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LASCIATECI IL NOSTRO FUTURO

Riflessione su una tragedia familiare


   

 

Uno dei principi base della pastorale nella città di Ypacaraí (Paraguay) è quello di una sana laicità.

Sana laicità vuol dire distinzione, che non è separazione, tra le sfere di competenza delle differenti istituzioni chelasciateci_il_nostro_futuro_5.jpg operano nella città, tra le quali la parrocchia è una delle tante, ma non è di certo l'unica.

Per essere rispettati ripetiamo più volte dobbiamo saper rispettare e non invadere le competenze di altre sfere istituzionali.

Per ragioni storico-culturali, che affondano le loro radici nel lontano tempo della cosiddetta "Conquista" e della prima evangelizzazione in America Latina, si è creata una mentalità clericale (che poi incontra il suo corrispettivo in una mentalità laicista e anti-clericale) che fa della parola del sacerdote un assoluto storico, senza mediazioni culturali e con invasione in campi che hanno la propria autonomia.

A volte tocca muoversi su quello che suole chiamarsi il ciglio di un burrone.

Anche se certi principi teorici possono essere abbastanza chiari, quello che conta agli occhi della gente sono la parola e il gesto applicati a realtà concrete.

Un'ulteriore difficoltà è quella del confronto con altre posizioni, espresse all'interno della stessa Chiesa, posizioni che molte volte invadono campi di pertinenza non propria, alla ricerca di un facile consenso di sapore demagogico e di quel "farsi voler bene da tutti, senza crearsi nemici", che spesso e volentieri va a discapito della verità, mira all'immediato e a lungo andare si ritorce contro chi così agisce.

Una immane tragedia

Il 26 dicembre 2018 nel quartiere Santa Rosa, zona periferica della città di Ypacaraí, muore un uomo di 59 anni causa l'incendio della sua casa da lui stesso provocato, dopo aver versato del combustibile.

Epifanio, questo è il nome dell'uomo, muore insieme alla figlia Sara Claribel di 14 anni, mentre rimangono gravemente ustionate l'altra figlia Fátima María di 21 anni e la moglie Francisca di 50 anni.

Il giorno dopo Francisca, con il corpo ustionato al 95% e i polmoni distrutti in conseguenza dell'inalazione di gas tossici, muore tra indicibili sofferenze.

Il 4 gennaio 2019 anche Fátima María muore.

Solo Karina, la figlia maggiore di Epifanio e di Francisca, si salva da questa strage. Karina, infatti, non abitava più nella casa paterna e aveva già presentato, insieme alla mamma, delle denunce contro Epifanio presso le autorità competenti.

Di fronte a questa autentica tragedia familiare che colpisce la città di Ypacaraí, tutti aspettano di vedere quale sarà la posizione che prenderà la Chiesa.

Ad aggravare il contesto già altamente conflittuale, si aggiunge il fatto che la Jueza de Paz, presso la quale era stata più volte presentata da parte di Francisca e Karina la denuncia di violenza familiare, non avrebbe emesso gli adeguati provvedimenti cautelativi nei riguardi di Epifanio.

In alcune manifestazioni di protesta si chiede la sua rimozione dall'incarico che ricopre.

La Chiesa celebra solo la vita

La situazione è tesa e delicata.

La sera del 26 dicembre i corpi carbonizzati di Epifanio e di Sara Claribel fanno ritorno in due case differenti.

La notte stessa mi presento nella casa dei genitori di Epifanio, dove è iniziata la veglia funebre per quest'uomo.

Chiedo il permesso per entrare e, come prima cosa, abbraccio i vecchi genitori e tutte le persone presenti.

La tragedia improvvisa sicuramente ha acuito dolori e, forse, anche antichi risentimenti.

Ripeto quello che a Ypacaraí tutti, per lo meno una volta, hanno sentito dirmi.

Ho rispetto per tutte le differenti funzioni. Ma nessuno può chiedermi d'essere e rappresentare quel che non sono: io non sono un giudice; neanche un commissario di polizia; non faccio l'avvocato di nessuno; non ho ricevuto nessun dono di leggere nel cuore degli altri e per questo non giudico nessuno. Non amo raccogliere il chisme en los basureros (pettegolezzi nei bidoni dell'immondezza) e mi piace parlare con la gente non nell'anonimato e senza guardarci in faccia, poiché amo i discorsi diretti.

È per questo che non tollero i processi ai morti. È vigliacco e ingiusto processare i morti.

Dico di getto quello che ripeto sempre quando celebro i funerali o gli anniversari di morte. E il mio discorso non cambia. È sempre lo stesso: la Chiesa non celebra la morte. Mai.

La Chiesa celebra solo la vita. Ed è per questo che la Chiesa non parla a Sara Claribel, Fátima María, Francisca ed Epifanio.

La Chiesa parla a noi che oggi possiamo ascoltare e rispondere. Che possiamo decidere in un senso o in un altro. La Chiesa nei confronti di chi è morto tace.

