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QUALE MISSIONE NEL NOSTRO TEMPO DI CRISI?
*

Rileggendo il teologo della liberazione Segundo Galilea



di Mariangela Mammi


I vasti orizzonti della missione della Chiesa permettono ai cristiani di confrontarsi con differenti realtà e scoprire che la riflessione teologico-pastorale di un contesto può illuminarne un altro, distante migliaia di chilometri e diverso per problematiche, proprio per la caratteristica stessa della Chiesa, corpo di Cristo universale e concreto a un tempo. Cosa può dire la Chiesa in America Latina a quella in Italia, in situazioni in cui il cristianesimo perde posizioni? Abbiamo intravisto piste importanti in alcuni scritti di Segundo Galilea, uno dei fondatori della cosiddetta teologia latinoamericana della liberazione, corrente di pensiero cristiano nata in una situazione di ingiustizia e oppressione. Nel panorama di questo genere teologico, che ha evidenziato la scelta preferenziale per i poveri, l'apporto di Galilea, autore da poco scomparso, sembra voler rovesciare l'idea di una riflessione "dal basso", per recuperare la contemplazione cristiana come fonte di liberazione di ogni uomo, qualunque sia la sua condizione. E per riscoprire la bellezza di Dio nella Sua povertà e nella nostra attuale situazione di cristiani in difficoltà.


 

Le miopie della missione

Dalla fine degli anni '60, quando in America Latina i cattolici entrano nei movimenti di liberazione, e si cerca un'applicazione delle linee sulla "Chiesa dei poveri" del Concilio Vaticano II, il filone teologico della liberazione ha rappresentato un fenomeno legittimo e discusso allo stesso tempo. Per questo occorrerebbe parlare più correttamente non di "teologia" ma di "teologie" della liberazione, poiché sotto un solo nome rientrano varie espressioni teologiche che dipendono da diversi teologi, scuole di pensiero, comunità ecclesiali. Nella riflessione di Segundo Galilea l'impegno per la giustizia e la scelta per i più poveri, non esclusiva né escludente, si collegano alla loro fonte cristica, riprendendo le più alte espressioni della mistica cattolica. La contemplazione si unisce all'azione, l'annuncio della Parola all'amore per il prossimo, l'andare verso i non credenti alla promozione umana, l'evangelizzazione della cultura all'attenzione per la conversione personale, evitando quelle errate separazioni che Galilea stesso ha chiamato "le miopie della missione". C'è sempre il pericolo, anche dopo la caduta delle ideologie, che senza mistica la nostra fede si riduca a puro ideologismo (politico, sociale, ecologico, morale...).

Al riparo da facili illusioni

L'America Latina è stata definita il "continente della speranza". In essa vive oltre il 43% dei cattolici di tutto il mondo. Segundo Galilea, fin dalle sue prime analisi sulla religiosità popolare latinoamericana, ha notato, però, un processo di decadenza, disumanizzante e alienante, che è evidente in pratiche devozionali che non proiettano più la fede nella vita. Chi vi lavora tocca con mano tale realtà. Non a torto, Galilea ha formulato alcune domande che potrebbero essere poste, tuttavia, anche nell'attuale contesto italiano: "Che senso ha che vi sia una comunità di fede nel mezzo di una moltitudine scristianizzata? Qual è, nel mondo di oggi, la missione esatta del cristianesimo, minoritario, apparentemente inerme e con poca influenza sulla società?". È ormai tempo, infatti, di mettersi in questa prospettiva e porsi nuovamente all'ascolto dei segni dei tempi e soprattutto della Parola di Dio. Su di essa si fonda la vera speranza e non l'illusione di recuperare numericamente ciò che non può reggersi su criteri quantitativi.

Il paradigma della missione, ovvero della vita di ogni credente che non può non essere missionario, è la persona di Gesù; il cristiano è colui che pensa e agisce come Cristo, anzi, è inserito in Lui: "La missione è sequela, Cristo è il modello unico della missione".

La povertà missionaria di Gesù

"La missione terrena di Gesù fu marcata da un'attitudine di spirito che influì su tutto il suo essere e il suo agire: l'annientamento (kenosi)". "Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce" (Fil 2, 6-8). Uno dei perni della riflessione di Segundo Galilea è la constatazione che l'impotenza è l'opzione storica della missione di Gesù, che si esprime innanzitutto in tre rinunce sorprendenti per la sua epoca: la rinuncia al potere politico, alla violenza e la rinuncia espressa nel celibato. La tentazione del potere politico nella convulsa Palestina della sua epoca lo insidia costantemente. La sua libertà nel criticare il sistema religioso o politico del tempo è tanto maggiore quanto più radicale la sua rinuncia al potere. Inoltre, il rendersi inerme davanti alla violenza lo convertirà nell'unico centro su cui si possa costruire una fraternità umana, mostrando che, a causa del peccato, non v'è forma storica di giustizia e unità senza che si operi prima per la riconciliazione e il perdono. Infine, il celibato in Gesù feconda e crea nuove forme di amore universale e di donazione. Di fronte ai deboli, ai bambini e in modo particolare alle donne, l'atteggiamento di Gesù è tanto libero quanto aperto rispetto ai pregiudizi della sua epoca.

Gesù, inoltre, assume la condizione dei "dannati della terra" e sperimenta, per la sua fedeltà e per la proclamazione ostinata della verità, fallimenti, incomprensioni, crisi, l'oscura solitudine della croce. "A Cafarnao, quando l'annuncio dell'Eucaristia scandalizza e molti lo abbandonano, cerca l'appoggio dei Dodici, ma allo stesso tempo lascia capire che nulla può fargli cambiare strada e che è disposto a continuare anche da solo". Gesù, afferma Galilea, anche quando fu accettato non fu mai pienamente compreso. La sua donazione al Padre e ai fratelli è comunque più forte della durezza di cuore di chi gli è accanto.

Il problema del male e il "piccolo resto"

La paradossale logica dell'annientamento diventa abissale quando essa si relaziona al mistero del male: il momento più assurdo della storia del male nel mondo è quello in cui il Figlio di Dio muore ingiustamente sulla croce, per il fatto, cioè, che colui che è crocifisso è Dio. La tortura di Dio è il male portato alla sua massima espressione; il mistero del Dio morto sulla croce è ancor più grande di quello del male. È il momento decisivo. Dio è entrato nella morte per distruggerla. Non poteva scendere più giù. Solo lì, in quella prova d'amore assoluto, ha potuto far risalire l'uomo con lui. Nel martirio di Cristo il Padre assume e riconcilia coloro che sperimentano l'abbandono, la disperazione, le forme estreme dell'impotenza e dell'oppressione. Di più: concede loro il dono di soffrire non come vinti, ma come attori impegnati nella sua stessa causa. L'identificazione degli oppressi con il Cristo della croce non è identificazione con una situazione di prostrazione, ma con l'energia risuscitante di Cristo che li chiama a un impegno, a fare della croce l'energia per portare a termine la propria liberazione e quella degli altri. L'annientamento di Cristo, Servo di Jahvè della profezia di Isaia (cfr. soprattutto Is 50, 4-11), racchiude così la ricchezza del riscatto e della risurrezione per tutti i "poveri di Jahvè".

Nel Vangelo, Gesù ha proclamato beati i "poveri", ma nella sua vita ha fatto man mano una scelta preferenziale per alcuni di loro, i Dodici, alla cui formazione, alla fine, si dona completamente: vuol fare di essi una vera "comunità cristiana", far loro comprendere che sono gli eredi delle promesse e della missione biblica del piccolo "resto d'Israele": "Gesù in definitiva formò un resto, una fraternità che, con un grande senso universale e di servizio, si donasse per la salvezza della moltitudine".

