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Articoli di Emilio Grasso

 

 

 

PRINCIPI DI FILOSOFIA OVVERO

CIÒ CHE NON È IL TIZISMO/1


 

 

Il testo che presentiamo è la traduzione, con alcuni adattamenti, dell'introduzione alla mia pubblicazione Principios de filosofía o sea lo que no es el Fulanismo, pubblicato nel 2005, a cura del Centro Studi Redemptor hominis del Paraguay. Il testo in questione è il risultato della sintesi di vari corsi tenuti in occasioni differenti a giovani studenti paraguaiani.

La parola Fulanismo[1] deriva dal nome Fulano. In spagnolo, con il nome Fulano si indica una persona indeterminata o immaginaria o qualcuno il cui nome si ignora o non si vuole esprimere: Fulano, Mengano, Zutano e Perengano.

Fulano è l'equivalente dell'italiano Tizio: Tizio, Caio e Sempronio sono i nomi di tre ipotetiche persone, utilizzati per indicare una qualsiasi persona presa come esempio.

Fulanismo, pertanto, si può tradurre con la parola Tizismo e, immaginariamente, si può dire che il Tizismo si insegna alla Tizio's University.

Poiché il Tizismo è il contrario esatto della filosofia e lo si ritrova con facilità nel parlare anonimo e inautentico di chi vi si trincera per non assumere le proprie responsabilità, mi è sembrato opportuno, al fine di introdurre all'arte del ragionamento, partire dal linguaggio comune con il quale dobbiamo continuamente confrontarci per avere un punto di appoggio su cui basarci.

Ho ritenuto importante pubblicare questo articolo anche in Italia, poiché il nostro Paese, volente o nolente, è ormai investito e sempre più lo sarà da un fenomeno immigratorio che ci porta a continuo contatto con persone di altre culture e mentalità, nelle quali è presente quell'elemento fideistico che, come si capirà dall'articolo in questione, ben si può dire che appartenga a quella che chiamo Tizio's University.

Dico questo senza dimenticare che anche noi italiani non siamo di certo estranei alla gran massa di laureati alla Tizio's University.

Per una scuola che insegni a ragionare

È ben nota questa espressione di don Lorenzo Milani quando parla della scuola: "La scuola siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. ... E il maestro deve essere per quanto può profeta, scrutare i 'segni dei tempi', indovinare negli occhi dei ragazzi le cose belle che essi vedranno chiare domani e che noi vediamo solo in confuso"[2].

La scuola, pertanto, non deve riempire la testa dei ragazzi con date e nomi da ripetere a memoria. Essa, al contrario, deve insegnare a riflettere, a indicare un cammino da percorrere, affinché i giovani arrivino a scorgere la verità.

Poi ognuno, di fronte alla verità conosciuta, darà la sua risposta. La verità non la si impone a nessuno. Essa incontra il mistero della libertà di ogni singola persona. E quando verità e libertà s'incontreranno, anche il maestro dovrà scomparire per lasciare che verità e coscienza personale si parlino. Cosa accadrà poi è l'avventura che inizia nel libro aperto e ancora da scrivere della storia.

Ho davanti a me tanti giovani che vivono tra il lavoro dei campi, una fattoria, una piccola falegnameria, una scuola che quando avranno terminato li troverà più insuperbiti e culturalmente, forse, più impoveriti[3]. La frequentano per ricevere un titolo, sperando così di ottenere un qualsiasi posto di lavoro che li possa far uscire dalla condizione ove sono nati e vivono.

Nella scuola dove vanno ti insegnano solo a ripetere. Guai se fai domande, se chiedi il perché delle cose! Chiedere il perché vuol dire mettere in crisi il maestro, sovvertire l'ordine costituito dove chi sta dietro un tavolo pone domande e dà ordini.

In questo tipo di scuola i ruoli sono ben stabiliti. Il maestro è l'unico che possiede il sapere ufficiale e il giovane deve solo ascoltare e ripetere. Ipse dixit[4] è la parola d'ordine di questo tipo di scuola.

Tra i poveri, soprattutto tra i campesinos sin tierra, questa mentalità fideista, tradizionalista e fondamentalista (è così perché è così... perché è sempre stato così e sempre sarà così... perché così deve essere e perché così vuole Dio) è profondamente radicata e diffusa dappertutto. Ciò che interroga noi cristiani è che questa mentalità la ritroviamo tante volte anche nel clero.

In Paraguay, la gente più povera ripeteva, in guaranì, l'espressione pa'íma he'i (già l'ha detto il sacerdote), che indicava il ruolo intellettuale dei sacerdoti e dei religiosi, e che lasciava i laici in uno stato permanente di infantilismo, frustrazione e inferiorità rispetto alla totalizzante onnipotenza del clero.

Ancor oggi si continua in gran parte a lavorare con una pastorale che ha come fondamento il pa'íma he'i, anche se si sa bene che tanto si ascolta e tanto si dimentica immediatamente per seguire altre voci e altri interessi. Ma una pastorale dell'intelligenza, e non della ripetizione autoritaria e dogmatica, richiede un cambio di abitudini e uno sforzo personale a cui la scuola attualmente non forma.

La Chiesa non vive fuori del mondo. Essa è in un profondo scambio culturale con il mondo. Riceve carne e sangue non solo da Cristo Gesù, ma anche dal mondo in cui vive. E se il mondo da cui provengono tanti seminaristi è quello di una cultura campesina, bisogna comprendere che, in tanti casi, la cultura di fondo rimane quella ricevuta nei primi anni di vita. V'è il rischio che, una volta diventati pa'i, si sia solo cambiato il posto in una scala sociale e simbolica che sostanzialmente rimane immodificata.


[1] Come si evince dal testo, utilizzo il termine Fulanismo in un senso ben differente da quello coniato da uno dei maggiori filosofi spagnoli, Miguel de Unamuno, in un breve saggio dell'aprile 1903. Scrive Unamuno che con la parola Fulanismo si considera quella maniera di "agire" per cui "gli spagnoli, quando formano partiti politici o altri gruppi analoghi, aderiscono più alla persona di Fulano o di Zutano che alle loro idee; seguiamo un nome proprio prima di una bandiera. Questo è ciò che molti chiamano Fulanismo", M. de Unamuno, Sobre el fulanismo, in "La España Moderna" n. 172 (aprile 1903) 65.

[2] Cfr. L'obbedienza non è più una virtù. Documenti del processo di don Milani, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1971, 36-37.

[3] Sulla situazione disastrosa della scuola in Paraguay che si trova agli ultimi posti nelle valutazioni internazionali, cfr. J. Fleitas, ¿Reforma fracasada?, in http://www.abc.com.py/especiales/fin-de-semana/reforma-fracasada-1726311.html

[4] Locuzione latina che significa l'ha detto lui e traduce una formula rituale in uso nella scuola pitagorica. Come i pitagorici risolvevano le controversie dottrinarie ricorrendo a una citazione appropriata di parole del maestro, così nella scolastica medievale l'opinione di Aristotele valeva come argomento che non ammetteva replica, e Ipse indicava Aristotele.



17/08/2018

 
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis