NATALE: NASCITA-MERAVIGLIA-MISSIONE
Una riflessione dall'Africa nel giorno di Natale
L'annunzio del Natale al mondo è, e resterà sempre scandalo e follia.
È annunzio che rompe gli schemi culturali dell'uomo e può essere accettato solo in povertà e umiltà. È l'annunzio del fatto storico che Dio è diventato Uomo. Dio non è rimasto in cielo, non si è disinteressato della storia degli uomini, non si è limitato ad inviare dei messaggeri.
Il Deus otiosus
Secondo alcuni storici delle religioni, in Africa, per la maggior parte delle tribù, l'Essere supremo è un dio inerte che si disinteressa della sorte degli uomini (deus otiosus).
Anche Mircea Eliade, nel suo Trattato di storia delle religioni, dedica alcune pagine al deus otiosus. Questa visione si ritrova in alcune espressioni significative. I Bantù dicono: "Dio, dopo aver creato l'uomo, non si diede più pensiero di lui". I Negrillo ripetono: "Dio si è allontanato da noi". E le popolazioni Fang, della prateria dell'Africa equatoriale, riassumono la loro filosofia religiosa in questa canzone:
"Nzame (Dio) è in alto, l'uomo è in basso.
Dio è Dio, l'uomo è l'uomo.
Ciascuno da sé, ciascuno in casa sua".
L'annunzio del Natale sconvolge questi schemi religiosi culturali.
Dio s'è inserito nella nostra storia non limitandosi a parlarci attraverso i fenomeni del cosmo o la testimonianza della nostra coscienza. Il Suo amore non si ferma a questo. Non si ferma al fatto di farci conoscere la Sua esistenza, rimanendo però puro ed incontaminato fuori della storia degli uomini. Come sottolinea con acume il teologo-scrittore Clive Staples Lewis, l'assurdo di Dio è che "Egli ama veramente quei bipedi spelati che ha creato e sempre restituisce con la destra ciò che ha tolto con la sinistra. Egli vuole, in fin dei conti, che ogni uomo sia in grado di riconoscere tutte le creature (perfino se stesso) come cose gloriose ed eccellenti".
Meraviglia e povertà
Dopo Natale l'uomo non è più solo uomo.
L'unico atteggiamento che può rispondere adeguatamente all'annunzio che è "scandalo e follia" è quello della meraviglia, del cuore puro che non dà ogni cosa per scontata, considerando gli avvenimenti come se fossero il corso naturale delle cose, come se fossero tutti riconducibili ad uno schema precedentemente fissato nel quale riprendono un posto già assegnato.
Quando viene a mancare il senso della meraviglia, viene soffocata anche la nostra capacità di comprendere il significato di Dio, quello della nostra esistenza e ciò che avviene nella nostra vita, nell'insieme di relazioni e incontri che dovrebbero darle contenuto.
Quando tutto è già scontato e programmato, quando tutto può essere spiegato e incasellato in uno schema che non si lascia cambiare, allora veramente per Dio non c'è più spazio e tutto rientra nella banalità del quotidiano.
Senza la meraviglia il mistero della nascita al massimo diventa informazione, ma di certo non costituisce annunzio sconvolgente d'una Buona Novella. E dopo aver appreso l'informazione la nostra vita continua come prima, senza che noi siamo toccati e cambiati.
La meraviglia è in stretto rapporto con la povertà. Solo chi è povero, libero dalle cose ed anche da se stesso, sa meravigliarsi e gioire d'ogni nascita che lo arricchisce e gli dona speranza, perché ogni nascita apporta al povero speranza, novità, attesa d'un cambiamento. Il povero non può che voler tutto, non può che avere un desiderio infinito che non lo fissa se non in Dio e nel suo Regno.
E nello stesso tempo si meraviglierà anche del poco, del piccolo, del germe che gli è donato. Perché chi è veramente povero ha sempre la meraviglia per qualsiasi dono poiché, come dice san Paolo, "che cosa possiedi che tu non l'abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l'avessi ricevuto?" (1Cor 4, 7).
Nel povero v'è l'equilibrio tra il tutto volere e l'accontentarsi del poco.
Senza questo equilibrio v'è la morte della meraviglia. Soddisfarsi del poco può voler dire tagliare le ali ai nostri desideri, installarsi nella mediocrità. Ma tutto volere può significare vivere nella irrealtà un sogno inefficace dove uno è sempre deluso, poiché il suo desiderio gli si ritorce come un'accusa di scacco ed impotenza.
Se non conserviamo gelosamente l'integrità della Scrittura senza amputazioni di comodo o letture parziali, noi potremo cadere sempre in un estremo o nell'altro come tante volte è avvenuto e avviene.
Ecco perché il "Beati voi, poveri" di Luca (Lc 6, 20) non va letto disgiunto dal "Beati i poveri in spirito" di Matteo (Mt 5, 3), raggiungendo in tal modo l'equilibrio tra il desiderio del tutto e il realismo del poco. E nel tutto che si presenta nei panni del poco, e nel poco che è già portatore del tutto, il desiderio diventa realtà e la realtà non uccide, anzi accresce e rende ancor più forte il desiderio.
Meraviglia e missione
Il tema della meraviglia legato alla povertà va anche a saldarsi con il tema della missione.
I primi, infatti, a ricevere la gioiosa notizia della nascita del Messia-Salvatore sono dei pastori. In essi Luca personifica una categoria di persone semplici, povere, che vegliano all'aperto e che di notte fanno la guardia al loro gregge. Essi furono presi da grande spavento all'annunzio dell'angelo. È proprio della meraviglia, infatti, avere questo carattere di tremendo e di affascinante, poiché è la meraviglia che ci mette in contatto con la dimensione che va al di là del catalogabile, del prevedibile, del razionale. E i pastori, primi destinatari dell'annunzio della nascita che desta meraviglia, diventano a loro volta annunciatori della nascita e missionari fra le genti.
La meraviglia li spinge, li fa muovere, li fa uscire dalla loro terra: "Andiamo dunque fino a Betlemme - dicevano fra loro -, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere" (Lc 2, 15). La meraviglia porta ad un esodo da se stessi. L'esodo porta ad una esperienza. E l'esperienza porta alla missione. "E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro" (Lc 2, 17). E l'annunzio dato da uomini che hanno nel loro cuore la meraviglia contagia.
La missione genera a sua volta nuova meraviglia. "Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori" (Lc 2, 18).
E uomini "meravigliati" saranno poi a loro volta annunziatori e testimoni fra le genti delle "meraviglie di Dio".
Questa triade di nascita-meraviglia-missione diventa piena ed autentica quando è capace a sua volta di generare nuove triadi.
Natale in Africa
Il problema di come presentare il Natale in Africa, questione che concerne la cristologia, si lega al problema dell'inculturazione.
In tale prospettiva si collocano alcune piste di ricerca che vanno esaminate. Esse ruotano attorno al tema di "Cristo, nostro Ancêtre".
In Africa, gli Ancêtres sono considerati come quei modelli di vita, di saggezza, di responsabilità e di solidarietà che si pongono come dei veri mediatori. Sono una referenza essenziale a Dio, sorgente d'ogni dono, d'ogni bene e di tutto il benessere che rappresentano e promuovono. Di conseguenza sono gli alleati di Dio. Essi dunque non sono dei qualsiasi defunti. In loro non è la morte che si celebra, ma la Vita: quella che san Giovanni proclama in tutto il suo Vangelo, quella che lo Spirito di Dio genera e rinforza in chiunque compie, per amore, il bene che Egli ispira.
Per Charles Nyamiti, il significato africano dell'Ancêtre implica cinque elementi essenziali. Il primo di essi è l'esistenza affermata d'un legame di consanguineità (un legame biologico).
Ora ci sembra che due affermazioni vadano fatte in proposito.
