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LEGGI LA PRIMA PARTE 

 


PER UN APPROCCIO GLOBALE AL FENOMENO DEI

NUOVI MOVIMENTI RELIGIOSI (2)



L'analisi sociologica



Lasciando da parte il senso etimologico o l'uso normativo già a priori carico di significato negativo, soffermiamo l'attenzione sulla prospettiva sociologica del termine, sull'uso, cioè, non valutativo, né peggiorativo né migliorativo. I primi ad impiegare il termine setta in prospettiva sociologica furono Max Weber e Ernst Troeltsch.

Di fronte alla rilevanza delle sette in America, Max Weber ne studia l'origine e la natura.Max Weber 

Nella sua opera Economia e Società, pubblicata la prima volta nel 1922, Weber ci offre un chiaro sviluppo dei concetti di chiesa e di setta.

Per Weber la chiesa si differenzia dalla setta, nel senso sociologico del termine, per il fatto di considerarsi portatrice e amministratrice d'un carisma di ufficio. Nella chiesa non si entra volontariamente, ma si nasce, ed alla sua disciplina è soggetto anche colui che non è qualificato religiosamente, il nemico di Dio[1].

Quanto alla setta, sempre nel senso sociologico, essa non è una piccola comunità religiosa, né una comunità scissa da qualche altra comunità e perciò da questa non riconosciuta o perseguitata o considerata eretica.

La setta è, invece, una comunità che nel suo senso e nella sua essenza deve necessariamente rinunciare all'universalità e fondarsi su una stipulazione del tutto libera dei suoi membri. È una formazione aristocratica, un'unione di persone pienamente qualificate in senso religioso; vuole essere soltanto ciò e non già, come una chiesa, una istituzione di grazia che emana la sua luce sui giusti e sugli ingiusti, e che vuole soprattutto sottomettere proprio i peccatori alla disciplina del comando divino.

La setta ha l'ideale della ecclesia pura, della comunità visibile dei santi, da cui devono essere tenute lontane le pecore rognose affinché non offendano lo sguardo di Dio. Almeno nel suo tipo più puro, essa rifiuta la grazia istituzionale e il carisma di ufficio. Il singolo è qualificato ad essere membro della setta o in virtù dell'eterna predestinazione divina (come nei Battisti particolari), o in virtù dell'illuminazione interiore o della capacità pneumatica di estasi (come presso gli antichi Pietisti), mediante la lotta della penitenza e la rinascita, ma in ogni caso in virtù di uno specifico dono pneumatico (come in tutti i precursori dei Quaccheri), o in virtù di un altro specifico carisma a lui concesso o da lui acquistato[2].

Una conseguenza di fondamentale importanza che scaturisce dall'analisi weberiana è la relazione tra sette e libertà religiosa, anzi più in generale tra sette e libertà di coscienza.

"La setta pura - scrive Weber - deve schierarsi a favore della separazione tra stato e chiesa e della tolleranza. Infatti essa non è un'istituzione universale di salvezza per la repressione dei peccati, e non sopporta un controllo o una regolamentazione politica come non sopporta un controllo o una regolamentazione ierocratica; nessuna potenza di ufficio, di qualsiasi tipo essa sia, può elargire al singolo beni di salvezza per i quali egli non sia qualificato, e quindi ogni impiego del potere politico nelle cose religiose deve essere considerato privo di senso o addirittura diabolico; coloro che stanno al di fuori di essa non la interessano; ed essa stessa, per non perdere il più intimo senso religioso della sua esistenza e della sua efficacia, non può essere altro che un'unione, costituita in modo assolutamente libero, di individui specificatamente qualificati in senso religioso. Le sette conseguenti hanno perciò rappresentato sempre questo punto di vista, e costituiscono il sostegno più autentico dell'esigenza della libertà di coscienza"[3].

Nell'analisi di Weber, la chiesa - sia essa cattolica o luterana, calvinista o battista - non può riconoscere la libertà di coscienza anche in virtù del suo dovere di ufficio, che è quello di proteggere dal pericolo la salvezza delle anime o la gloria di Dio. Al contrario, la libertà di coscienza del Quacchero conseguente sussiste anche al di là della sua libertà, in quanto nessuno che non sia né Quacchero né Battista può essere costretto ad agire come se lo fosse; essa consiste quindi, oltre che nella propria, anche nella libertà di coscienza degli altri[4].

Questa dicotomia tra chiesa e setta fu ripresa ed ampliata dal teologo e sociologo tedesco Ernst Troeltsch - amico di Max Weber con cui compì un viaggio in America - il quale arricchì l'analisi weberiana con la sua esperienza della storia del cristianesimo.

Per Troeltsch il punto sociologico di relazione, sulla base del quale si formano le sette, è diverso da quello che sta a fondamento della formazione della chiesa. Mentre questa presuppone la santità oggettiva delle cose, del ministero sacerdotale, della successione, del depositum fidei, del sacramento, la setta, invece, si riferisce alla sempre rinnovata attuazione comune delle esigenze etiche, alle quali come elemento oggettivo servono di fondamento soltanto la legge e l'esempio di Cristo.

Per le sette, sempre secondo Troeltsch, la Bibbia e la storia primitiva sono gli ideali permanenti, da intendersi alla lettera, non un punto di origine storicamente condizionato e limitato nello svolgimento della chiesa.

Dal lato della chiesa abbiamo evoluzione e compromesso. Dal lato delle sette stabilità letterale e radicalismo. Da questo deriva la piena ignoranza delle complesse condizioni della vita.

Nelle sette predominano il carattere fortemente individualistico e l'affinità elettiva con tutti gli strati oppressi e ribelli.

Le sette guadagnano in intensità di vita cristiana, ma perdono in universalismo, in quanto debbono tenere la chiesa per apostata e non credono possibile conquistare il mondo con le forze umane, sicché sono sempre spinte ad attese escatologiche. Esse perdono in capacità di assimilazione e quindi sottopongono a revisione tutto l'immenso lavoro compiuto dalla chiesa per dare fondamenti oggettivi e sicuri al carattere cristiano.

La chiesa mette in rilievo e rende oggettivo il pensiero sulla grazia, la setta mette in rilievo e realizza la santità personale[5].

Al seguito di Weber, di Troeltsch e di Séguy, Jean Vernette, uno dei massimi specialisti nel campo e delegato dell'Episcopato francese in materia, vede nella scelta volontaria e reciproca, nel separatismo e l'esclusivismo, nell'auto-identificazione al gruppo mantenuta attraverso la sorveglianza e l'esclusione, nello spirito di élite e nella legittimazione diretta da parte di Dio, i tratti che definiscono bene la setta. Questo, naturalmente, non s'incontra mai allo stato puro[6].

Emilio Grasso

(continua)



[1] Cfr. M. Weber, Economia e Società, II, Milano 1968, 477-478.
[2]
Cfr. M. Weber, Economia e Società..., 522-523.
[3]
M. Weber, Economia e Società..., 527.
[4]
Cfr. M. Weber, Economia e Società..., 528.
[5]
Cfr. E. Troeltsch, Le dottrine sociali delle Chiese e dei gruppi cristiani, I, Firenze 1949, 477-479.
[6]
Cfr. J. Vernette, Le foisonnement des sectes aujourd'hui, in "Spiritus" 30 (1989) 122.


31/03/2010

 
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