LA FEDE: NUCLEO CENTRALE
DEL PONTIFICATO DI BENEDETTO XVI
In un articolo apparso sul "Corriere della Sera", a commento della Lettera scritta da Papa Benedetto XVI a tutti i Vescovi della Chiesa Cattolica, Vittorio Messori coglie in due passaggi di questa lettera non solo il centro della stessa, ma dell'intero pontificato di Papa Ratzinger.
Vale la pena ricordare che Vittorio Messori, oltre ad essere uno dei più accreditati giornalisti su temi religiosi e autore di libri sui nuclei del cristianesimo, tradotti in varie lingue e per questo ben conosciuto in tutto il mondo, redasse il famoso Rapporto sulla fede, una lunga intervista che lo stesso Messori fece all'allora Card. Ratzinger, nell'agosto 1984, nella consapevolezza di entrambi che era la prima volta, in 442 anni, che veniva, in qualche modo, rotto il silenzio impenetrabile di quella Congregazione a tutti nota con il temibile nome di Sant'Uffizio.
Fu lo stesso Card. Ratzinger, ricorda Messori, a volere che il libro si intitolasse Rapporto sulla fede e non piuttosto Rapporto sulla Chiesa. E ciò perché il Card. Ratzinger ribadì l'ovvia ma troppo spessa dimenticata verità che "il prius è la fede, mentre l'istituzione ecclesiale, l'insegnamento morale, l'impegno sociale non sono che derivati, effetti, conseguenze campate in aria - se non assurde - se non avessero a monte la scommessa sulla verità del Vangelo".
È il problema della fede il nucleo centrale del pontificato di Benedetto XVI. Solo attorno a questo nucleo qualsiasi riforma della Chiesa ha senso e non è un vano girare a vuoto su se stessi o una trasformazione in qualcosa d'altro dalla Chiesa unica, santa, cattolica e apostolica, oggetto della nostra professione di fede.
Va sempre tenuto presente che quando parliamo di fede, dobbiamo intendere questa virtù teologale nel suo duplice aspetto, sottolineato nella classica distinzione tra fides quae e fides qua. Questi due aspetti altro non significano che le diverse verità di fede che sono accolte e credute come un tutt'uno, in un solo atto (fides quae), non possono essere separate dall'atto stesso con il quale il credente, sotto l'azione della grazia, si affida a Dio che si rivela e ne assume il contenuto come vero (fides qua).
Cosciente che la priorità per il Successore di Pietro consiste nel confermare nella fede i propri fratelli, Benedetto XVI indica nel fatto che Dio sparisce dall'orizzonte degli uomini e che, con lo spegnersi della luce proveniente da Dio, l'umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più, il vero problema in questo nostro momento della storia.
Lungi da ogni prospettiva trionfalistica tipica di chi si affida più a una visione sociologica che alla fiducia in quel Dio il cui volto riconosciamo nell'amore spinto fino alla fine, in Gesù Cristo crocifisso e risorto, il Papa non teme di remare controcorrente e di affermare che "nel nostro tempo in cui vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l'accesso a Dio".
Ha scritto Sandro Magister in un articolo per "L'Espresso", dal titolo significativo: Il segreto della popolarità di Benedetto XVI. Nonostante tutto, che questo segreto si trova nel coraggio di proclamare il nucleo centrale e irrinunciabile del Vangelo "la Buona Novella della sua Croce, mistero di amore supremo, di amore divino che vince ogni umana resistenza e rende possibile persino il perdono e l'amore per i nemici" (Benedetto XVI, Angelus, 15 marzo 2009)
Con amabile cortesia, Vittorio Messori così rispondeva ad una lettera che accompagnava la mia tesi di dottorato su don Divo Barsotti:
"Ho letto con interesse lo studio che ha dedicato a don Barsotti di cui sono ammiratore sincero e che considero tra i pochi, veri 'maestri di spirito' di questa nostra Chiesa confusa. Le posso anzi ‘regalare' una piccola testimonianza: intervistando Geno Pampaloni, mi confermava di non essere credente in nessun aldilà ma, aggiungeva, 'al momento giusto vorrei avere al mio capezzale un sacerdote come don Divo Barsotti'. L'intervista apparve su 'Jesus' dell'ottobre 1985, vi è un cenno, ma non vi compare il nome di don Divo".
Riporto il brano centrale di quell'intervista, che fu pubblicata su "Jesus" 7/10 (1985) 67-70:
"Sì, lo scriva pure: sono un coacervo di contraddizioni. Ma la contraddizione non mi fa paura. Né mi fa paura la morte. Ci penso sempre: ho 67 anni, alla mia età è una possibilità di ogni giorno. Vorrò il prete, se ci sarà tempo, quando toccherà a me? Non nego che qualche ora di conversazione mi farebbe piacere. Con un prete ‘giusto', si intende, non certo con qualche engagé clericale che mi parli del Centramerica o si esibisca in quel sinistro, stantio goliardismo sessantottardo di cui soltanto certi uomini di sacrestia sono ancora capaci. Vorrei un prete ‘vero', magari un mistico come un certo vecchio amico mio, qui a Firenze, che lei stesso ha già sentito per questi suoi ‘Dialoghi'. Sì, con lui parlerei proprio volentieri. E poi me ne andrei da solo, come sempre si è soli davanti alla morte, verso il mio destino, verso la mia scommessa. Ci andrei sereno, credo".
Tante volte noi ci logoriamo alla disperata ricerca del metodo pastorale, della novità ermeneutica, della creatività liturgica per attrarre le genti.
È doloroso dirlo, ma molte, tantissime volte si possono applicare al nostro continuo affannarci le parole del Vangelo: "Percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, quando lo è divenuto, lo rendete degno della Geènna due volte più di voi" (Mt 23, 15).
A questo nostro inutile continuo affanno, Benedetto XVI risponde indicandoci l'unico cammino pastorale ove l'interiorità, la comunità e il popolo si uniscono, come nella Trinità, in un continuo processo di circuminsessione:
"Se noi siamo convinti e abbiamo fatto l'esperienza che, senza Cristo, la vita è incompleta, le manca una realtà - anzi la realtà fondamentale -, dobbiamo essere convinti anche del fatto che non facciamo ingiustizia a nessuno se gli presentiamo Cristo e gli diamo la possibilità di trovare, in questo modo, anche la sua vera autenticità, la gioia di avere trovato la vita. Anzi, dobbiamo farlo, è un obbligo nostro offrire a tutti questa possibilità di raggiungere la vita eterna. ... Dobbiamo essere davvero suoi amici, avere un solo sentire con Lui, volere ciò che Egli vuole e non volere ciò che Egli non vuole. Gesù stesso ha detto: 'Voi siete miei amici, se farete ciò che Io vi comando' (Gv 15, 14). Sia questo il nostro impegno comune: fare, tutti insieme, la sua santa volontà: ‘Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura' (Mc 16, 15). Abbracciamo la sua volontà, come ha fatto san Paolo: 'Predicare il Vangelo ... è un dovere per me: guai a me se non annuncio il Vangelo!' (1 Cor 9, 16)" (Benedetto XVI, Celebrazione eucaristica con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i movimenti ecclesiali e i catechisti dell'Angola e São Tomé, Luanda, 21 marzo 2009).
Emilio Grasso
01/04/09
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