VIVERE, NEL PRESENTE, LA MEMORIA
CHE DONA SPERANZA
Un deserto spettrale, dei picchi solitari e lassù, sperduta nel vuoto, la Fortezza Bastiani, ove Giovanni Drogo, il protagonista del celebre romanzo di Dino Buzzati Il deserto dei Tartari[1], attende per tutta la vita l'assalto d'un nemico misterioso che verrà appunto dal deserto.
E lì, chiuso nella Fortezza Bastiani, Giovanni Drogo attende, immobile in questa distesa senza speranza, un nemico e una gloria che non verranno se non sotto i tratti della morte silenziosa: è il fallimento d'una vita spezzata dalla monotonia quotidiana. È la storia di un uomo nel tempo, stretto fra l'allucinazione dell'attesa e il finale passaggio obbligato della morte.
Il vivere nella continua illusione
In questo racconto simbolico emerge uno dei tratti che caratterizzano la vita dell'uomo: l'attesa che si fonda sul nulla, l'illusione che diventa allucinazione e il vuoto che si riempie di... vuoto.
La nostra vita si consuma e si gioca tutta nella dialettica tra illusione e speranza.
"Quanta illusione - scrive Nietzsche - è necessaria all'uomo affinché viva bene!".
In effetti, senza illusioni non si vive. La vita ha bisogno d'illusioni, ha bisogno cioè di non-verità ritenute verità.
Anche Pascal - nei suoi Pensieri - constatò che "la vita umana non è se non perpetua illusione: non si fa che adularsi e ingannarsi a vicenda. ... L'uomo non è se non dissimulazione, menzogna e ipocrisia, nei confronti di se stesso e degli altri. Non vuole che gli si dica la verità, evita di dirla agli altri; e tutte queste inclinazioni, così lontane dalla giustizia e dalla ragione, hanno una radice naturale nel suo cuore".
Chiuso nella Fortezza Bastiani, nel vuoto sperduto del deserto dei Tartari, ognuno di noi vive l'illusione di prepararsi a un combattimento risolutivo che lo porterà vittorioso fuori di quell'assurdo irreale, di quella solitudine spettrale.
Si lucidano le armi, si rivedono i piani, si ispezionano le posizioni, si scruta l'orizzonte.
E così passano le ore, i giorni, i mesi, gli anni, sempre nell'attesa d'un nemico e d'una battaglia che non ci saranno mai.
E non potranno esserci perché l'illusione ha allontanato e alla fine ucciso la verità.
Vivere nel presente
La Verità è vivere il momento che ci è dato, non lottando contro nemici esterni che vengono da lontano, sempre più lontano, per attaccare fortezze sperdute nel deserto.
La verità è vivere e sviluppare tutto l'enorme potenziale che ci è stato dato, senza sotterrare il tesoro che ognuno ha nel cuore.
Se l'illusione, come dice Schopenhauer, ci chiude nel passato e ci fa fuggire nel futuro, la verità ci inchioda al presente.
Non v'è verità senza rischio del presente.
In una stupenda pagina Kierkegaard delinea il rapporto tra verità e presente: "Oggettivamente non si ha che incertezza, ma è precisamente questo che tende la passione infinita dell'interiorità, e la verità è per l'appunto questo colpo di audacia: scegliere con la passione dell'infinitezza ciò ch'è oggettivamente incerto. Io contemplo la natura per trovare Dio: vi vedo certamente anche l'onnipotenza e la sapienza, ma nello stesso tempo vedo molte altre cose che mi angustiano e mi confondono. ... La fede è precisamente la contraddizione fra la passione infinita dell'interiorità e l'incertezza oggettiva. Se posso cogliere Dio oggettivamente, allora io non credo; ma perché non lo posso, perciò devo credere".
La verità consiste in questo: nell'avere entusiasmo e nel trovarsi felici alla profondità di 70.000 braccia.
Nonostante tutta la parzialità della visione di Kierkegaard, v'è questo colpo d'audacia, questa spinta a scegliere che debbono essere recuperati se non vogliamo morire nell'attesa assurda d'un nemico che non vedremo mai all'orizzonte.
Il colpo d'audacia è questo uscire, questo esodo, questo andare a vedere a 70.000 braccia di profondità.
È lì, e non nel chiuso di fortini sempre più fortificati, che cadono le illusioni su di noi, sugli altri, sulle nostre comunità.
Ecco perché la missione, come abbandono dei fortini impenetrabili nel deserto, come avventura tra gli uomini del nostro tempo, è coessenziale alla vita di fede.
Non v'è fede senza missione. Ma non v'è neanche missione senza fede, senza il colpo d'audacia capace di ritrovare il gusto della verità e il coraggio di abbandonare tutte le illusioni e le costruzioni che su di esse ci siamo creati.
Dal fortino del deserto dei Tartari se ne esce abbattendo i bastioni e facendo circolare correnti d'aria pura.
È un rischio. Ma senza rischio non c'è fede.
Nutrirsi di speranza
Si esce dal deserto dei Tartari ascoltando la Parola che fonda la nostra speranza e sconfigge le nostre illusioni.
Se l'illusione ci chiude sempre di più in noi stessi, la speranza, che si fonda sulla memoria d'una Parola accolta nel nostro cuore, ci apre verso l'infinito.
Se non nutriamo la nostra vita di speranza, ci riempiremo di tutte le illusioni che il mercato ci offrirà e ci farà sperimentare, compresa quella di essere noi che liberamente scegliamo.
Il tempo che siamo chiamati a vivere sarà tempo ove illusioni e speranza si affronteranno in mortale duello.
Tempo in cui il ritorno alla sicurezza del passato o la fuga nell'irresponsabilità d'un futuro si opporranno all'avventura della risposta al tempo presente, senza ricerca di scorciatoie o soluzioni magiche, pseudoreligiose e miracolistiche. Mai come adesso siamo chiamati a fare una scelta, a farla oggi, nel tempo storico che ci appartiene, dando una risposta alla Parola che ci interpella.
Si può uscire dal deserto dei Tartari, si può e si deve uscire vittoriosi.
Ma questo è possibile se siamo nutriti dalla speranza e non indeboliti dalle illusioni.
"Dio - scriveva Péguy - s'è degnato sperare in noi, poiché ha voluto sperare di noi, attendere da noi... Si è posto nella situazione singolare, inversa, nella miserabile situazione di essere lui ad attendere da noi, dal più miserabile peccatore. Lui a nutrire speranza nel più miserabile peccatore".
Al contrario dell'illusione, la speranza rifugge ogni rassegnazione e fatalismo, allontana ogni evasione consolatoria e ridà all'uomo tutto il carico della sua responsabilità verso gli altri uomini e verso il mondo. In tal modo - come scrive Bruno Forte - "la patria dell'universo intero nella Trinità, il mondo intero come patria di Dio, ‘tutto in tutti', non è sogno che fugge il presente, ma orizzonte che stimola l'impegno e dà ad ogni essere il sapore della dignità, al tempo stesso grande e drammatica, che gli è stata donata".
E. G.
[1] Cfr. D. Buzzati, Il deserto dei Tartari, Mondadori, Milano 2000.
13/07/09
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