In questo momento a Sara Claribel ed Epifanio è Dio stesso che sta parlando. E quando Dio parla, noi dobbiamo tutti tacere e non disturbare questo colloquio d'amore tra il Padre e i suoi figli.

Io non ho nulla di mio da dire. Anch'io sono solo un povero uomo e non ho nelle mie mani le chiavi della vita e della morte.

Questo discorso continuerà perché in Paraguay abbiamo la bella tradizione di concludere il funerale al termine del nono giorno dalla morte della persona in questione. E poi si celebrano vari anniversari.

Ormai si è creata una corrente di attento ascolto.

Abbraccio tutti e chiamo tutti per nome, chiedendo a tutti che mi chiamino con il mio nome.

L'ultimo giorno della novena, sottolineo il fatto che il 26 dicembre, il giorno che la casa di Epifanio, Francisca, Fátima María e Sara Claribel brucia, è il giorno in cui la Chiesa celebra il martirio di santo Stefano.

La morte: incontro tra Dio e l'uomo

L'uomo può arrivare a capire fino al limite della morte. Ma l'istante della morte coincide con l'incontro tra Dio e l'uomo. In quell'istante Dio si fa presente all'uomo in tutta la sua pienezza, in un incontro nel talamo nuziale dove solo lo Sposo e la Sposa stanno uno di fronte all'altro.

Nella liturgia la Chiesa riattualizza l'avvenimento che annunzia. Ci fa contemporanei  di quell'avvenimento e quel passato si rende presente a noi come l'hodie Dei (l'oggi di Dio).

Quel 26 dicembre abbiamo ascoltato la lettura degli Atti degli Apostoli. Questa lettura ci narra che, nel momento in cui Stefano muore e grida a gran voce: "Signore, non imputare loro questo peccato", era presente un uomo chiamato Saulo. E Saulo approvava la lapidazione di Stefano.

Che sappiamo noi del momento della morte di Sara Claribel? Perché non leggere questa morte alla luce del martirio di Stefano? Chi ci impedisce di dire che, in quel momento limite, come la preghiera di Stefano ha toccato Saulo, così il grido di dolore di Sara Claribel ha illuminato il cuore di Epifanio e ha dissipato le tenebre che l'accecavano? Perché non pensare che la misericordia onnipotente di Dio ha permesso l'ingresso nella sala del banchetto di festa a Epifanio accompagnato da Sara Claribel?

Durante l'ultima celebrazione ho voluto accanto a me Karina e il suo ragazzo Antonio.

Ho pubblicamente implorato Karina di perdonare Epifanio, di accogliere Epifanio nel suo cuore.

A Karina e Antonio ho detto che loro debbono vivere.

Nella loro storia di dolore, venire a cena da noi alcune sere dopo, per loro è stato un avvenimento unico.

E anche la mia Comunità deve continuare a vivere, per permettere ai tanti Karina e Antonio che non hanno mai conosciuto nella loro vita un momento di "dolce sentire" il dono di un'amicizia e il profumo di un dono che fa loro comprendere che esistono.

Un'attitudine clericale avrebbe cominciato con il sostituirsi a Cesare per cercare il colpevole di questa storia.

Forse ci si sostituiva alla magistratura dello Stato per scavare fossati ancor più profondi, per trovare un qualche capro espiatorio che appagasse il dolore di Karina.

O, peggio ancora, si sarebbe cominciato un processo ai morti, negando di fatto loro il diritto alla difesa.

Il diritto evangelico di sognare

In quelli che si suole chiamare "i secoli bui della Chiesa" (ma i tempi della Chiesa non sono forse, e non saranno sempre fino al ritorno glorioso del Signore, tempi allo stesso tempo oscuri e luminosi?...), ad opera di un papa (Stefano VI), si fece disseppellire un suo predecessore (papa Formoso), lo si rivestì dei paramenti papali, lo si legò sul trono pontificio mentre racconta la storia i vermi uscivano dal suo corpo putrefatto. Lo si processò e fu condannato... a morte, previa amputazione delle dita della mano che elevava quando era in vita in segno di benedizione.

Quel processo è passato alla storia col nome di "Concilio cadaverico".

La Chiesa parla ai vivi, non disseppellisce e processa i morti.

Con la morte il tempo di quello che dovevamo dire e fare è definitivamente terminato.

Non sarà di certo una qualche forma di damnatio memoriae che restituirà a Sara Claribel i suoi 14 anni.

E non togliamo a Karina, rinchiudendola nel ricordo rancoroso d'un passato, il suo diritto evangelico di sognare, di vivere, di costruire, di sperare, di amare.

Il tempo che ci appartiene è l'hodie Dei.

È vero che non c'è futuro senza memoria. Ma è anche non meno vero che non c'è futuro senza perdono, senza misericordia, senza riconciliazione.

A chi vuole rinchiuderci nella gabbia di un passato senza speranza, dobbiamo rispondere con le parole di un eroe dell'indipendenza dell'Irlanda, Michael Collins: "Tenetevi pure il vostro passato, ma lasciateci il nostro futuro".



09/03/2019

 
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis