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Home arrow Appunti di Spiritualità arrow Appunti di Spiritualità (25). L’autorità nella vita religiosa
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Appunti di Spiritualità/25



L'Autorità nella Vita Religiosa



Esistono diversi tipi di autorità che rispondono ad altrettante forme d'istituzioni. Il termine autorità può in genere definire il potere che ha il superiore di comandare e dirigere i propri sudditi in una società costituita. Anche "la Chiesa, in quanto società, è un'istituzione fondata sull'autorità. Precisamente, su un'autorità di ordine gerarchico, la cui natura e i cui compiti risultano ben definiti"
[1]. Dio Padre, autorità suprema, invia il Figlio Gesù, il quale istituì il collegio dei 12 apostoli a cui successero i Vescovi, con a capo il Romano Pontefice. Connessa con il potere gerarchico è anche l'autorità dei superiori religiosi, ma mentre, nell'ambiente politico-sociale, l'autorità è sinonimo di dominio, nel campo religioso le parti s'invertono: chi sta sopra si pone in un atteggiamento di servizio. Governare è accogliere così il volere di un Altro, mettersi a disposizione di Dio e degli uomini per attuare nel tempo il mistero della salvezza[2].

Tutti, nella comunità, sono chiamati a cercare ciò che piace a Dio e ad obbedire a Lui; alcuni sono chiamati ad esercitare, in genere temporaneamente, il compito particolare di essere segno di unità e guida nella ricerca e nel compimento personale e comunitario della volontà di Dio. È questo ciò che viene chiamato servizio dell'autorità[3].

Essere a disposizione di Dio vuol dire fare, come Gesù, la volontà del Padre e non la nostra. Essere a disposizione degli uomini vuol dire imitare Gesù che ci dice: "Il Figlio dell'uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire" (Mt 20, 28).

Nell'omelia d'inizio del suo ministero petrino, Benedetto XVI affermava: "Il mio vero programma di governo è quello non di fare la mia volontà, di perseguire le mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia".

L'autorità religiosa non può, dunque, solo limitarsi ad essere un'istituzione senza un'interiorità: "Come gli altri membri della Chiesa, anche i detentori del potere sacro sono condizionati, nella espletazione del loro ministero, dalle esigenze e dalle istanze della parola divina. Non possono dunque rivendicare per sé alcuna autorità che non sia in intimo rapporto con il dato rivelato. ... È la parola di Dio che garantisce, in una visuale di autenticità, la missione spirituale di chi presiede alla comunità cristiana"[4].

Il programma di governo

Il vero programma di chi governa una comunità religiosa dovrebbe essere, dunque, quello di non fare la propria volontà e di non perseguire le proprie idee. Nella vita religiosa ognuno deve cercare con sincerità la volontà del Padre. L'autorità, che guida i confratelli, è al servizio di questa ricerca per garantire che essa avvenga non nell'ipocrisia e nella menzogna, non nell'inganno e nella cattiveria, ma nella sincerità e nella verità.

Fin quando l'autorità che dirige una comunità è guida ferma e decisa nell'ascoltare la parola di Dio e nel realizzare la sua volontà, la comunità progredisce, avanza, vive. Ma quando il superiore non ha più quest'atteggiamento di ascolto della parola di Dio e inizia a seguire la propria parola o quella di chi si oppone alla costruzione del Regno di Dio, la comunità regredisce e si avvia lentamente alla morte.

Fin quando l'autorità posta a guida di una comunità non accondiscende ai propri progetti, criteri, idee, a metri di giudizio e considerazioni personali, ai propri calcoli e dubbi, ma cerca di seguire solo ciò che è la volontà di Dio, di entrare in un ordine ‘altro' di valori, allora la grazia di Dio che propone, unita alla libertà di chi adempie, realizzano grandi cose. Come quelle che Dio poté realizzare con Maria.

L'autorità del superiore si basa sulla credibilità

Non basta l'essere eletto a conferire autorità ad un superiore.