Nella storia umana, Dio ha sempre scelto, fin dai primi capitoli della Bibbia, un piccolo popolo o gruppo che fosse lo strumento della salvezza (il popolo eletto) che, "separato" dalla moltitudine (etimologicamente la parola "santo" significa proprio separato, messo a parte, riservato), la serve e in un certo modo la rappresenta. Dio salva l'umanità attraverso la missione storica di pochi. Il "resto d'Israele" è proprio quel piccolo gruppo fedele, ricco solo di Dio, che ha conservato la promessa e da cui nascerà il Cristo. Questo resto solitario ha per Segundo Galilea la missione di "esistere e morire a beneficio della moltitudine", come ha fatto Cristo. Nel Vangelo, esso è rappresentato dal piccolo gregge, dagli scarsi operai della messe, dai pochi eletti tra i molti chiamati, dal sale e dal lievito nella pasta, dal grano di frumento che muore per dare frutto.

L'impotenza nella missione della Chiesa

Per Galilea, se la vita di Gesù è stato un progressivo "impoverimento" (via via riduce gli interventi miracolosi, parla meno della forza del Regno di Dio e di più della croce, fino al silenzio della passione), anche la missione della Chiesa deve passare per l'"impotenza" e la croce.

La radicalità della donazione a Cristo non si può identificare con gli equilibrismi della "sensatezza e della prudenza dei sapienti e dei benpensanti". Galilea fa notare come Gesù, in tutta la sua attività pubblica, abbia sempre evitato la leadership, l'approccio appariscente, spettacolare, e che, anche quando sembrava essere ascoltato e seguito dalle folle, attraeva soprattutto per quell'autorità che gli veniva dalla coerenza dei suoi atti con le sue parole di verità. Traspariva in lui una sincerità e una lealtà per le quali una sua parola era decisiva, nel bene o nel male, come accettazione o come rifiuto: se le esigenze evangeliche portano alla libertà dell'amore e alla povertà della dimenticanza di sé, è perché chi le propone è un povero dimentico di se stesso. Solo così è efficace la missione.

Per questa spoliazione sono passati anche i discepoli. Paradigmatica per ogni cristiano è la conversione di Pietro, che non appare matura fin dopo la risurrezione di Cristo. Galilea spiega che Pietro ha dovuto superare varie prove per arrivare a donarsi davvero (basta leggere come viene ripreso da Gesù nei Vangeli): alla fine "c'è in lui la coscienza accumulata dei suoi limiti ed errori, cosa che lo ha fatto più umile, e per questo il suo darsi ora non si basa più sulle proprie capacità, ma sulla parola di Gesù che lo ha chiamato. Sembra meno entusiasta e dedicato, ma in realtà è adesso che la sua conversione è più lucida e profonda. Ora si dà con conoscenza di causa a un Signore crocifisso e a un Regno che non è di questo mondo e che si costruisce nella fede. ... All'inizio aveva lasciato la sua casa, le sue barche e il suo lavoro, ma non aveva ancora dato se stesso".

Abbiamo spesso un'idea troppo efficientista della missione del cristianesimo. Il credente deve aver fiducia nello Spirito che anima la Chiesa e nell'efficacia misteriosamente liberatrice della croce di ogni giorno, della presenza e donazione tra la gente, del valore della santità (unica vera missione del cristiano). La tragedia di molti, secondo Galilea, è che non avendo questa fiducia si limitano agli ambienti più facili e consolanti, a realizzare progetti materiali o preferiscono l'effetto più immediato della politica.

Il vero credente non si ferma al presente, non si installa, ma conserva una critica radicale su ogni situazione attuale che tenda a idealizzarsi. La sua è una spiritualità del cambiamento, essendo sempre positivamente insoddisfatto. L'annuncio che dà del Regno sovverte qualunque statu quo personale e sociale e ogni falso messianismo, per la speranza che lo sostiene verso un superamento continuo e sempre possibile. Il suo dinamismo instancabile non si nutre solo di tutti gli strumenti umani, ma soprattutto della forza di Dio, mostrata paradossalmente nell'impotenza di Cristo e vissuta nella fede. Una "fede che soffre ogni giorno la prova del silenzio di Dio in un mondo crocifisso".