La prima è d'ordine teologico: ogni qual volta Gesù ha parlato di se stesso, egli ha evitato di collegare la sua autorità a quella di una linea ancestrale. Egli non si è mai chiamato il Figlio di Davide: facendo comprendere che Egli era il Signore di Davide, Egli rivendicava un'autorità d'ordine superiore. Designandosi come Figlio dell'Uomo, si situava ad un livello più universale: Egli voleva liberarsi da qualsiasi imprigionamento nella discendenza ebrea. Citando il salmo 110 per applicarlo a se stesso, Egli evoca il sacerdozio di Melchisedek, sacerdozio che si era manifestato al di fuori della razza ebrea, come anteriore e superiore ad Abramo, il grande Ancêtre. Allorché Egli istituisce un nuovo sacerdozio, Egli lo crea completamente distinto dal sacerdozio levitico ereditario. Egli non vuole agire come un Ancêtre, né instaurare presso di Lui dei collaboratori che abbiano qualità di Ancêtres.
La seconda, d'ordine sociologico, ci porta ad esaminare la realtà e non la poesia della famiglia africana. Oggi nel contatto con altre civiltà e con il fenomeno dell'urbanizzazione certi valori tradizionali sono in dissoluzione e si rischia a volte, per una malintesa idea d'inculturazione, di dover fare un doppio lavoro. Recuperare in un archivio storico certi fenomeni, certi fatti, certe tradizioni, certe culture e poi, in un secondo tempo, inculturare il Vangelo in culture non più viventi. Si procederebbe così ad un dialogo con delle idee e non con delle persone. L'inculturazione risulterebbe con ciò una operazione "africana" nella forma, ma "occidentale" nella mentalità.
Molte volte sono i missionari che conservano memoria di riti, tradizioni e persone di cui i giovani non hanno più conoscenza.
Ma l'obiezione più sostanziale ci sembra quella che, con il titolo d'Ancêtre riferito a Gesù Cristo, noi rischiamo ancora di chiudere la novità del Nuovo Testamento nella realtà del Vecchio.
S'appartiene alla famiglia cristiana per una libera opzione, non per fattore ereditario. Possedere una cultura cristiana, appartenere ad una famiglia o ad una società cristiana non fanno di noi ipso facto dei cristiani.
Un cristianesimo che assolutizzasse troppo i legami biologici sarebbe condannato al fallimento e dimenticherebbe che in Gesù Cristo "mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica" (Lc 8, 21). E "chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me" (Mt 10, 37).
In Gesù Cristo nuovi legami si instaurano, legami che trascendono il sangue e la carne e che ci fanno passare dal piano biologico (ove si assolutizza la famiglia o la classe sociale, l'etnia o il clan, la patria o la cultura) ad un piano spirituale. Non il dato biologico-psicologico-sociologico o culturale, ma la libera adesione nello stesso Spirito alla Persona da tutti amata costituisce la nuova famiglia che si pone come segno elevato al di sopra delle nazioni.
Ciò che ci unisce non è dunque ciò che in noi non è libertà (l'essere nati in un luogo e non in un altro, in una famiglia, non in un'altra, in un tempo, non in un altro), ma ciò che in noi è libertà: l'aver risposto nella responsabilità della nostra libertà ad una storia che ci è offerta.
Un processo di inculturazione che assolutizzasse troppo l'elemento particolare-locale, perdendo di vista l'universalità del dono offerto, rischierebbe di tramutarsi in un processo di conservazione dello stato esistente, senza apportare la novità ed anche la rottura che consiste nell'Avvenimento non catalogabile che è Cristo.
La nascita di Gesù chiama noi tutti ad una nuova nascita, ove ogni uomo entri in dialogo non con una cultura differente, ma con un Uomo simile e differente.
La similitudine ci permette il dialogo, la differenza ci chiama ad una conversione. Questa differenza non consacra sic et simpliciter l'esistente ed il quotidiano della nostra vita, ma ci chiama in un esodo continuo a divenire, come Lui, uomo-universale, uomo cioè capace d'incontrare in una vita nuova tutti gli uomini, senza frontiere e confini che ci sono stati dati con la nascita.
L'inculturazione come dialogo tra persone non termina nel Natale, quando Dio assume la nostra natura, ma nel nostro ascendere con Lui, quando la nostra natura è assunta dalla Sua.
Il Natale è l'inizio e la condizione. Ma il Suo Natale, se non diventa il nostro, la nostra nascita a vita nuova, la nostra uscita dal nostro cielo e dalla nostra terra, per incontrare l'Altro che ci viene incontro, è un Natale che non ci salva.
Emilio Grasso
28/12/2010
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