STORIA DI INCONTRI
Il Concilio Vaticano II nella Costituzione sulla Sacra Liturgia ci ricorda che “le feste dei santi proclamano le meraviglie di Cristo nei suoi servi e propongono ai fedeli opportuni esempi da imitare” (Sacrosanctum Concilium, 111).
Solo Cristo è il santo; ma tutti i membri del suo corpo mistico partecipano della sua santità.
Leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica che “noi crediamo alla comunione di tutti i fedeli di Cristo, di coloro che sono pellegrini su questa terra, dei defunti che compiono la loro purificazione e dei beati del cielo; tutti insieme formano una sola Chiesa; noi crediamo che in questa comunione l’amore misericordioso di Dio e dei suoi santi ascolta costantemente le nostre preghiere” (n. 962).
Si celebra il 3 febbraio la memoria di san Biagio, Vescovo e Martire.
Questa data rimanda alla mia memoria i tempi in cui vivevo in mezzo ai baraccati del borghetto Alessandrino, ai margini del Quarticciolo. Vescovo ausiliare di quel settore di Roma fu per lungo tempo Mons. Biagio Terrinoni che successe in quell’incarico all’indimenticabile Mons. Giovanni Canestri.
Alla morte di Padre Biagio, scrissi un breve articolo che ripropongo oggi a me stesso ed agli amici della Comunità che vissero gli anni indimenticabili delle baracche.
Giovanni Paolo II ci ha più volte ripetuto che “non c'è futuro senza memoria”.
La riproposizione di questa memoria storica si proietta verso il futuro, futuro che non ha nessuna direzione ed è un navigare nel vuoto ed un girare su se stessi se non si insedia profondamente nelle radici storiche della nostra memoria.
Tradire Padre Biagio è tradire se stessi.
Emilio Grasso
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Affermava anni fa un noto storico della Chiesa che "non compete propriamente alla ricerca storica stabilire e discutere cosa si sarebbe dovuto fare, né se e come si doveva fare meglio o si poteva fare peggio, ma illustrare e cercare di capire ciò che è stato fatto e perché si è fatto così"[1].
Per illustrare e cercare di capire ciò che è stato fatto, e perché si è fatto così, è necessario pertanto andare a scoprire quei volti, quelle persone che, in una maniera o in un'altra, hanno contribuito a determinare l'avvenimento accaduto.
Quando mercoledì 17 aprile 1996, nella chiesa parrocchiale di S. Felice da Cantalice a Centocelle, a Roma, ho concelebrato la Messa in cui si dava l'addio al Vescovo-Padre Biagio Terrinoni che faceva il suo ingresso solenne nel Regno per lui preparato sin dall'eternità, ripensavo a cosa ha rappresentato Padre Biagio nella mia storia. E mi è sembrato giusto aggiungere la mia seppur piccola testimonianza di amore a questo umile figlio di Francesco, a questo seminatore autentico di "pace e bene", a questo uomo di speranza, a questo sacerdote agostinianamente innamorato del "canto nuovo, dell'uomo nuovo, dell'alleanza nuova"[2], a questo Vescovo che fedele all'insegnamento di Paolo esaminava ogni cosa, non spegnendo lo Spirito, non disprezzando le profezie, ritenendo ciò che era buono e tenendosi lontano da ogni sorta di male[3].
Io sentii parlare di Padre Biagio per la prima volta nel lontano 1971. Fu l'allora ausiliare di Roma, Mons. Canestri, che venne a salutarmi tra i baraccati del Quarticciolo-Alessandrino, a dirmi che era stato trasferito ad un'altra sede e che il suo posto di Vescovo ausiliare sarebbe stato preso da un cappuccino, Padre Biagio Terrinoni.
Con paterna bontà Mons. Canestri m'invitò a mettermi in contatto con Padre Biagio, a parlargli sempre a cuore aperto senza nessun timore e ad invitarlo in borgata.
Risale ad allora la mia devota amicizia con questo uomo di Dio.
Egli mi ha amato. Ed io l'ho amato.
So anche che ha molto sofferto a causa mia e della mia opera e che per questo è stato accusato e colpito.
Egli mi è rimasto sempre vicino. Ha fatto nei miei riguardi quello che un vero e grande Vescovo deve saper fare.
Ad un Vescovo, innanzitutto, si chiede la fede, la speranza, la carità. Egli è maestro di fede, portatore di speranza, facitore e testimone di carità. Egli lascia a Dio le opere di Dio e non si affanna tanto, ed oltre misura, per distruggere quello che a Dio non appartiene.
In un tempo confuso e difficile, eppur così ricco di fermenti e novità evangeliche, Padre Biagio seppe con evangelica pazienza lasciare che le opere di Dio si purificassero e si chiarissero, senza che la Chiesa dovesse necessariamente uccidere o massacrare chi, pur tra errori ed estremismi, tentasse di aprire nuove vie al Vangelo.
Io debbo molto a Padre Biagio. E non solo a lui!
Vescovi come Mons. Terrinoni, così ricchi di umanità e di delicate attenzioni, fanno scoprire quel volto umano della Sposa di Cristo che tanti uomini di Chiesa nascondono o rendono impenetrabile dietro a forme che, più che a timidezza o ascesi, assomigliano a disprezzo e noncuranza.
