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Articoli di Emilio Grasso

 

 

 

RISPETTARE LA SCELTA DI UNA VITA

 

 

Nel marzo 1979 morì Ugo La Malfa, uno dei grandi protagonisti dell'Italia post-fascista.

Pur avendo collaborato con i cattolici democratici in vari Governi nati nel dopoguerra, La Malfa mantenne fino all'ultimo una visione della vita di ispirazione fortemente laicista.

Il "Corriere della Sera" del 27 marzo 1979 riportò un episodio che ci può essere di grande insegnamento in un tempo nel quale la perdita di identità si accompagna ad un proselitismo a buon mercato, e tutto diventa liquido, incolore, insapore, inodore.

Raccontano i cronisti del tempo che "il giorno della morte, quando il Nunzio Apostolico presso lo Stato italiano, in visita alla camera ardente allestita a Palazzo Chigi, alza la mano per benedire la salma, la famiglia La Malfa, quasi di scatto, si allontana nella stanza attigua. È un rifiuto, un soprassalto di laicità. ... Il figlio Giorgio, pallido, fa capire che suo padre non l'avrebbe apprezzato". Anche nel rituale della morte, i familiari, dunque, hanno voluto rispettare la scelta di una vita.

Tante volte, pensando di voler salvare tutti, non rispettiamo più la libera scelta degli altri e, senza interrogare libertà e responsabilità espresse dagli interessati durante tutto il corso della vita, ci arroghiamo il diritto di annetterli alla nostra Chiesa, quasi che senza i nostri riti ecclesiali non vi possano essere delle strade, a noi ignote, di salvezza.

Al fondo dimentichiamo che Dio è più grande della sua Chiesa e che le vie della salvezza non passano obbligatoriamente per l'imposizione anche a chi, in tutta la sua vita, quella fede e quei riti liberamente non ha accettato e ne ha scelti altri della nostra fede, fede che non può mai andare disgiunta dalla libertà della singola persona.

Una pastorale o una pratica sacramentale che non si accompagna alla libertà di chi l'accoglie, oltre ad essere un'offesa a Dio e all'Uomo, è anche una pratica destinata a sicuro fallimento.

Il ricordo del gesto dei famigliari di Ugo La Malfa mi è tornato alla mente leggendo su vari giornali italiani, tra il 15 e il 16 luglio 2018, la notizia che a Borgo Montenero (diocesi di Latina-Terracina-Sezze-Priverno) sono stati negati i funerali religiosi in chiesa ad una donna, perché da anni aveva abbracciato la religione buddista, studiando presso uno specifico istituto di formazione e ricoprendo alcuni incarichi di responsabilità nella sua comunità buddista, con un'attività di fede tra l'altro resa in modo pubblico.

Non entro nel caso specifico in questione, poiché mi è del tutto impossibile verificare l'esattezza degli elementi riportati.

Rispettare la libertà di scelta religiosa

Ho già accennato al rapporto fede-libertà ed anche alla non assolutizzazione del principio dell'extra Ecclesiam nulla salus ("fuori della Chiesa non v'è salvezza").

Seppur con estrema cautela, mi sembra che la questione nasca da una certa "appropriazione" di un corpo e dal desiderio di immergerlo nella nostra fede, quando quel corpo non ha più la possibilità di una sua libera scelta e non può opporsi ad una forza cogente che lo tratta solo come... un corpo morto, e non come l'ultima realtà fisica di una libertà che si era espressa, anche se in maniera da noi non condivisa, e che ha tutto il diritto d'essere ri spettata.

Scrivo dal Paraguay, da un luogo ove sono quotidianamente sottoposto ad un confronto con la morte.

A una catechesi sulla morte, l'unico problema serio della vita, non possiamo sfuggire e non possiamo far entrare Dio nella nostra vita solo nei momenti difficili, come se fosse un tappabuchi, chiedendogli che risolva i nostri problemi e dirigendoci a Lui affinché esegua tutto quello che noi vogliamo.

Con Dietrich Bonhoeffer pastore e teologo luterano tedesco che si oppose con fermezza al nazismo e lottò contro quella che, a suo giudizio, era una sottomissione della Chiesa tedesca a Hitler, e per questo fu condannato a morte quando aveva trentanove anni amo ritornare su una sua pagina scritta dal carcere:

"Dio non è un tappabuchi: non bisogna riconoscerlo soltanto al momento in cui siamo allo stremo delle risorse, ma nel pieno della vita; nella vita e non quando la morte è vicina, nella salute e nel vigore, non nella sofferenza, nell'azione e non soltanto nel peccato. La rivelazione di Dio in Gesù Cristo ne è la ragione. Egli è il centro della vita e non è affatto venuto apposta per dare risposta ai nostri interrogativi irrisolti"[1].



[1] D. Bonhoeffer, Resistenza e Resa. Lettere e appunti dal carcere, Bompiani, Milano 1969, 241.




23/07/2018

 
Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis