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GLI AVVENIMENTI DEL MAGGIO 1968


   


A quarantacinque anni da quegli avvenimenti, mi sembra interessante ripubblicare un articolo che scrissi ben quindici anni fa e che conserva ancora, a parer mio, la sua validità.

Penso, infatti, che molti fenomeni che attraversano la vita dei nostri giorni trovano certe radici in quegli anni e con le problematiche allora poste con le quali ancora rimangono in sospeso vari conti da regolare.

Certo molta acqua è passata sotto i ponti e le contestualizzazioni storiche rimangono imprescindibili.

Riprendere, però, in mano certe pagine storiche costituisce di certo un’esigenza per chi non vuole ricadere in errori del passato, ma anche per chi non vuole semplicemente occultare o strappare tante foto, che poi ritornano, da quello che in un famosissimo articolo Rossana Rossanda chiamò “l’album di famiglia”. “Album di famiglia” il cui linguaggio sembra ancora moderno ed affascina tanti giovani in America Latina.

Emilio Grasso




Strana storia quella del maggio 1968. Ogni qualvolta si comincia il discorso, quasi a mettere le mani avanti, si afferma che è morto. E, allo stesso tempo, ogni qualvolta si ripete che è morto, si prolunga in qualche modo la sua esistenza.

Sono passati trent’anni. A un ragazzo di oggi quel periodo, quei simboli, quei riti, quelle discussioni, quei riferimenti culturali appaiono lontani anni luce. Ogni tanto, da qualche parte, appaiono timidi e patetici tentativi di ripetere quel che non è più ripetibile. E gli orfani del ’68, sparsi in luoghi differenti, si ritrovano il più delle volte ben installati e riccamente pagati in quei luoghi del potere e dell’oppressione che dichiaravano voler distruggere per sempre.

E al potere, oggi, anziché l’immaginazione, come si gridava a Parigi e in altri paesi del mondo, si ritrova la più sofisticata tecnologia e una programmazione globale che di certo lascia ben pochi spazi alla fantasia, all’inventiva, alla creatività.

Alle origini del ’68

Non si capisce il ’68 se non si entra in quell’insieme di avvenimenti, di idee, di personaggi, di situazioni che permisero, originarono, coagularono un insieme eterogeneo di scintille che fecero esplodere un movimento giovanile di contestazione radicale, che assunse dimensioni planetarie, se si eccettua gran parte del continente africano.

Da Berkeley a Berlino, da Nanterre a Tokio, da Parigi a Praga, da Ciudad de México a Roma, a Pechino, a Londra, le scuole furono occupate, si alzarono barricate, le piazze furono investite da cortei variopinti che riversavano centinaia di migliaia di giovani festanti, arrabbiati, violenti, pacifici, urlanti, allegri, furibondi.

In quei giorni avvenne tutto e il contrario di tutto. Senza una logica o un progetto di fondo, con allo stesso tempo i più rigidi riferimenti ideologici e con il rifiuto d’ogni schematismo. Tutto inserito in un rituale protocollare e tutto al di fuori d’ogni norma di riferimento che permettesse di riportare il movimento nei parametri delle istituzioni.

Tutte queste spinte informi e non catalogabili, questo confluire di differenti istanze e diverse finalità, trovarono il loro comune detonatore nella generale, sentita e spontanea presa di coscienza del rifiuto della guerra del Vietnam.

Il Vietnam

Partito dai campus universitari degli Stati Uniti, il movimento di opposizione alla guerra del Vietnam si estese a macchia d’olio nel mondo intero e non escluse nessuna sede. Esso riuscì a interessare su scala internazionale un movimento di massa fino allora impensabile.

Il Vietnam diventò un simbolo d’una potenza evocativa così esplosiva che riuscì in breve tempo a perdere i suoi connotati originari per trasformarsi nell’apocalisse finale d’una lotta tra il Bene e il Male, come mai fino a quel tempo era stata vissuta.

I primi reportages giornalistici e le prime immagini visive toccarono e in molti casi sconvolsero l’immaginario collettivo.

Il piccolo Vietnam, paese di contadini, veniva ad assumere il ruolo di Davide di fronte al Golia interpretato dalla più grande potenza industriale del mondo.

Nel “villaggio globale” che l’espansione dei mass-media andava costruendo, l’eroica resistenza di questo popolo di poveri commuoveva, indignava, suscitava un irresistibile moto di simpatia e solidarietà.

Tutte le analisi e i giudizi diventarono rigidi e senza distinzioni o attenuazioni. Il Bene tutto da una parte; il Male tutto dall’altra.

Il movimento di solidarietà con il Vietnam unì pacifisti e sostenitori d’ogni movimento rivoluzionario violento; cristiani di tutte le chiese ed esponenti di altre religioni; ricchi e poveri; giovani del Terzo Mondo e ragazzi degli stessi Stati Uniti; comunisti e anti-comunisti; studenti e operai. Pochi ebbero il dubbio che quella causa fosse giusta.

Chi partecipò a quel movimento, chi ebbe quella passione, chi si ritrovò a manifestare o anche soltanto a sottoscrivere un appello o un messaggio di solidarietà, ebbe chiara la sensazione che mai come allora si realizzasse quel fenomeno tipico che si trova al nascere d’una rivoluzione, quello che Sartre chiama “gruppo in fusione”.

Sembravano, allora, così vere le parole con cui Sartre descrive il sorgere del momento rivoluzionario: “Io corro della corsa di tutti, grido: ‘Fermatevi!’ e tutti si fermano; qualcuno grida: ‘Muovetevi!’ oppure: ‘A sinistra! A destra! Alla Bastiglia!’ e tutti ripartono... La parola d’ordine non è obbedisci! Chi mai obbedirebbe? e a chi? Non è altro che la praxis comune[1].

Se il Vietnam agì come detonatore, altri, e di grande rilievo, furono i fattori scatenanti e concomitanti.

Herbert Marcuse, il cui pensiero fu continuamente richiamato in quel periodo, in una celebre discussione con gli studenti della Libera Università di Berlino così sintetizzava i motivi dell’opposizione degli studenti alla guerra del Vietnam: “Agli studenti la guerra del Vietnam ha svelato per la prima volta la natura della società esistente: la necessità ad essa connaturata della espansione e dell’aggressione e la brutalità della lotta concorrenziale in campo internazionale[2].

È un’analisi che rispecchia, anche se ne è indipendente, quella fatta pochi mesi prima da Martin Luther King, assassinato il 4 aprile 1968. “La guerra del Vietnam — affermava il profeta nero dei diritti umani — non è che il sintomo di una malattia che affligge tutta l’America[3].

In tutto il mondo

Questa malattia, ci se ne accorse subito, non concerneva solo gli Stati Uniti, ma era una malattia globale.

Se la contestazione giovanile radicale percorse tutto il mondo, differenti furono motivazioni, obiettivi, metodi, contesti culturali-sociali-economici-storici.

La “primavera di Praga” non è la stessa battaglia del “maggio francese”. Le “guardie rosse di Mao”, protagoniste e vittime della rivoluzione culturale cinese, non sono assimilabili ai giovani delle università statunitensi. Ciudad de México e Rio de Janeiro non sono Valle Giulia e i provos olandesi, gli hippies, i beatniks o tutti i giovani on the road, magistralmente descritti da Jack Kerouac nell’omonimo libro, sono ben altra cosa dai zengakuren militarizzati di Tokio.

Eppure, al di là di tante differenze, v’è una istanza comune che riconduce il movimento a un fattore comune.

Gli slogan, che furono i grandi protagonisti del ’68, possono dare una chiave interpretativa e ricapitolativa.

Ne richiamiamo alcuni tra i più celebri, scritti sui muri, gridati nell’originale francese o inglese o tradotti in tante lingue:

Cours, camarade, le vieux monde est derrière toi”.

Jouissez sans entraves”.

Quand vous tombez sur une loi ou un règlement, violez-les”.

