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Approfondimenti


 

ORA VIENE LA NOTTE

 

   

Il sabato, 5 agosto, verso le 2.30 del mattino, il Papa suonò il campanello per chiamarmi: rarissimamente se ne serviva, perché non voleva disturbare nessuno.

Lo trovai seduto sul letto con un respiro affannoso; volle pregare, poi si mise in poltrona. Secondo le indicazioni del medico, in previsione di momenti di particolare difficoltà, gli somministrai, aiutato dalle Suore della Casa pontificia, un po' di ossigeno, che gli recò sollievo. Mi parlò della morte di Pio XII che era avvenuta proprio in quella camera il 9 ottobre 1958, ricordando che lui, quella notte, si trovava in visita pastorale a Monteviasco, piccolo paese montano in Val Veddasca in Diocesi di Milano. Riandammo con la memoria a quei momenti: insieme avevamo ascoltato per radio la Messa celebrata durante l'agonia di Pio XII, io poi ero rimasto sveglio seguendone le ultime ore e, appena spirato, avevo chiamato l'Arcivescovo che si era messo in preghiera.

Ora, dopo quel ricordo, il Papa tornò a coricarsi, assistito dal dottor Buzzonetti appena giunto da Roma.

La giornata poi passò abbastanza tranquilla, con maggior riposo, come da consiglio dei medici.

Alle 19 ci fu un consulto del professor Fontana e del dottor Buzzonetti con il professor Prosperi, specialista urologo. Dopo un approfondito esame, il Professore approvò le cure intraprese, suggerì di intensificarle, ma si manifestò sereno e fiducioso.

Il dottor Buzzonetti si fermò a Castel Gandolfo per la notte.

Finita la cena, recitammo il Rosario e la Compieta; il Papa voleva recarsi nello studio per lavorare, ma lo pregai di andare a letto.

Col mio aiuto prese visione della corrispondenza e delle pratiche della giornata; alle 22.30, secondo il suo desiderio, io gli lessi il capitolo "Jésus" del Piccolo catechismo di Jean Guitton.

Poi esclamò: "Ora viene la notte". Il tono della frase mi sembrò rivelare un'inquietudine inconsueta. Perciò, con un po' d'insistenza, chiesi di poter restare in camera per vegliare, finché non avesse preso sonno.

Fu l'inizio di una notte tormentata.

Il Papa si agitava in continuità, come se una forza malefica lo affliggesse senza dargli requie; alle 3 del mattino il dottor Buzzonetti mi sostituì nella veglia.

Venne la domenica 6 agosto, la festa della Trasfigurazione di Gesù.

Alle 7.30 ritornai presso il Papa che mi apparve sfinito: non poteva celebrare la S. Messa e io promisi di celebrarla per lui nel pomeriggio.

A mezzogiorno i fedeli, radunati nel cortile del Palazzo Apostolico per la recita domenicale dell'Angelus, non videro il Papa; venne letto il discorso preparato secondo i suoi suggerimenti, ed egli poté alzarsi, solo con molta fatica, per recitare l'Angelus in Cappella.

Il pomeriggio passò tranquillo, con l'assistenza del segretario Padre John Magee, appena rientrato da un periodo di vacanza.

Alle 17.30 mi preparai per celebrare la S. Messa nella Cappella attigua alla camera del Papa, che si predispose accomodandosi a letto e indossando la stola.

Erano presenti, oltre a noi due segretari, il dottor Buzzonetti, l'aiutante Franco Ghezzi e le Suore dell'appartamento pontificio. Il Papa seguì la S. Messa con intensa devozione. Alla Comunione egli si protese verso l'Eucaristia "come la cerva anela alle sorgenti delle acque". In quel momento io ebbi la percezione che quella Comunione era il suo Viatico. Con la sua consueta forza d'animo riuscì a vincere la commozione, che in quel momento era intensissima in tutti.

Appena terminata la S. Messa, proposi di amministrargli il Sacramento degli infermi. Il Papa rispose: "Subito, subito".

Fin dal primo giorno in cui io fui suo segretario in Vaticano, mi raccomandò che sempre l'Olio Santo fosse a portata di mano: tutti gli anni, quando andavamo a Castel Gandolfo, dovevamo portarlo con noi. Non mi fu quindi difficile iniziare subito il rito sacramentale.

Seguì le preghiere con calma e consapevolezza, offrendo lui stesso le mani per la sacra unzione.

Al termine fece un gesto con la mano, senza parlare, esprimendo così il saluto, la gratitudine, il commiato.

Poi il male sembrò esplodere in modo violento e inesorabile: era edema polmonare.

Il professor Fontana, appena giunto da Roma, con il dottor Buzzonetti si prodigò con tutti i mezzi per contrastare il male.

Il Papa non mostrò più alcuna preoccupazione: ormai era immerso totalmente nella preghiera. Padre nostro, Ave Maria, Salve Regina, Magnificat, Anima Christi si ripetevano continuamente, seguiti con animo commosso anche da tutti i presenti.

Sopraggiunse il Cardinale Segretario di Stato, Cardinale Villot, da me immediatamente avvertito: recitò le preghiere dei morenti per accompagnare il Papa all'incontro con Dio.

Il fratello del Papa, Senatore Lodovico, raggiunto telefonicamente a Ponte di Legno, volle assicurare la sua affettuosa partecipazione e la sua fervida preghiera.

Arrivarono il Sostituto della Segreteria di Stato, Mons. Caprio, Padre Paolo Dezza S.J. (1901-1999), confessore del Papa, e un pronipote di Paolo VI, Marco Montini.

La febbre saliva inesorabilmente e tutte le cure non riuscivano ad arrestare il male.

La preghiera continuava: Padre nostro, Padre nostro, senza interruzione.

La voce del Papa si affievoliva progressivamente, fino a un ultimo debolissimo Padre nostro che si spense sulle sue labbra alle ore 21.40.

Paolo VI entrava nella gloria di Dio.

Morì mormorando il nome del Padre, affidando e consacrando in Lui la conclusione della vita terrena e l'aprirsi di quella eterna.

In quel momento, improvvisamente, la sveglia del Papa si mise a suonare: era una vecchia sveglia che lo aveva sempre accompagnato fin da giovane, donatagli da sua mamma quando, nel 1923, fu inviato alla Nunziatura di Varsavia. Il mattino di quel giorno, vedendo che si era fermata, avevo voluto caricarla io e inavvertitamente avevo mosso le lancette spostandole alle 21.40. Così, quel suono che per tutti quegli anni aveva svegliato Paolo VI alla luce del nuovo giorno, quella sera, simbolicamente, segnò per lui l'alba del giorno che non tramonta mai.

Paolo VI desiderava morire bene; più volte mi aveva ripetuto: "Mi aiuti a morire bene".

Voleva morire senza recare disagi alla Chiesa, senza un periodo di infermità che potesse creare problemi: morire in silenzio, senza disturbare, nel pieno delle forze intellettuali e spirituali per offrire consapevolmente la sua morte come "dono d'amore alla Chiesa".

Il Signore ha esaudito la sua preghiera.

Pasquale Macchi



© L'Osservatore Romano - 5 agosto 2018
    Foto a cura della redazione di www.missionerh.it




05/08/2018

 
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