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  LA LENTA CRESCITA DEL CULTO

Nella festa di san Giuseppe

   

 

 

“Quando vidi lo stato in cui mi avevano ridotta i medici della terra e come fossi tutta contorta in così giovine età – scrive Teresa d’Ávila nella sua autobiografia (Vita, vi, 5-7) raccontando co me è nata la sua particolare devozione a san Giuseppe – decisi di ricorrere ai medici del cielo e domandare ad essi la salute, perché quantunque sopportassi quel male con tanta gioia, desideravo anche di guarire. Pensavo talvolta che se con la salute avessi dovuto dannarmi, sarebbe stato meglio rimanere così, ma insieme m’immaginavo con la salute di poter servire meglio il Signore. Ecco qui il nostro errore: non voler rimetterci in tutto nelle mani di Dio che sa meglio di noi quello che ci conviene. Cominciai a far celebrare messe e a recitare orazioni approvate (...) presi per mio avvocato e patrono il glorioso san Giuseppe, e mi raccomandai a lui con fervore”.

La preghiera, spiega Teresa, non tarda a raggiungere il suo scopo. “Questo mio padre e protettore mi aiutò nella necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi in cui era in gioco il mio onore e la salute della mia anima. Ho visto chiaramente che il suo aiuto mi fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare. Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta. Ed è cosa che fa meraviglia ricordare i grandi favori che il Signore mi ha fatto e i pericoli di anima e di corpo da cui mi ha liberata per l’intercessione di questo santo benedetto”. Amato e venerato in modo particolare, con un affetto e una gratitudine, letteralmente, filiale. “Ad altri santi – continua Teresa – sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell’altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso san Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol farci intendere che a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, così anche in cielo fa tutto quello che gli chiede. Ciò han riconosciuto per esperienza anche altre persone che dietro mio consiglio si sono raccomandate al suo patrocinio. Molte altre si sono fatte da poco sue devote per aver sperimentato questa verità”.

A chi legge queste parole oggi, negli anni dieci nel ventunesimo secolo, il culto del padr e putativo di Gesù sembra qualcosa di ovvio e scontato, ma non è sempre stato così nella storia della Chiesa. Lo ha dimostrato con un’ampia argomentazione un libro scritto da Paul Payan, Joseph. Une image de la paternité dans l’occident médiéval (Aubier, 2006), analizza dagli inizi la devozione allo sposo di Maria nelle società cristiane. Inizi non facili, se si osserva che come nome di battesimo quello di Giuseppe era pochissimo diffuso fra i cristiani sino alla fine del Quattrocento, quando appunto cominciò a decollare, grazie soprattutto alla propaganda dei francescani.

Giuseppe è infatti un personaggio difficile, se non imbarazzante: il dogma della verginità di Maria lo pone infatti, fin dai primi secoli del cristianesimo, nel ruolo dello sposo casto, capo di una famiglia dove la moglie e il figlio sono entrambi molto superiori a lui. Per rendere credibile questa situazione l’apocrifo Protovangelo di Giacomo lo raffigura anziano e vedovo, per spiegare in questo modo la menzione dei “fratelli” di Gesù nei vangeli. E l’età avanzata gli è rimasta addosso, nonostante i tentativi – il più importante fu quello di Jean Gerson – di diminuirne l’età, facendo così della castità di Giuseppe una scelta non obbligata che lo avvicina spiritualmente alla Vergine.

Anzi, una delle ragioni della diffidenza dei cristiani verso lo sposo di Maria sta proprio in questa sua somiglianza con un personaggio tipico delle novelle satiriche, lo sposo anziano tradito dalla giovane moglie e costretto ad allevare un figlio non suo. Versione satirica del ruolo di Giuseppe riproposta anche da molte opere d’arte sacra: queste lo ritraggono come un contadino goffo, che suscita il riso per la sua inabilità di artigiano, riverberandosi sull’incapacità di mantenere dignitosamente la moglie e il figlio. E sino alla fine del medioevo egli non viene mai rappresentato da solo, e sempre un po’ separato dai personaggi più importanti, Gesù e Maria. Soltanto dal Quattrocento, in nuove rappresentazioni della natività di Gesù, sia Maria che Giuseppe sono inginocchiati davanti al figlio, ad adorarlo nella stessa posizione.