L’Amérike dit: Ne fais pas ça. Les Yippies disent: Fais-le!”.

Ce n’est qu’un début, continuons le combat!”.

Elementi d’analisi

Dall’analisi di questi slogan traspare immediato l’orientamento ludico, iconoclasta, antiautoritario, antiburocratico del movimento.

La rivoluzione appare come un ricominciare da un mitico punto zero, come se il passato non fosse mai esistito.

Si cerca la scorciatoia dell’immediato. “Tutto e subito” fu uno degli slogan più gridati, quel tutto e subito che cercava di annullare d’un colpo, quasi per incanto, applicando un volontarismo esasperato, ogni realtà oggettiva e riduceva alla sola volontà del soggetto la complessità della trasformazione della realtà.

Il carattere fortemente antiistituzionale del movimento lo portò al rifiuto d’ogni mediazione e, di conseguenza, al suo isolamento.

Questo lo si vide soprattutto in Francia, ove il mancato collegamento con il movimento operaio organizzato portò rapidamente all’esaurimento della spinta propulsiva del “maggio francese”.

Lo stesso De Gaulle, che a un certo momento vide fortemente minacciato il suo seggio alla Presidenza della Repubblica, poté riprendere saldamente le redini del potere.

Del movimento del ’68 rimangono delle eredità? La discussione non è conclusa. I conti tra positività e negatività ancora continuano.

Di certo la fortissima carica utopica produsse in molti l’illusione che la via dura e faticosa della ricerca, volta per volta, di quelli che con Maritain potremmo chiamare “ideali storici concreti” potesse essere finita e che bastasse una continua spinta estremista a risolvere i problemi. Parafrasando una celebre opera di Lenin, scritta in polemica contro ogni forma di estremismo, Daniel Cohn-Bendit, uno degli esponenti di punta del maggio francese, scriveva nel 1968, per le prestigiose edizioni Le Seuil, un libro dal titolo Le gauchisme, remède à la maladie sénile du communisme.

La fine di questa illusione produsse un riflusso verso forme sempre più accentuate di individualismo e di ritorno a un intimismo in tutti i campi.

Il campo religioso-ecclesiale, che non era stato risparmiato dal movimento di contestazione radicale, non è sfuggito a questo contraccolpo. Dalle ceneri del ’68 sono nati movimenti religiosi, anche all’interno delle stesse chiese cristiane, in cui è predominante la componente d’una introspezione intimista.

Nato come mitizzazione del collettivo, del noi, del gruppo in fusione, il movimento si è ritrovato a generare un’ondata di individualismo fino alle estreme forme narcisistiche[4].

Fortemente ideologizzato nelle forme, ha favorito la caduta delle ideologie. Ma oltre a questo ha spinto verso la perdita di valori metafisici di riferimento.

Nato da una insopprimibile esigenza di respiro in una società sempre più dominata dai mezzi tecnici, ha visto crescere sotto i suoi occhi una società e un mercato globale dominati dall’anonimato indecifrabile dei centri decisionali.

Riprendere in mano la storia recente può essere di aiuto ai giovani d’oggi. Non per impedir loro di fare la propria esperienza, dall’alto della nostra esperienza, ma per decifrare insieme il percorso che si presenta loro e che noi consegniamo. Percorso marcato non dal peccato dell’aver sognato, ma da quello di non aver avuto la pazienza dell’ineludibile fatica per poter tradurre, ogni giorno di nuovo, il sogno in pane quotidiano.

Emilio Grasso

 

________________________

[1] J.-P. Sartre, Critique de la raison dialectique (précédé de Question de méthode), I. Théorie des ensembles pratiques, Gallimard, Paris 1960, 408.

[2] H. Marcuse, La fine dell’utopia, Laterza, Bari 1968, 56.

[3] M.L. King, Oltre il Vietnam, La Locusta, Vicenza 1968, 37.

[4] Cfr. G. Lipovetsky, L’ère du vide. Essais sur l’individualisme contemporain, Gallimard, Paris 1993, 311-314.

 

 

 

27/06/2013

 
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis