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MBALMAYO... ED È NATALE


Natale è tradizionalmente un tempo di ricordi, tempo che privilegia la memoria sulle altre facoltà spirituali.

In queste ore di attesa della venuta del Signore, la mia memoria corre lontano.

Nell'omelia che tenne nel Natale 1980, Mons. Jean Zoa, uno dei Vescovi che più ho amato nella mia vita, toccava un punto decisivo senza bloccarsi a causa di tanti complessi d'inferiorità che, pur dolorosamente, si riscontrano in altriPapa Giovanni Paolo II e Mons. Jean Zoa vescovi e sacerdoti o religiosi africani. Egli affermava in questa omelia: "È chiaro che sul piano delle esigenze evangeliche le nostre comunità non debbono rendere alcun conto all'Occidente in quanto tale, poiché anche l'Occidente come gli altri, come noi, è 'per natura meritevole dell'ira di Dio' (Ef 2, 3). Il nostro contenzioso noi l'abbiamo con Gesù, è a Lui che dobbiamo rispondere, Lui che ha ogni autorità sulle nazioni e sui regni".

L'Unico che conta è Gesù. È a Lui, non all'Occidente che deve rispondere l'uomo africano. Per questo, in un'intervista nella quale Mons. Zoa dava uno sguardo panoramico sulla Chiesa di Yaoundé, la sua Arcidiocesi, invitava le varie famiglie religiose a lavorarvi in essa "per l'edificazione e la crescita della Chiesa". Quello che chiedeva era "una sempre maggior fede nel carisma riattualizzato dei loro fondatori e maggiore audacia evangelica nelle loro iniziative missionarie".

Egli esortava i vari Istituti a formare persone pronte a prendere la relève. Li sollecitava ad osare proclamando la propria vocazione: "Un giorno, noi abbiamo sentito l'appello del Signore e abbiamo risposto: Presente! Ora tocca a voi prendere la relève e portare la luce della fede, portarla più alta e più lontano di noi...".

Anche in altre occasioni Mons. Zoa tornò sulla preoccupazione di suscitare delle vocazioni che permettano di lasciarci partire tranquilli, la coscienza in pace, verso nuovi porti.

"Bisogna parlare alle folle - diceva nella sua introduzione alle giornate sinodali del 17-18 novembre 1981 - non è questione di fare dell'elitismo e d'occuparsi solamente di poche persone. Ma la condotta di Gesù ci mostra che le élites sono necessarie per il servizio della folla. Egli ha parlato alle folle, ma dopo la folla, prendeva 72 discepoli che gli ponevano delle domande. Egli diceva: agli altri è stato dato di comprendere in parabole, ma voi dovete conoscere il mistero. E tra i 72 vi sono i 12 e tra i 12 i 3 privilegiati, dei quali io penso veramente che v'è una preoccupazione che riafferma la priorità che noi dobbiamo dare alla formazione".

E Mons. Zoa si domanda ancora: "Signore, posso io morire questa notte e dire che il mondo, la Chiesa continuano tranquillamente perché io ho dato il mio contributo che consisteva nel formare altri apostoli, altri discepoli?...".

Ed aggiungeva in un altro scritto: "Ogni Pastore deve fare il suo esame di coscienza ponendosi la questione seguente: Chi sono i miei discepoli? Come li formo e li accompagno?".

Il Maestro dell'Impossibile

Nell'insegnamento dell'Arcivescovo di Yaoundé, nel quale mi ritrovo completamente, la formazione dei discepoli deve dunque occupare il primo posto nel cuore dei pastori.

Accanto ad una opzione preferenziale, ma non esclusiva, per i poveri v'è quindi, come è anche sottolineato nel Documento di Puebla, una opzione preferenziale per i giovani.

È ad essi che bisogna andare per incontrare chi prenderà la relève.

"Gesù - affermava Mons. Zoa nell'omelia del Natale 1984 - conosce le aspirazioni e le possibilità profonde dei giovani e si adopera per rivelarle loro. Gesù non teme di mettere a soqquadro il giovane molle e fiacco, che affonda nella mediocrità e nel lasciarsi andare. Egli sveglia l'ideale che dorme nel suo cuore. Egli sa che un giovane generoso ha bisogno di essere provocato e di essere raggiunto da una sfida. È la radicalità delle esigenze di Gesù che rivela l'immenso amore e l'immensa confidenza che egli porta ai giovani nei loro sforzi di generosità. Per questo Gesù si presenta ai giovani come Maestro dell'Impossibile".

Quando 44 anni fa, su una piazzetta della periferia di Roma, accendemmo un fuoco e proponemmo una maniera differente d'attendere il Natale del Signore, i benpensanti ci accusarono e ci dissero che non si poteva... era impossibile. Eppur lo accendemmo...

Quando andammo in borgata a vivere tra i baraccati, e dei ragazzi e delle ragazzine lasciarono tutto per fare scuola ai più poveri, fummo accusati, portati in tribunale... ci fu detto è impossibile. Eppure lì nascemmo, lì vincemmo...

Quando dicemmo che avremmo vissuto in comunità, una nuova seppur piccola comunità, ed alcuni di noi sarebbero diventati preti, ci fu detto... impossibile. Eppure oggi lo siamo...