L'autorità religiosa proviene anche dalla fiducia che il superiore infonde nei confratelli, affinché egli sia per loro guida, essendo di "esempio nel coltivare le virtù e nell'osservare le leggi e le tradizioni"[5] che tengono viva la comunità. È una conquista sul campo, giorno dopo giorno, nella fedeltà alle tante piccole cose che preparano alle grandi scelte. A volte proprio per innumerevoli nascoste infedeltà si perde la fiducia conquistata ed anche l'autorità conferita, dimenticando che il posto che si ricopre non dispensa dal lavoro che ogni giorno si deve fare per rispondere alla volontà di Dio.

Si esige, quindi, una grande coerenza da parte di chi guida le comunità: "La persona chiamata ad esercitare l'autorità deve sapere che potrà farlo solo se essa per prima intraprende quel pellegrinaggio che conduce a cercare con intensità e rettitudine la volontà di Dio. Vale per essa il consiglio che sant'Ignazio di Antiochia rivolgeva ad un suo confratello Vescovo: ‘Nulla si faccia senza il tuo consenso, ma tu non fare nulla senza il consenso di Dio'. L'autorità deve agire in modo che i fratelli o le sorelle possano percepire che essa, quando comanda, lo fa unicamente per obbedire a Dio"[6].

Ciò che nuoce all'autorità

A volte, nella vita consacrata, ci mettiamo tranquilli poiché, come beati possidenti, crediamo di avere già adempiuto la volontà di Dio avendo detto un "sì" iniziale che, invece, va ripetuto ogni momento. Ci culliamo nell'illusione che l'aver detto una volta "sì" alla sua volontà possa bastare per tutta la vita. Dio, infatti, è un Dio vivente che ci parla ogni giorno e noi dobbiamo disporci ad ascoltarlo e a rispondergli puntualmente, senza mai stancarci.

Quando ci stanchiamo delle sue domande, cerchiamo di dargli subito una risposta "affrettata" non perché spinti dall'impeto di rispondere immediatamente alla sua volontà, ma solo per poter tornare quanto prima nella nostra tranquillità e ad occuparci delle "nostre cose" e non delle "sue".

Quel che, invece, ci dovrebbe affaticare è il vivere senza di Lui, senza la sua parola, senza le sue domande. Maria non si è stancata di rispondere con il suo "sì", ogni volta che era chiamata a farlo. Ha dato la sua adesione non solo nel momento dell'Incarnazione, ma anche in tante situazioni, fino a proferire il suo "sì" ai piedi della Croce.

Lo Statuto della nostra piccola Comunità ci ricorda che: "Primo impegno di coloro che sono chiamati a esercitare l'autorità sarà la fedeltà personale al carisma della Comunità, vissuto nell'ascolto-risposta alla parola del Signore"[7].

Comprendere che ogni vera autorità nella Chiesa ha il suo fondamento nella docilità alla volontà di Dio vuol dire anche capire che ognuno di noi, che guidi o che sia guidato, diviene autorità per gli altri con la propria vita vissuta in obbedienza a Dio, un'autorità "commisurata sulla vicinanza a Dio e sulla sequela di Gesù, povero, umile e servitore"[8].

Irene Iovine



[1] V. Pasquetto, Autorità, in Dizionario Enciclopedico di Spiritualità, I. A cura di E. Ancilli e del Pontificio Istituto di Spiritualità del Teresianum, Città Nuova Editrice, Roma 1990, 246.
[2] Cfr. V. Pasquetto, Autorità..., 246-247.
[3] Cfr. Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica, Il servizio dell'autorità e l'obbedienza, 11 maggio 2008, 1.
[4] V. Pasquetto, Autorità..., 247.
[5] Can. 619 del Codice di diritto canonico.
[6] Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita apostolica, Il servizio..., 12.
[7] Statuto Comunità Redemptor hominis, 43.
[8] J.M. Guerrero Guerrero, Autorità, in Dizionario Teologico della Vita Consacrata, Ed. Àncora, Milano 1994, 111.

10/11/09

 
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