LA LITURGIA: UNO DEGLI ASSI CENTRALI
DEL PONTIFICATO DI BENEDETTO XVI [*]
Nel suo discorso alla Curia Romana per lo scambio di auguri in occasione del Natale 2009, Benedetto XVI ha richiamato l'attenzione su come si sia impresso nella sua memoria il ricordo delle celebrazioni liturgiche che si sono tenute in Africa, nel contesto del suo viaggio apostolico per l'inaugurazione del Sinodo dell'Africa, mediante la consegna dell'Instrumentum laboris.
"In modo particolarmente profondo - ha detto il Santo Padre - si è impresso nella mia memoria il ricordo delle celebrazioni liturgiche. Le celebrazioni della Santa Eucaristia erano vere feste della fede. Vorrei menzionare due elementi che mi sembrano particolarmente importanti. C'era innanzitutto una grande gioia condivisa, che si esprimeva anche mediante il corpo, ma in maniera disciplinata e orientata dalla presenza del Dio vivente. Con ciò è già indicato il secondo elemento: il senso della sacralità, del mistero presente del Dio vivente plasmava, per così dire, ogni singolo gesto. Il Signore è presente, il Creatore, Colui al quale tutto appartiene, dal quale noi proveniamo e verso il quale siamo in cammino. In modo spontaneo mi venivano in mente le parole di san Cipriano, che nel suo commento al Padre Nostro scrive: 'Ricordiamoci di essere sotto lo sguardo di Dio rivolto su di noi. Dobbiamo piacere agli occhi di Dio, sia con l'atteggiamento del nostro corpo che con l'uso della nostra voce'. Sì, questa consapevolezza c'era: noi stiamo al cospetto di Dio. Da questo non deriva paura o inibizione, neppure un'obbedienza esteriore alle rubriche e ancor meno un mettersi in mostra gli uni davanti agli altri o un gridare in modo indisciplinato. C'era piuttosto ciò che i Padri chiamavano sobria ebrietas: l'essere ricolmi di una gioia che comunque rimane sobria e ordinata, che unisce le persone a partire dall'interno, conducendole nella lode comunitaria di Dio, una lode che al tempo stesso suscita l'amore del prossimo, la responsabilità vicendevole".
Non c'è dubbio che Benedetto XVI abbia fatto della liturgia uno degli assi centrali del suo pontificato.
Nella prefazione al primo volume della sua Opera omnia uscito ultimamente (si prevede che escano sedici volumi), il Santo Padre, che ha voluto iniziare con il volume sulla liturgia, scrive in proposito: "Il Concilio Vaticano II iniziò i suoi lavori con la discussione dello schema sulla sacra liturgia, che poi venne solennemente votato il 4 dicembre 1963 come primo frutto della grande assise della Chiesa, con il rango di costituzione. ... Cominciando con il tema liturgia, si mise inequivocabilmente in luce il primato di Dio, la priorità del tema Dio. Dio innanzitutto, così ci dice l'inizio della costituzione sulla liturgia. Quando lo sguardo su Dio non è determinante, ogni altra cosa perde il suo orientamento. Le parole della regola benedettina: 'Quindi non si anteponga nulla all'Opera di Dio', hanno valore per la vita della Chiesa e di ciascuno nella sua rispettiva maniera".
Senza la domenica non possiamo vivere
Nell'omelia della sua prima Messa celebrata fuori Roma, come Papa, a Bari, il 29 maggio 2005, Benedetto XVI, in sintonia con il Congresso Eucaristico che si concludeva quel giorno, ha inteso "ripresentare la domenica come Pasqua settimanale, espressione dell'identità della comunità cristiana e centro della sua vita e della sua missione. Il tema scelto, Senza la domenica non possiamo vivere - ha affermato il Papa - , ci riporta all'anno 304, quando l'imperatore Diocleziano proibì ai cristiani, sotto pena di morte, di possedere le Scritture, di riunirsi la domenica per celebrare l'Eucaristia e di costruire luoghi per le loro assemblee. ... Significativa, tra le altre, la risposta che un certo Emerito diede al Proconsole che gli chiedeva perché mai avessero trasgredito l'ordine severo dell'imperatore. Egli rispose: 'Sine dominico non possumus', cioè senza riunirci in assemblea la domenica per celebrare l'Eucaristia non possiamo vivere. Ci mancherebbero le forze per affrontare le difficoltà quotidiane e non soccombere. ... La domenica, giorno del Signore, è l'occasione propizia per attingere forza da Lui, che è il Signore della vita. Il precetto festivo non è quindi un dovere imposto dall'esterno, un peso sulle nostre spalle. Al contrario, partecipare alla celebrazione domenicale, cibarsi del Pane eucaristico e sperimentare la comunione dei fratelli e delle sorelle in Cristo è un bisogno per il cristiano, è una gioia, così il cristiano può trovare l'energia necessaria per il cammino che dobbiamo percorrere ogni settimana. ... Cristo ci attira a sé, ci fa uscire da noi stessi per fare di noi tutti una cosa sola con Lui. ... Il Cristo che incontriamo nel Sacramento è lo stesso qui a Bari come a Roma, qui in Europa come in America, in Africa, in Asia, in Oceania. È l'unico e medesimo Cristo che è presente nel Pane eucaristico di ogni luogo della terra. Questo significa che noi possiamo incontrarlo solo insieme con tutti gli altri. Possiamo riceverlo solo nell'unità. Non è forse questo che ci ha detto l'apostolo Paolo nella lettura ascoltata poc'anzi? Scrivendo ai Corinzi egli afferma: 'Poiché c'è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell'unico pane' (1Cor 10, 17). La conseguenza è chiara: non possiamo comunicare con il Signore, se non comunichiamo tra noi. Se vogliamo presentarci a Lui, dobbiamo anche muoverci per andare gli uni incontro agli altri. ... La risurrezione di Cristo avvenne il primo giorno della settimana, che nella Scrittura è il giorno della creazione del mondo. Proprio per questo la domenica era considerata dalla primitiva comunità cristiana come il giorno in cui ha avuto inizio il mondo nuovo, quello in cui, con la vittoria di Cristo sulla morte, è iniziata la nuova creazione. Raccogliendosi intorno alla mensa eucaristica, la comunità veniva modellandosi come nuovo popolo di Dio. Sant'Ignazio di Antiochia qualificava i cristiani come coloro che sono giunti alla nuova speranza, e li presentava come persone viventi secondo la domenica. ... 'Come potremmo vivere senza di Lui?'. Sentiamo echeggiare in queste parole di sant'Ignazio l'affermazione dei martiri di Abitene: 'Sine dominico non possumus'. Proprio di qui sgorga la nostra preghiera: che anche noi cristiani di oggi ritroviamo la consapevolezza della decisiva importanza della celebrazione domenicale e sappiamo trarre dalla partecipazione all'Eucaristia lo slancio necessario per un nuovo impegno nell'annuncio al mondo di Cristo 'nostra pace' (Ef 2, 14)".
Senza una pastorale della domenica, la Chiesa si riduce a una stazione di servizio qualsiasi o a un insieme di "sette" più o meno d'ispirazione cattolica, dove ognuno cerca di soddisfare le proprie necessità fuori della comunione con gli altri. La Chiesa si riduce a una qualsiasi convivenza di amici o soci che si riuniscono su una base di ordine psicologico-sociologico-culturale-generazionale o per una ragione di abitudine o di amicizia.
Chi rimane il grande assente è il Signore, e noi cerchiamo di occupare il suo posto con le nostre iniziative, la nostra creatività, le nostre innovazioni, la nostra inutilità.
Essere sotto lo sguardo di Dio
Ritorniamo all'inizio di questa riflessione. Senza quella sobria ebbrezza della quale ha parlato Benedetto XVI, la celebrazione liturgica perde il suo unico senso: "Essere sotto lo sguardo di Dio".
Non si tratta di stare sotto lo sguardo del sacerdote o dei compagni - per questo esistono altri momenti - ma sotto lo sguardo di Dio, tutti uniti, poiché siamo un solo corpo.
Nessuno s'illude che, in poco tempo, si possa tornare alla Grande Tradizione della Chiesa, la pastorale della domenica, che è sommersa e nascosta sotto moltissime tradizioni umane che hanno privilegiato aspetti transitori, i quali, molte volte, non hanno nessun senso biblico-patristico e autenticamente ecclesiale. Abbiamo dimenticato quello che è essenziale, per idolatrare le nostre opere, le nostre idee, il nostro modo di essere.
Dovranno passare molte generazioni affinché l'autentico insegnamento di Nostra Santa Madre Chiesa possa ritornare a penetrare nei nostri cuori.
Ma chi ama incomincia a seminare e ha il dovere di farlo, malgrado non veda il tempo della raccolta. Questa è la fede. Questo fa la differenza tra la fede e l'incredulità:
"Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia. Nell'andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni" (Sal 126, 5-6).
Ha scritto il Cardinale Antonio Cañizares Llovera, Prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti: "In definitiva, se vogliamo una Chiesa presente nel mondo, rinnovandolo e trasformandolo secondo la volontà di Dio, esattamente come indicano emblematicamente la Gaudium et spes e il magistero sociale della Chiesa, è necessario che, in primo luogo e al di sopra di tutto, sia una Chiesa che viva di Dio e di ciò che viene da Lui, cioè, di quanto è contenuto e avviene nella liturgia della Chiesa. È quello che c'insegna e ci ricorda la Costituzione del Concilio Vaticano II Sacrosanctum Concilium. ... Abbiamo bisogno - senza dubbio un grandissimo bisogno - di questo nuovo impulso. Così lo vede con una straordinaria lucidità e chiarezza un uomo tanto provvidenziale dei nostri giorni, testimone della grande speranza e impegnato come pochi nel rendere possibile che sorga con forza un'umanità nuova fatta di uomini nuovi, come pure una nuova cultura e un mondo nuovo, degni dell'uomo: il Papa Benedetto XVI. Egli sta facendo della liturgia uno degli elementi distintivi più ricchi e promettenti del suo pontificato. In pieno accordo con il nostro Papa, sentiamo e abbiamo la necessità e il dovere di condurre la liturgia verso un rinnovamento profondo e davvero conciliare".
Emilio Grasso
[*] Va tenuto presente che questo articolo è una traduzione dallo spagnolo, ed è stato scritto nel contesto del Paraguay.
20/01/2010
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