Quando dicemmo che saremmo andati fino agli estremi confini della terra, con la nostra fede, con il nostro entusiasmo, con i nostri canti, con le nostre chitarre... ci fu detto... impossibile... Eppur ancor oggi cantiamo...

Quando nel mezzo d'una foresta vedemmo il terreno ove sarebbe nato il Centro di Mbalmayo... qualcuno disse... impossibile... Eppure il Centro esiste...

Impossibile... Una parola che non si trova nel vocabolario di chi crede, perché chi crede è colui che vive alla scuola del Maestro dell'Impossibile.

Trasmettere uno stile di vita

La Santa Chiesa è la Scuola che rende possibile e fattibile nella storia degli uomini la Parola eterna del suo Unico Sposo, il Maestro dell'Impossibile.

Tutto è veramente grazia...

Ma di questa grazia non dobbiamo mai stoltamente appropriarci. Mai pensare, fosse anche per un solo istante, che non è dono del quale dobbiamo render conto... Questa storia è dono, qualcosa che Dio e la Sua Chiesa hanno difeso ed amato, come solo loro potevano fare, quando un po' tutti, a cominciare da noi, ci si divertiva a distruggere.

Ecco perché nessuno di noi, per usare sempre le parole di Mons. Zoa, "ha diritto di sistemarsi, di accasarsi".

Mbalmayo deve ritornare ad essere solo un punto di partenza, una pista di lancio per nuove avventure. Lì, noi dobbiamo "organizzare la Missione interna, senza escludere la possibilità di partire per altri continenti".

"Noi non dobbiamo aspettare di aver risolto tutti i nostri problemi per pensare agli altri".

Queste partenze e queste condivisioni, questi scambi tra Chiese sorelle libereranno le nostre case da false problematiche e meschini egoismi dando anche alla nuova evangelizzazione un respiro più cattolico-ecclesiale-cosmico, facendola uscire dall'eventuale ghetto di problematicismi intra-ecclesiali.

Mbalmayo, pertanto, non si pone al lato dei nostri impegni. Non costituisce né un diversivo, né un complemento. È il momento dell'inversione d'una tendenza che chiama a rimettere "la periferia al centro ed il centro alla periferia".

L'Unico che conta

Con Mbalmayo, ma su questo tema dovremo tornare, noi vogliamo superare certe angustie nelle quali sono finiti vari tentativi nel processo d'inculturazione della fede e vogliamo riproporre, nell'armonia e nell'arricchimento reciproco delle varie culture, la visione della Comunità come riflesso della Chiesa "unico gregge di Dio, che quale vessillo alzato tra i popoli, compie nella speranza il suo pellegrinaggio alla meta della patria celeste".

Riteniamo, infatti, che in un mondo caratterizzato dalla frammentazione, noi dobbiamo cercare innanzitutto ciò che unisce, ricreare una profonda esperienza dell'Unico Necessario, per poi poter costruire l'Unità nella Diversità.

Questo è possibile solo in un processo reciproco e continuo di conversione, nel quale la diversità costituisce arricchimento, possibilità di donazione e non barriera che impedisce l'incontro.

Noi siamo coscienti dei tanti debiti storici che l'Occidente ha accumulato nei confronti dei popoli che noi, in una visione eurocentrica, abbiamo considerato essere la periferia. Però abbiamo anche coscienza che il passato non può diventare per noi una condanna al silenzio ed all'impedimento ad amarci. Si tratta di riscoprire quello che Mons. Zoa chiama "il contenzioso con Gesù", senza chiuderci nel contenzioso con il passato. Passare da una fase orizzontale-rivendicativa-infantile ad una fase nella quale noi, in prima persona, ci sentiamo chiamati alla risposta.

La sfida che ci attende è quella di scoprire se noi siamo capaci o no di vivere insieme, o se dobbiamo fare tante comunità, o forse anche tante Chiese, a seconda delle provenienze culturali e sociologiche. La sfida è quella di sapere se il collante della nostra comune fede, se il collante dell'appartenenza all'unico carisma per il quale ci riconosciamo tutti membri della stessa comunità, è così forte che supera il dissolvente delle culture e delle provenienze sociologiche.

Sfida che possiamo vincere se sappiamo ridimensionare la cultura d'origine per scoprire ed amare solo il volto del Cristo. Sì, al fondo tutto il problema si riduce alla nostra conoscenza del Signore Gesù ed al nostro amore per Lui. Lo amiamo o non lo amiamo come l'Unico, in dipendenza del quale possiamo poi ordinare tutti gli altri amori?... Se sì, tutto sarà facile e vinceremo.

Se è sì, vinceremo perché tutto avremo considerato "una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù" (Fil 3, 8).

Ed allora, vivendo con l'altro, da qualsiasi parte egli provenga, potremo insieme cantare: "Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti" (Col 3, 11).

Sì, Mbalmayo è una sfida. Se ci vediamo allo specchio dobbiamo proprio dire che tra di noi "non ci sono molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili" (1Cor 1, 26). Come agli inizi della nostra storia, riprendiamo il cammino: oggi più che mai siamo solo un piccolo gruppo di pezzenti.

Ma anche questo "gruppo di pezzenti", se ha fede, vede, come "il popolo che camminava nelle tenebre, una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse" (cfr. Is 9, 1). Anche per il gruppo dei pezzenti finalmente risplende la luce del Natale.

E oggi, come allora, più che allora...

Emilio Grasso


20/12/2010

 
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