L'attenzione con cui Padre Biagio rispondeva sempre con un colpo di telefono o un piccolo segno, mostrava che tu esistevi e questo contava molto più di tanti discorsi o programmi pastorali.
Padre Biagio era tutto qui, in questa trasparenza tra l'essere e l'apparire che ti rendeva sicuro che quando diceva qualcosa veramente ci credeva.
Delle difficoltà che ebbi insieme alla Comunità fin dall'inizio, Padre Biagio fu informato ancor prima che io, ingenuamente, ne avvertissi la portata. E ne pagò ingiustamente il prezzo.
Me ne accennò in una lettera del settembre 1972 con poche parole alle quali rimase sempre fedele e che danno la misura del suo carisma episcopale e della sua prudenza evangelica: "Mi parli di qualche difficoltà; ci devono essere; esse ci preparano di più alla vita e ci fanno guardare più in su che giù. Coraggio e sempre avanti. Sursum corda. Si Deus pro nobis quis contra nos?...".
Padre Biagio mi ha voluto bene. Ci ha voluto bene.
Nel 1980, durante lo scatenarsi di tanti contro di me e contro di noi, così ancora mi scriveva da Avezzano, sua nuova sede episcopale: "Coraggio e sempre avanti nel nome del Signore e della Madonna! Tieni sempre presente il trinomio sul quale abbiamo tante volte discusso insieme a Roma, quando ero Vescovo ancora del settore est: preghiera, Parola di Dio e lavoro. Io ho piena convinzione che pian piano tutte le difficoltà che ora state incontrando e vi fanno soffrire, finiranno. Non c'è poi da meravigliarsi di questo, perché la vita senza prove non ha senso. Gesù ha detto infatti: chi vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua".
Ed ancora il 13 febbraio 1981: "Vi seguo con la mia preghiera. Sono convinto che, col tempo, tutto diventerà chiaro e tornerà la calma e la serenità. Ogni opera deve avere il Battesimo della sofferenza e della dura prova. Coraggio!".
Per la festività di san Francesco 1991 così mi scriveva, ancora una volta, in questa lettera che per me è come un testamento: "Vi ho seguito sempre con fiducia e affetto. Dopo la tempesta il sereno e tanto, tanto sole. Deo gratias! Le opere di Dio nel nascere incontrano sempre tantissime prove e difficoltà, poi la verità trionfa sempre. E' sempre vero il detto: il mondo si agita e Dio lo conduce! L'opera ormai può e deve crescere in tutti i sensi. E' questo il mio augurio, per questo anche la mia preghiera. Perciò dico a te e confratelli e consorelle, coraggio e sempre avanti. Il Signore è con voi!".
Rividi ancora una volta Padre Biagio pochi giorni prima che morisse.
Sempre sereno, sempre pieno di fede e di speranza. Volle che le sedie mia e di coloro che mi accompagnavano e che conosceva dai primissimi tempi della nostra vita tra i baraccati di Roma, fossero vicine alla sua.
Disse che era giunto per lui il tempo vero, il tempo forte della fede e della speranza. Aveva sempre insegnato che nelle prove dolorose si mostra l'amore al Signore e si costruisce l'opera di Dio. Adesso che era giunto il suo tempo era contento di poter vivere quello che aveva sempre detto.
E volle sapere se noi continuavamo nelle varie parti del mondo con lo stesso entusiasmo nel canto, nella passione, nel coraggio di saper andare sempre avanti. Ci guardò e ci disse: "Eravate strani e per molti difficili da comprendere. Ma eravate veri, eravate autentici. Continuate così. Sempre. Cantate ed andate avanti. Non fermatevi mai".
Fermarsi? Cambiare il discorso delle origini?
No, caro Padre Biagio! Puoi star sicuro!
Quell'Africa e quell'America Latina, di cui tante volte abbiamo parlato, quel mondo di poveri dove ci siamo conosciuti e quel mondo di giovani che con me iniziò una nuova avventura, quel canto di Francesco e Chiara che tanto ti piaceva e che ogni volta volevi riascoltare, follia e povertà, vivono ancora nel mio cuore. Come allora.
La fede che ci ha fatto incontrare e che ci unisce mi ricorda che ho con te un appuntamento.
Dove, non so! Ma un giorno ti vedrò... E quel giorno, puoi star sicuro, vedrai che non ti ho tradito e che quel Gesù che tanto amavi sarà amato e conosciuto in lontane parti del mondo anche perché tu avesti fiducia in me e mi amasti come un vero figlio di Francesco e come un vero Vescovo sa amare.
(E. Grasso, Storia di incontri, in "Missione Redemptor hominis" 42 [1996] 1-2)
[1] Cit. in G. Martina, Una storia del Concilio Vaticano II, in "La Civiltà Cattolica" 147/II (1996) 160.
[2] Sant'Agostino, Discorso 34, in Opere di sant'Agostino, XXIX. Discorsi sul Vecchio Testamento, Città Nuova, Roma 1979, 622-631.
[3] Cfr. 1Ts 5, 19-22.
02/02/2012