari 1992, 127.
[7] Cfr. G. Rochat, L'impiego dei gas nella guerra d'Etiopia, 1935-36, in "Rivista di Storia Contemporanea" 17 (1988) 76.
[8] Cfr. G. Rochat, L'impiego dei gas..., 74-109. Sull'impiego delle armi chimiche in Etiopia, ad esempio, Giorgio Rochat soltanto nel 1988 ha potuto fare un bilancio quasi definitivo avvalendosi dei documenti dell'archivio dell'ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito fino ad allora gelosamente e testardamente negati a tutti. L'Italia, che aveva firmato e ratificato il protocollo di Ginevra che metteva al bando la guerra chimica, impiegò la prima volta i gas asfissianti bombardando con l'iprìte l'oasi di Taizerbo nell'estate 1930, cfr. E. Salerno, Genocidio in Libia, SugarCo, Milano 1979, 50-61, cit. in G. Rochat, L'impiego dei gas..., nota 15, 79.
[9] Cfr. R. Silvestri, Il "Leone del deserto" come "La battaglia di Algeri", in "Quaderni Internazionali" 1 (1987) 113-118. Su Omar al-Mukhtar, cfr. Aa.Vv., Omar al-Mukhtar e la riconquista fascista della Libia, Marzorati, Milano 1981.
[10]
G. Mayda, Graziani, l'Africano. Da Neghelli a Salò, La Nuova Italia Editrice, Scandicci (FI) 1992, 71-72. Il libro di Mayda, che pur contiene un'ottima documentazione e ricerca storica, cade in errore laddove, parlando di Mons. Francesco Borgoncini Duca, lo indica come Nunzio Apostolico presso la Repubblica Sociale Italiana (cfr. pag. 20), lasciando con ciò intendere il riconoscimento diplomatico della RSI da parte della Santa Sede. La fonte dell'errore in cui cade Mayda è senz'altro Bocca (cfr. G. Bocca, La repubblica di Mussolini, Laterza, Roma-Bari 1977, 226). L'errore di Bocca e di altri storici fu notato da Durand che ne tratta nel voluminoso libro J.-D. Durand, L'Église catholique dans la crise de l'Italie (1943-1948), École française de Rome (Collection de l'École française de Rome 148), Rome 1991, 130.
[11] Cfr. G. Mayda, Graziani l'Africano..., 113-114.
[12] A. Del Boca, Una sconfitta..., 167. Gli avvenimenti del luglio 1993, con i bombardamenti su Mogadiscio, dimostrano la validità di questa analisi.
[13] "La Repubblica" (21 novembre 1985), cit. in A. Del Boca, Una sconfitta..., 33.
[14] A. Del Boca, Una sconfitta..., VII.
[15] Il discorso di Giovanni Paolo II alla Conferenza Internazionale sulla Nutrizione promossa dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, in "L'Osservatore Romano" (6 dicembre 1992) 5.
[16] Cfr. S. Cessou, "Restore hope" et après...!, in "Jeune Afrique Economie" n. 163 (1993) 169-173.
[17] E ora gli Stati africani vogliono rivedere i "confini coloniali", in "Avvenire" (8 gennaio 1993) 13.
[18] Sulla Conferenza di Berlino e le sue conseguenze cfr. C. Fluchard - A. Salifou, L'Europe et l'Afrique du XVe siècle aux indépendances, De Boeck-Wesmael, Bruxelles 1987, 83-93.
[19] Cfr. D. G. Lavroff, L'Afrique, enjeu des relations internationales, in Encyclopædia Universalis. Symposium les enjeux **, Paris 1990, 1513-1520.
[20] Cfr. G. Gazzaneo, Cooperazione. Gli aiuti sono lottizzati. Lo scandalo rivelato da Nigrizia e da altre sei riviste missionarie, in "Avvenire" (15 gennaio 1993) 9; cfr. P. Ciociola, "Cooperazione da rifondare". Un commissario per i mali della Farnesina, in "Avvenire" (20 gennaio 1993) 8.
[21] D. Tettamanzi - D. Del Rio, Una fatica da cristiani, Piemme, Casale Monferrato 1993, 80-81.
[22] A. Kabou, Quando gli africani criticano l'Africa, in "Terra Nuova Forum" 9 (1992) 15; cfr. A. Kabou, Et si l'Afrique refusait le développement?, L'Harmattan, Paris 1991.
[23] A. Kabou, Quando gli africani..., 18.
[24] Kä Mana, L'Afrique va-t-elle mourir? Bousculer l'imaginaire africain. Essai d'éthique politique, Cerf, Paris 1991, 132.
[25] Ez 14, 6.
[26] Ez 18, 32.


17/09/2011 



 




 

 
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