L'opzione per i poveri

Con questi presupposti viene messa in discussione anche l'idea di promozione umana e sviluppo, a cui spesso i cristiani si dedicano. Il modello non deve essere quello di costruire un mondo di opulenti, ma un mondo senza eccessi dove la sobrietà, ossia l'austerità e una povertà umanizzata siano il modo comune di vivere. È una filosofia a-religiosa (marxista, capitalista) quella che pensa che per superare la povertà c'è solo da arricchire la gente (di una ricchezza tra l'altro irraggiungibile per la grande maggioranza dei poveri del pianeta). È più cristiano il discorso del ridurre i consumi e frenare i bisogni per un'autentica liberazione anche socio-economica. Il livello di vita che dobbiamo ricercare non è quello che ci dà piacere e comodità, ma quello che ci fa crescere, auto controllare e poter servire meglio gli altri. In sintesi, ogni via valida allo sviluppo e alla liberazione sociale o personale deve essere coerente con il senso e la motivazione ultimi della vita umana. Infatti, la povertà cristiana non si caratterizza per la rinuncia in se stessa, ma per le ragioni di essa: la fiducia in Dio e la realtà del suo Regno, della cui ricchezza già si partecipa. Ecco perché anche ai poveri si deve proporre la scelta che vale per tutti, la cosiddetta "opzione per il povero", chiamandoli alla conversione e a dare della loro povertà. Per Galilea, pensare che i poveri sono "buoni" e gli altri "cattivi" è pura ideologia.

La rinuncia cristiana è per la libertà e la libertà per la carità. Ma la carità è per la felicità: più grande è l'amore, maggiore è la felicità.

Non va dimenticato che Gesù si è identificato con ogni uomo, povero o ricco, e in modo privilegiato con il prossimo in necessità (cfr. Mt 25, 31-46). Tuttavia, Galilea specifica anche che la miseria del peccato è più radicale della miseria della povertà, perché la mancanza di Dio e dell'amore è già una morte anticipata e il più grande fallimento della vita. Cristo non è venuto a risolvere in primo luogo il problema della povertà (se così fosse, il fallimento suo e della Chiesa sarebbero evidenti), ma il problema del peccato (il cui superamento è lasciato liberamente nelle nostre mani). Risolvendo alla radice il problema del peccato, Gesù contribuisce ad abbattere anche quelle cause della povertà che dipendono da esso.

Resta, però, sempre fondamentale per Galilea riconoscere che i poveri e gli oppressi dovranno essere privilegiati nella vita del cristiano e della pastorale delle comunità ecclesiali, poiché Cristo è venuto a convertire i peccatori (qualunque sia la loro situazione sociale) attraverso un'attitudine di predilezione e identificazione con i poveri e la povertà. Così come ha voluto sanare, con la stessa cura, la miseria della "cecità" che disumanizza, poiché non permette di distinguere la verità riguardo la concezione dell'uomo e il valore delle realtà materiali. Si tratta di quelle tenebre, che la luce di Cristo viene a rischiarare, che generano distorsioni nelle relazioni umane: è il dramma di coloro che pur vivendo una falsa umanità, soprattutto nei paesi ricchi, si sentono addirittura soddisfatti, perché cercano ciò che accontenta e non la felicità. Per Galilea "non è possibile evangelizzare né liberare senza unire allo stesso tempo queste grandi preoccupazioni di Cristo: i peccatori, i poveri, i ricchi (i ciechi). ... Una liberazione integrale non è possibile escludendo alcuni di essi". Questo perché l'evangelizzazione è un compito che nasce da un'esperienza religiosa, dalla contemplazione del cuore di Dio dove tutti sono presenti.

Il vero cristiano è un mistico

Per Galilea, senza un'irruzione del trascendente nella vita personale del credente, che si realizza attraverso la preghiera, si può anche seguire un'etica, ma ci si rivela peggiori di chi non crede. Nella preghiera si capta ciò che Dio vuole per l'altro e questo diventa la causa decisiva per un impegno che conservi l'universalità della carità senza rinunciare alla preferenza per gli oppressi.

Ogni lavoro di evangelizzazione deve provenire da Dio e dalla sua Parola, e deve condurre a una esperienza di Dio; ciò mette in discussione la vita mistica del missionario, perché non può provocare un'esperienza chi non ce l'ha. Per questo il cristiano deve nutrire il suo rapporto personale con Dio nella preghiera e anche nell'Eucaristia, che è il momento in cui la comunità ecclesiale si riveste in Cristo delle esigenze della fraternità cristiana. Ogni Eucaristia autentica, celebrata coscientemente, può considerarsi come l'atto di denuncia e di liberazione più radicale e assoluto. Un annuncio che inquieta le coscienze e risveglia responsabilità sociali e politiche (Galilea è estremamente chiaro nel considerare l'impegno diretto in politica un compito dei fedeli laici e non dei loro pastori, i quali devono essere non tanto dei militanti politici quanto dei mistici politici). "Per la sua indole religiosa, la fede si nutre di mezzi religiosi. ... Da qui la permanente validità della preghiera, dei sacramenti, del contatto con la Bibbia in ogni esperienza cristiana". Il cammino della spiritualità che deriva da una contemplazione (attiva) è la sequela di Cristo. Come Cristo è legato al Padre, così noi dobbiamo essere legati a Cristo. Nel mezzo delle sue attività, egli trovava il tempo per passare ore d'intimità con il Padre, per conoscere la SuaSegundo Galilea volontà. Questa comunicazione con l'assoluto di Dio è propria della natura umana, fa notare Galilea, tanto che chi non la raggiunge, non si realizza come uomo.

Spesso si dice che nei poveri si incontra Cristo, ma ciò è vero se lo si è incontrato prima in un "solo a solo". Per Galilea è attraverso la preghiera che possiamo essere sicuri di trovare Cristo nel prossimo e nella storia. La capacità di incontrarlo negli altri (sempre marcati dal peccato) non viene dal nostro sforzo psicologico, ma da una grazia che è frutto di una fede nutrita dalla preghiera, che ci dà l'esperienza di Cristo alla sua fonte.

Tutti gli strumenti pastorali di cui spesso ci dotiamo non servono a nulla se manca l'esperienza mistica in chi predica e opera. D'altra parte, però, la preghiera è effettivamente impossibile se non ci si conforma a Cristo nella vita. Galilea, che ha un'affinità, oltre che con sant'Ignazio di Loyola, anche con i grandi mistici carmelitani come san Giovanni della Croce e santa Teresa d'Avila, riporta quanto quest'ultima dice a proposito: "Raddoppia la tua volontà se vuoi trarre profitto dalla preghiera".

Questa sintesi, come ci insegnano anche i Padri del deserto, altro filone spirituale caro a Galilea, non si attua senza essere innamorati di Dio. Da qui discende la conversione, il vendere tutto per acquistare un tesoro nascosto, il lasciarsi strappare l'egoismo, l'ingiustizia, l'orgoglio, perché l'opzione per i poveri è sospetta se non c'è l'umiltà, l'abnegazione, la giustizia in tutte le cose, l'amore fraterno, la misericordia e la capacità di perdonare chi vive accanto a noi. La preghiera non è un salvagente che sostituisce la responsabilità dell'agire umano, ma è efficace se ci rivestiamo di Cristo e liberiamo noi stessi e gli altri dalle radici del male.

Nel suo commento alla decima stazione della Via Crucis al Colosseo del Venerdì Santo di quest'anno, il Cardinal Ruini ha scritto: "Gesù è spogliato delle sue vesti. ... Gesù, dunque, è offerto nudo allo sguardo della gente di Gerusalemme e allo sguardo dell'intera umanità. ... Guardando Gesù nudo sulla croce avvertiamo dentro di noi una necessità impellente: guardare senza veli dentro a noi stessi; denudarci spiritualmente davanti a noi, ma ancor prima davanti a Dio, e anche davanti ai nostri fratelli in umanità. Spogliarci della pretesa di apparire migliori di quello che siamo, per cercare invece di essere sinceri e trasparenti. Il comportamento che, forse più di ogni altro, provocava lo sdegno di Gesù era infatti l'ipocrisia".

Il crogiuolo della purificazione, delle crisi e contraddizioni, se vissuto nella povertà di Cristo, ci dona una fede che si abbandona e che si fonda sull'amore di Dio e non sul nostro protagonismo. Tutti, più o meno, siamo schiavi di pseudo-valori e corriamo il rischio di fissarci in schemi di pensiero e azione, a livello personale o ecclesiale, che hanno finito il loro tempo o vanno depurati. Per essere liberi interiormente dobbiamo essere disposti a lasciarci "denudare", ad accettare molte crisi, affinché si possa dire di noi: "Per quante crisi deve esser passata questa persona per essere tanto libera!".

