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Appunti di Spiritualità/32



OBBEDIRE A DIO PIUTTOSTO CHE AGLI UOMINI




Negli Atti degli Apostoli, leggiamo quest'affermazione: "Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini" (At 5, 29).

Questo grande principio biblico sull'obbedienza ha un carattere profondamente liberante. Nella visione biblica, infatti, l'obbedienza è inscindibile dalla libertà: solo nella libertà si può obbedire e solo obbedendo al Vangelo si entra nella pienezza della libertà.

L'obbedienza, infatti, nasce come coronamento dell'ascolto della Parola di Dio. Per questo diciamo che la fede è l'obbedienza a una parola ascoltata che si realizza in noi non come una legge da adempiere esteriormente, ma come un amore da vivere, che scegliamo in tutta libertà. L'obbedienza a tutti i comandi di Dio diventa, pertanto, il desiderio stesso del credente che ama il suo Dio e trova la gioia nel farne la volontà[1].

L'obbedienza, diceva Papa Benedetto XVI qualche mese fa, è una parola che non piace a noi, uomini del nostro tempo. Essa appare come un'alienazione, un atteggiamento servile, una legge da adempiere e non un amore da vivere in tutta libertà. Sembra che l'obbedienza ci tolga la libertà, non ce la faccia esercitare, dato che la nostra libertà si sottomette ad un'altra volontà: l'uomo non sarebbe più libero, ma sarebbe determinato da un altro, mentre l'autodeterminazione, l'emancipazione sarebbe la vera esistenza umana. Invece della parola "obbedienza", noi vogliamo come parola chiave antropologica quella di "libertà"[2].

Nel tempo pasquale, più che in altri tempi liturgici, le letture della Messa ci parlano dell'obbedienza di Gesù al Padre: un'obbedienza fino alla morte e alla morte di croce.

Il Vangelo di Giovanni sottolinea questa dimensione obbedienziale di Gesù, presentandolo come "il pienamente spossessato di sé", colui che, in ciò che è, dice e fa, sempre rinvia al Padre che l'ha mandato. Questa obbedienza amorosa dà senso al suo vivere e al suo morire, anche nella morte di croce, ed Egli ne fa, contro ogni logica umana, un atto di assoluta libertà.

Tra il Figlio e il Padre vi è l'Amore; per questo il Figlio obbedisce non come una marionetta, ma come una persona, come un centro di libertà, di volontà, d'intelligenza e di responsabilità. Quando il Figlio obbedisce, lo fa con tutte le sue facoltà. Egli conosce il Padre, sa ciò che piace al Padre e lo compie. Egli obbedisce al Padre come Figlio e non come un servo nei confronti del suo padrone[3].

È importante ricordare che noi non siamo dei burattini passivi nelle mani di Dio o delle pedine di una scacchiera che Dio sposta a suo piacimento per riempire dei buchi. Dio desidera che noi diventiamo completamente come Lui ci ha pensato dall'eternità, ma non ci impone di esserlo se noi non lo vogliamo. Sant'Agostino ci ricorda che Dio ci ha creato senza il nostro permesso, ma non farà niente senza la nostra partecipazione.

Se in noi non vi è ascolto e accoglienza di Dio, non ha senso obbedirgli. Dire un "sì" forzato non permette di realizzare il disegno divino su di noi, perché saremmo solo degli schiavi di un progetto che non è nostro. La vita terrena di Gesù è espressione e continuazione di ciò che il Verbo fa dall'eternità: lasciarsi amare dal Padre, accogliere in maniera incondizionata il suo amore, al punto di non far nulla da se stesso, ma compiere sempre ciò che piace al Padre.

Anche quando a Gesù sembra che Dio l'abbia abbandonato perché permette che lui, suo Figlio, venga messo a morte, Egli non fugge, si rivolge al Padre, lo interroga e subito si rimette alla sua volontà. Di fronte all'angoscia della morte, osa chiedergli di allontanare da lui il calice della sofferenza, ma non insiste neanche un istante di più, perché capisce che bere a quel calice è compiere il suo volere.

Come cristiani, e ancor più come religiosi, tante volte non ci rifacciamo all'esempio di Gesù, obbediente fino alla morte di croce. Noi ci stanchiamo di fare la volontà di Dio e ci illudiamo che, facendo la nostra, tutto sia più semplice per noi. Quante volte insistiamo con Lui affinché ci dia da bere il calice che noi vogliamo e non quello che Lui prepara per noi. Se il calice che ci offre è dolce, allora la nostra obbedienza è assicurata; ma quando il calice diventa amaro al nostro palato, allora entriamo nella disobbedienza: lì termina per noi l'adempiere la sua volontà e iniziamo a seguire la nostra. Continuiamo sulla nostra strada come coloro che si riempiono la bocca con le parole: "Signore, Signore" (cfr. Mt 7, 21), ma in cuor loro ascoltano e realizzano solo il proprio volere.

Fare la volontà di Dio significa conoscerlo, contemplarlo e amarlo; indica che Lui è al centro della nostra vita e dà senso al nostro rapportarsi con gli altri, al nostro apostolato, a tutte le nostre attività. Questo è possibile, però, solo se ci mettiamo alla sua scuola e apprendiamo il suo criterio, un criterio di amore in base al quale siamo in grado di discernere ciò che è buono e giusto, e ciò che, invece, non lo è. Senza questa chiarezza, non ha senso parlare di obbedienza, di fare la volontà di Dio e di partecipare al suo disegno d'amore.

Noi, infatti, raggiungiamo la nostra pienezza solo nella misura in cui ci inseriamo nel disegno con cui Dio ci ha concepito con amore di Padre. Dunque, l'obbedienza è l'unica via di cui dispone la persona umana, essere intelligente e libero, per realizzarsi pienamente. In effetti, quando dice "no" a Dio la persona umana compromette il progetto divino, sminuisce se stessa e si destina al fallimento[4].

Irene Iovine





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[1] Cfr. E. Bianchi, Le parole della spiritualità. Per un lessico della vita interiore, Rizzoli, Milano 2004, 149.
[2]
Cfr. Benedetto XVI, Incontro con i parroci della Diocesi di Roma (18 febbraio 2010), in www.vatican.va
[3] Cfr. E. Grasso, Très chers amis... Thèmes choisis de spiritualité, Centre d'Études Redemptor hominis, Mbalmayo 2000, 169.
[4] Cfr. Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Il servizio dell'autorità e l'obbedienza (11 maggio 2008), 5.



01/05/2010
 
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