Il culto dello sposo di Maria, padre putativo di Gesù, si sviluppa solo in età moderna, quando il santo comincia a essere un modello, non solo un protettore, e non diviene davver o una devozione popolare fino all’Ottocento, quando è valorizzato anche come lavoratore in contrapposizione al socialismo dilagante. Nel 1870 Pio IX lo dichiara protettore della Chiesa universale, e nel corso del Novecento gli verranno dedicate ben due feste, il 19 marzo come patrono e modello dei padri, e il 1° maggio come artigiano, in palese contrappunto con la festa d’origine socialista.

Nel cristianesimo antico Giuseppe era percepito come l’ultimo patriarca, anello di unione fra antica e nuova economia: proprio per questo è stato rappresentato spesso lontano dalla scena principale, pensoso, testimone dell’incarnazione di Cristo, ma poi anche in veste di ultimo ebreo, che come copricapo talvolta portava proprio il berretto a tre punte imposto in molte città medievali agli ebrei.

Il culto di san Giuseppe, incentrato sulla sua umiltà e sul suo servizio a Gesù, nasce in ambiente monastico, spesso con sfumature mistiche, come in san Bernardo, che valorizza la sua intimità fisica con il figlio. Ma sono i francescani, nell’ambito della loro complessiva valorizzazione dell’umanità di Gesù, a proporre Giuseppe come esempio da seguire. Per loro diventa positiva la povertà della sacra famiglia e del suo umile custode, e per i loro superiori non usano il termine “abate”, che significa padre, ma quello di “custode”, attribuito appunto a colui che doveva custodire il piccolo Gesù e sua madre. Nel promuovere la figura di Giuseppe, più successo dei francescani ebbero però i servi di Maria, primi a festeggiarlo il 19 marzo, poco prima della festa dell’Annunciazione: il santo costituiva infatti il modello naturale del loro ordine, che ne legittimava l’identità impedendo una fusione con altri ordini mendicanti.

Ma il vero riscopritore dell’importanza teorica del padre putativo di Gesù fu Gerson, che influenzò l’ambiente universitario parigino del primo Quattrocento proponendolo come modello politico di pace e di unione. In un momento di forte crisi del papato, durante lo scisma d’Occidente, il teologo scrive che la Chiesa ha bisogno di nuovi punti di riferimento e di nuovi modelli di mediazione perché Pietro non sembra più sufficiente, e in un sermone pronunciato al concilio di Costanza propone Giuseppe come nuovo modello di guida politica, capofamiglia ma anche umile servitore di Gesù.David Maria Turoldo

La proposta di Gerson non ebbe seguito immediato, ma fu ripresa nel Cinquecento dai francescani, che fecero di san Giuseppe un esempio di padre spirituale, e quindi del clero, mediatore fra Dio e gli uomini.

In questa lunga e affascinante storia Giuseppe non compare mai come figura di potere, ma piuttosto si afferma come mediatore, un pacificatore che risolve situazioni complicate. Nella discrezione e nel silenzio. È il silenzio, si legge nella Redemptoris custos 25 “che accompagna tutto quanto si riferisce alla figura di Giuseppe; è un silenzio, però che svela in modo speciale il profilo interiore di questa figura. I vangeli parlano esclusivamente di ciò che Giuseppe 'fece'; tuttavia, consentono di scoprire nelle sue azioni, avvolte dal silenzio, un clima di profonda contemplazione. Giuseppe era in quotidiano contatto col mistero 'nascosto da secoli', che 'prese dimora' sotto il tetto di casa sua. Questo spiega, ad esempio, perché santa Teresa di Gesù, la grande riformatrice del Carmelo, si fece promotrice del rinnovamento del culto di san Giuseppe nella cristianità occidentale”. Giuseppe simbolo, quindi, di un “sì” semplice e deciso, che si declina tutto nell’azione concreta, senza psicologismi o soverchie complicazioni, come ben riassumono i versi di David Maria Turoldo a lui dedicati:

“E ristorato dal sonno Giuseppe
fece secondo il consiglio dell’angelo:
così la storia ha mutato il suo corso
quando due giovani hanno obbedito”.

Silvia Guidi



© L'Osservatore Romano - 19 marzo 2017
    Foto a cura della redazione di www.missionerh.it
       



19/03/2017

 
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis