Tentare di comprendere una definizione terminologica non è questione astratta, ma di massima importanza per tutti coloro che, per differenti ragioni, sono chiamati ad un approccio di un fenomeno.
Massimo Introvigne, Direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni ed uno dei massimi esperti del
problema, in un articolo apparso sulla rivista della Università Gregoriana "Studia Missionalia", pone innanzitutto, con correttezza metodologica, il problema della definizione terminologica. In questo ambito, infatti, ci si muove con troppa disinvoltura, usando indifferentemente dei termini che hanno significato diverso a seconda del campo ove vengono usati.
"Sette", "culti", "pseudo-religioni" o "nuove religioni" appartengono, infatti, ad una pluralità di linguaggi ed occorre sempre precisare se ci si trova nell'ambito della storia, della sociologia, della psicologia sociale, della fenomenologia delle religioni, della teologia[1].
Questi termini, inoltre, contengono già in sé un elemento di giudizio. È necessario pertanto prestare molta attenzione all'uso generico dei termini che va sempre sottoposto ad accurata analisi semantica. Molte volte l'uso di etichette "serve soltanto a oscurare la complessità dei problemi che possono sorgere, e insieme a far nascere ulteriori problemi"[2].
Nota in proposito Jean Séguy che le società sentono come insopportabili certe rivendicazioni di autonomia (di giudizio, d'atteggiamenti, di condotta, etc.; la lista può variare a seconda delle culture e delle congiunture). La minaccia avvertita in simili casi - minaccia sempre costruita secondo un immaginario sociale - si traduce in misure di protezione da cui tra l'altro consegue un marchio sociale, al quale l'uso linguistico comune contribuisce. Non esiste un linguaggio innocente, sia pure con il pretesto d'essere spontaneo. Poiché l'incapacità collettiva ed individuale non sopporta condotte, opinioni e atteggiamenti diversi, ne deriva che il linguaggio comune impiega dei termini o delle etichette dispregiative come ad esempio la parola "setta"[3].
I termini "chiesa" e "setta", in quanto appartengono al linguaggio ecclesiastico e teologico, sono
presi in senso normativo. Utilizzato da principio unicamente nel campo religioso ed in senso peggiorativo, senza un contenuto preciso, il vocabolo "setta" è stato spesso impiegato per designare sia un piccolo gruppo che si è separato da uno più grande (da qui la supposizione etimologica dal verbo latino secare, tagliare), sia l'insieme dei discepoli d'un maestro eretico (sequi, secutus, seguire). In questi due casi ci si trova di fronte a delle designazioni caricate di normatività e di disprezzo. Al contrario, il vocabolo chiesa è, nell'uso comune, sempre carico di valore. Ne consegue che ogni setta (nel senso sociologico) si ritiene Chiesa (nel senso teologico) e taccia di setta (nel senso volgare) le chiese che non rispondono al suo ideale[4].
Constatiamo ciò, ad esempio, nella definizione che ne dà il Dictionnaire de Droit Canonique, ove sin dall'inizio si dice che il termine designa le società o i raggruppamenti la cui attività si esercita contro la Chiesa o contro la società civile[5].
Anche per il Dictionarium Morale et Canonicum, curato dal card. Palazzini, la nozione di setta può includere nella sua comprensione generale sia il concetto di eresia che quello di scisma[6].