Le esperienze positive o negative hanno valore se si incorporano nella vita di Cristo attraverso la fede e la preghiera. La comunità cristiana non soffre né più né meno delle altre comunità, ma nel dare anche ai fallimenti un senso di missione cristica, in un senso di vera umiltà e non di autocompiacimento, può rappresentare dinanzi al Padre la sofferenza delle moltitudini e redimerla. Senza contare il valore pedagogico che ogni esperienza, anche negativa, può avere per altri.

Libertà interiore e bellezza comunitaria

La grande schiavitù dell'essere umano è la paura di essere libero. Preferiamo, dice Galilea, "pane e circo" e la sicurezza di percorsi già tracciati, alla responsabilità e al rischio della libertà. Anche nella missione vi è il pericolo di dare solo pane e circo, per avere più "utenti". Si cade così nel grave errore di restringere l'orizzonte della speranza cristiana, di secolarizzarla. Le promesse di Cristo su cui si basa la speranza cristiana (la certezza del suo amore, la vittoria sulla morte) che rendono l'uomo capace di essere santo, cioè realizzato nella sua vocazione autentica, davvero libero e degno in ogni circostanza, resistendo al male, vengono taciute e si promette un futuro sociale migliore, il superamento di una malattia o di un problema, un tipo di liberazione umana che per quanto legittima non è stata garantita da Cristo su questa terra. Si arriva così a "ingannare la gente e a ridurre il Vangelo a un messaggio ... che non ha la certezza della speranza cristiana". Questo significa dissolvere l'annuncio della vocazione dell'uomo alla santità, che è il reale motore della liberazione umana. Infatti, la liberazione sociale senza libertà interiore porta ad altre forme di alienazione.

Ora, la libertà interiore sgorga dalla povertà di spirito, la prima delle beatitudini evangeliche (cfr. Mt 5, 1-10), tanto care a Segundo Galilea. Dobbiamo imparare il distacco dalle cose, dal successo (di cui abbiamo un culto e che è divenuto ormai sinonimo di libertà), da onori, prestigi, progetti e interessi personali (ma anche da illusioni, alienazioni e dalle menzogne che diciamo a noi stessi). Galilea cita la vita monastica come esempio di chi nella castità, povertà e obbedienza, per una più grande libertà interiore, rinuncia volontariamente a libertà esterne che sono ricercate come fonte necessaria di felicità dalla maggior parte della gente. Potando l'esteriorità, si cresce con più forza nell'interiorità e si sperimenta la vera felicità.

Allora è importante creare comunità cristiane che si rendono libere da tutto per dare testimonianza di un'evangelizzazione liberante. La libertà interiore è la forma più bella delle libertà umane e la via di qualunque riforma nella Chiesa e nella società. "Un santo anonimo vale più che molti cristiani mediocri per la liberazione del mondo". Parlare di preghiera o dei poveri oggi forse non convince nessuno, ma il fatto di un cristiano liberamente povero e orante non si può ignorare.

Galilea insiste sulla testimonianza della carità, poiché molte volte è l'unica via per la quale gli uomini possono essere attratti dalla bellezza della fede ed intravedere la luce dell'amore e la bellezza di Dio. Galilea responsabilizza in questa linea le comunità di vita consacrata, perché quest'ultima è, cita una delle tracce concrete che la Trinità lascia nella storia, perché gli uomini possano avvertire il fascino e la nostalgia della bellezza divina" (Vita consecrata, 20). La "Bellezza" salverà il mondo attraverso il cuore degli uomini che hanno fatto dell'attrazione per lei la passione e l'amore della loro vita.

La Chiesa ha sempre promosso il bello come elevazione dell'essere umano nella verità e nel bene, sia con la testimonianza, ma anche con la liturgia. La liturgia è una delle forme eminenti della bellezza nella Chiesa, per la capacità di rivelare il mistero del fascino di Dio, comunicato in Cristo, attraverso la forza dei simboli e delle parole. Per questo va curata e privilegiata nella pastorale.

Per Galilea il cristiano deve vivere armonicamente tra due poli: il deserto della dura lotta della vita umana e cristiana e la gratuita pienezza della festa di Dio, tra la spoliazione dell'ascesi e la gioia della celebrazione o del sacramento, tra la solitudine del deserto e la fraternità ecclesiale. Ecco il senso della bellezza a cui siamo chiamati e dobbiamo chiamare gli altri, perché evangelizzare è aiutare i nostri fratelli a crescere nella bellezza interiore.

Ritornando alle domande poste all'inizio (quale missione per una Chiesa minoritaria e in difficoltà?), ci sembra che tutte queste riflessioni di Galilea possano applicarsi al cammino missionario in Italia. Se l'orizzonte di una società cristiana si è sgretolato e si sono perse le sicurezze di un tempo, rimane il senso profondo del silenzio di Dio e su Dio che sperimentiamo. La donazione nuda a Cristo nudo e, in essa, l'apertura agli altri e ai più poveri devono portarci a un annuncio umile che assume la vocazione di un "resto", e non all'ossessione del numero e dell'apparire; alla cura della liturgia e non alla moltiplicazione di distributori automatici di pratiche insignificanti per i più; alla testimonianza dell'unica Verità e non a nuove arti circensi che svendono la speranza cristiana.

Se solo un Dio in agonia poteva darci la chiave per illuminare il male, la comunità cristiana è chiamata a rendere missionariamente feconde le sue crisi. Deve costruire, nella povertà, piccole comunità che, iniziando nell'ambito limitato delle proprie relazioni interne, testimonino all'esterno la ricchezza mistica della Chiesa, rendendola attraente e liberante per tutti.
 


 

Le citazioni sono tratte dalle seguenti opere di Segundo Galilea:

A los pobres se les anuncia el Evangelio (1972); Religiosidad popular y pastoral (1979); El reverso misterioso de la vida (1984); El futuro de nuestro pasado. Los místicos españoles desde América Latina (1985); El alba de nuestra espiritualidad. Vigencia de los Padres del desierto en la espiritualidad contemporánea (1986); El Reino de Dios y la liberación del hombre (1988); Espiritualidad de la esperanza (1988); El ascenso a la libertad (1989); El camino de la espiritualidad (1990); Tentación y discernimiento (1991); El poder y la fragilidad. Vida de santa Francisca Javier Cabrini, fundadora de las Misioneras del Sagrado Corazón de Jesús y patrona de los emigrantes (1992); El pozo de Jacob. La santidad en nuestros días (1992); La música de Dios. Parábolas de la vida y de la fe (1995); Fascinados por su fulgor. Para una espiritualidad de la belleza (1998).

 


 

Segundo Galilea (Cile, 1928-2010), sacerdote e scrittore con vaste conoscenze teologiche, ha lavorato in vari paesi (come Messico, Ecuador, Colombia, Stati Uniti, Cile, Cuba) nella pastorale parrocchiale, nell'insegnamento in Istituti teologici e pastorali e come membro di Organi ecclesiali (CELAM, CLAR). Ha viaggiato instancabilmente animando gruppi di sacerdoti, religiosi e laici nelle tre Americhe, in Europa e in Estremo Oriente (soprattutto India e Filippine), che ben conosceva. Ha condiviso la spiritualità della Fraternità ispirata a Charles de Foucauld.

 


 

"Non vengano in Giappone a servire i poveri, perché non ve ne sono; non vengano a istituire opere, neppure di carità, perché lo Stato provvede a tutto; non vengano a favorire la giustizia o la promozione umana, perché la nostra società è ricca e a nessuno manca il necessario... Vengano sì per qualcosa di più importante; vengano a darci il senso alla vita, la gioia di vivere; ci aiutino a perdere la paura di morire e ad avere speranza".

(S. Galilea, El reverso misterioso de la vida)



* Pubblicato in "Missione Redemptor hominis" n. 92 (2010) I-IV.


09/07/2010




 
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