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Articoli di Emilio Grasso






Volto di Dio, volto dell’uomo


 La suprema testimonianza di amore di Mons. Óscar Arnulfo Romero


 

  

Oggi, 23 maggio 2015, l’Arcivescovo Óscar Arnulfo Romero viene dichiarato beato a San Salvador.

Come ha scritto Roberto Morozzo della Rocca, “la beatificazione di Romero da parte della Chiesa cattolica riconosce il suo martirio in odium fidei. Per coloro che gli furono nemici in vita, Romero sarebbe stato ucciso in odio alle sue posizioni politiche. Ma è difficile negare che Romero, Vescovo ucciso all’altare, durante una liturgia eucaristica, sia stato colpito in odium fidei. Era per fede che Romero parlava di riconciliazione, amava i poveri e chiedeva giustizia sociale. Era per fede che invitava alla conversione e indicava il ‘peccato’ dei suoi contemporanei: questo era il kerygma, il cuore dell’annuncio evangelico, come disse più volte nella predicazione. Era per fiducia nel Vangelo che Romero non si mise al riparo dalle minacce, non abbandonò i suoi fedeli, non si ritirò, ma accettò la morte che sapeva ormai sicura. Romero è un ‘martire del Vangelo’, ucciso in odium fidei”. 

In occasione di questo evento ecclesiale atteso e desiderato, riproponiamo la lettura di un articolo di Emilio Grasso che ci permette di collocare nel suo giusto contesto la morte violenta di Mons. Romero e di scoprire il segreto profondo della sua vita.

 

                                                                                         
                                                                                              

Sul tema della nuova evangelizzazione, asse portante del pontificato di Giovanni Paolo II, v’è ormai una immensa letteratura. Il tema è di importanza così fondamentale per la Chiesa che tutti gli approfondimenti e le analisi sono più che doverosi[1].

Non va però perso di vista il fatto che “non basta rinnovare i metodi pastorali, né organizzare e coordinare meglio le forze ecclesiali, né esplorare con maggior acutezza le basi bibliche e teologiche della fede: occorre suscitare un nuovo ardore di santità fra i missionari e in tutta la comunità cristiana”[2].

Saranno pertanto i nuovi Vescovi, i nuovi dottori, i nuovi apostoli e missionari e i nuovi laici quelli che diranno cosa sarà la nuova evangelizzazione.

Barsotti, scrittore spirituale italiano tra i più genuini, metteva in guardia da chi attendeva il rinnovamento della Chiesa senza che prima fossero nati gli uomini nuovi. Le strutture della Chiesa sono frutto di questi e non viceversa. Il rinnovamento è opera dello Spirito, nasce dall’intimo. La legge può riconoscerlo quando è avvenuto o eliminare gli ostacoli, ma di per sé non lo produce[3].

Essere uomo nuovo nella Chiesa non è mai questione generazionale, ma questione legata alla conversione del cuore, conversione che rinnova, fa rinascere nello Spirito e conduce, se a questo porta lo Spirito del Signore, finanche alla suprema testimonianza dello spargimento di sangue nel martirio liberamente accettato.

Uno di questi testimoni che ci aprono le strade della nuova evangelizzazione, dandoci non una formula da applicare ma un modello di conversione, è senz’altro Mons. Óscar Arnulfo Romero, fedele a Dio ed al popolo di Dio fino al sacrificio della sua vita[4].

Martirio come suprema testimonianza di fede

Il termine di martire è risuonato immediatamente nell’avvenimento della morte di Mons. Romero[5].

L’Episcopato austriaco dinanzi a questo evento parlò di “martire per la giustizia e per la fede”[6], definizione poi ripresa dal Cardinale Michele Pellegrino nel titolo d’un suo articolo[7].

Tredici Vescovi cattolici, “venuti da diversi luoghi del mondo per rendere cristiano omaggio a Mons. Óscar A. Romero”[8], parlano di lui come d’un “martire della liberazione come esige il Vangelo, un esempio vivo del pastore voluto da Puebla”[9].

Non meno esplicito il commento del direttore dell’autorevole “L’Osservatore Romano”: “Si rinnova nei credenti e in coloro che li guidano il sacrificio e il martirio della Chiesa peregrinante sulla terra, si rinnova così quella storia sublime segnata dal sangue dei martiri e dalla sofferenza dei confessori”[10].

Giovanni Paolo II, nell’Udienza Generale del 2 aprile 1980, parla del “sacrificio della sua vita, che è stato unito, in modo così singolare, al Sacrificio di Cristo”[11].

Nell’Udienza Generale del 25 marzo 1981 il Santo Padre parlava della “suprema testimonianza” con la quale Mons. Romero “coronava col sangue il suo ministero, particolarmente sollecito dei più poveri e dei più emarginati”[12].

Sul concetto di “sacrificio del Pastore della Chiesa, che si è prodigato per il suo gregge fino al dono della vita”[13], ritornerà ancora il Santo Padre nell’Udienza Generale del 23 marzo 1983.

Il Padre Sorge spiega implicitamente perché si possa applicare a Mons. Romero il termine di martire, quando scrive: “Se i cristiani una volta affrontavano la morte per non servire i falsi dèi o il ‘divino imperatore’, nei quali era impossibile riconoscere l’immagine di Dio, oggi, i cristiani dei nuovi tempi si trovano ad affrontare la morte per servire i poveri, gli oppressi, nei quali non possono non riconoscere il volto sofferente di Gesù. È questa la lezione, il testamento dell’Arcivescovo di San Salvador”[14].

Al termine della sua biografia su Mons. Romero, Morozzo della Rocca, dopo aver citato Rahner che parla d’una forma di martirio in odium justitiae, s’interroga se è possibile applicare a Mons. Romero la connessione della sua morte all’odium fidei del persecutore.

“Fu in odium fidei — s’interroga Morozzo della Rocca — che Romero venne assassinato? Per coloro che gli furono nemici in vita, Romero sarebbe stato ucciso in odio alle sue posizioni politiche. Ma è difficile negare che Romero, Vescovo ucciso all’altare, durante una liturgia eucaristica, sia stato colpito in odium fidei. Era per fede che Romero parlava di riconciliazione, amava i poveri e chiedeva giustizia sociale. Era per fede che invitava alla conversione e indicava il ‘peccato’ dei suoi contemporanei: questo era il kerygma, il cuore dell’annuncio evangelico, come disse più volte nella predicazione. Era per fiducia nel Vangelo che Romero non si mise al riparo dalle minacce, non abbandonò i suoi fedeli, non si ritirò, ma accettò la morte che sapeva ormai sicura. Romero è un ‘martire del Vangelo’, ucciso in odium fidei[15].

Il tempo che passa non affievolisce, anzi rafforza la testimonianza di Mons. Romero.

Tra i tanti motivi che giustificano uno studio ed una proposizione della figura dell’Arcivescovo di San Salvador, come anche una sua giusta collocazione all’interno della “santità cristiana”, uno ce lo indica Giovanni Paolo II in due differenti discorsi, laddove il Santo Padre invita a rispettare e a non strumentalizzare per un interesse ideologico il sacrificio di Mons. Romero[16].

Ora, se noi vogliamo rispettare questo sacrificio e collocarlo nel suo giusto contesto, dobbiamo sottolinearne e riscoprirne i motivi.

La morte di Mons. Romero non è un incidente di percorso, ma l’atto verso cui egli si è incamminato. La morte violenta non sopraggiunge improvvisa, ma è preparata, annunziata. Vi sono molte testimonianze in proposito. Padre Sorge, nell’articolo già citato, riferisce d’un suo colloquio con Mons. Romero, nel quale quest’ultimo parla della sua prossima fine: “Lo so. Anch’io sono condannato a morte. Appena potranno, mi uccideranno”[17].

Commenta ancora Padre Sorge: “Lo disse senza alcun segno esterno di rammarico o di paura, quasi sorridendo, con una serenità che non si può fingere, ma che solo nasce da una fede profonda e da un amore per gli uomini come quello con cui ha amato Cristo”[18].

È Mons. Romero stesso che annunzia la sua morte in cattedrale con umiltà, con coraggio, con abbandono alla volontà di Dio.

“Questa mattina mi è arrivato un avviso che io sono nella lista di coloro che saranno eliminati nella prossima settimana”[19].

In questo annunzio v’è il distacco obbediente di fronte alle potenze del male che stanno per abbattersi su di lui.

La vita donata a un Volto

Al di là della morte, Romero vede la mano di Dio e si abbandona alla preghiera. La sua vita non conta, il suo martirio è grazia che non merita.

In proposito sono significative alcune parole di Romero sul senso del martirio pronunciate nel maggio 1977, dopo l’assassinio del Padre Alfonso Navarro: “Non tutti, dice il Concilio Vaticano II, avranno l’onore di dare fisicamente il loro sangue, di essere uccisi per la fede; però Dio chiede a tutti coloro che credono in lui uno spirito del martirio, cioè tutti dobbiamo essere disposti a morire per la nostra fede, anche se il Signore non ci concede questo onore. Noi, sì, siamo disponibili, affinché, quando giunge la nostra ora di render conto, possiamo dire: ‘Signore, io ero disposto a dare la mia vita per te. E l’ho data’. Perché dare la vita non significa solo essere uccisi; dare la vita, avere spirito di martirio è dare nel dovere, nel silenzio, nella preghiera, nel compimento onesto del dovere; è dare la vita a poco a poco, nel silenzio della vita quotidiana, come la dà la madre che senza timore, con la semplicità del martirio materno, dà alla luce, allatta, fa crescere e accudisce con affetto suo figlio”[20].

Due anni dopo, visitando la Basilica di San Pietro, annota nel suo Diario: “Questa mattina sono andato nuovamente alla Basilica di San Pietro e, presso gli altari, che amo molto, di San Pietro e dei suoi successori attuali di questo secolo, ho chiesto insistentemente il dono della fedeltà alla mia fede cristiana e il coraggio, se fosse necessario, di morire come morirono tutti questi martiri o di vivere consacrando la mia vita come l’hanno consacrata questi moderni successori di Pietro”[21].

Riascoltiamo le parole di Mons. Romero, durante la sua ultima omelia, prima che il suo sangue fosse sparso sull’altare in unione con l’Unica vittima sacrificale: “Questa Santa Messa, questa Eucaristia, è precisamente un atto di fede. Dalla fede cristiana sappiamo che in questo momento l’ostia di grano si converte nel corpo del Signore offerto per la redenzione del mondo e il vino in questo calice si trasforma nel sangue prezzo di salvezza. Che questo corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini ci alimenti anche per dare il nostro corpo e il nostro sangue alla sofferenza e al dolore, come Cristo, non per sé, ma per dare frutti di giustizia e di pace al nostro popolo”[22].

Mi sembra ben chiaro che sia questa morte la chiave interpretativa della vita e di tutto l’agire del Vescovo salvadoregno. A prescindere da essa qualsiasi lettura risulterebbe falsata e riduttiva ed allora Mons. Romero verrebbe strumentalizzato per interessi ideologici che non fanno parte della motivazione profonda del suo sacrificio.

Una onesta lettura della vita di Mons. Romero non permette alcuna strumentalizzazione ideologica, poiché Mons. Romero non muore per nessuna ideologia. Egli muore per dei volti concreti.

Mi sembra che la chiave di lettura più appropriata alla sua persona sia quella “mistica”. Romero è un mistico. Egli contempla il volto del Padre. E sarà il dinamismo della contemplazione del volto del Padre che lo condurrà alla morte.

Sarebbe interessante esaminare gli scritti ed i discorsi di Romero, prima della sua nomina a Vescovo di San Salvador, cominciando da quelli della sua giovinezza, dai suoi primi anni di studio, dalla tesi di laurea scelta e mai finita. Perché fare una tesi su uno scrittore ascetico-mistico del 1500 come il Padre Luis de La Puente?[23].

È indubbio che Romero arriva a San Salvador con la fama di essere un Vescovo conservatore, dalla spiritualità forte, ma disincarnata. Erano noti i suoi atteggiamenti rispetto ai vari fermenti che maturavano in America Latina. Della sua nomina furono in molti nelle alte sfere militari ed economiche a rallegrarsene[24].

Dove allora il punto di partenza d’una scelta così forte e così incarnata che lo porterà coscientemente alla morte?

Jon Sobrino individua questo punto di partenza nella fede in Dio.

“Se Mons. Romero operò in tal modo come leader ecclesiale e sociale, ciò avvenne per la sua profonda fede nel Dio di Gesù. Per questo un uomo tanto religioso, tanto spirituale, tanto seguace di Gesù, senza lasciar d’esserlo anzi precisamente per esserlo, seppe rinnovare la vita della Chiesa e seppe orientare il paese nel cammino della sua liberazione”[25].

Romero non è un teologo di professione né tanto meno un ideologo. Egli è un uomo di fede. Egli trova nel contatto con Dio la forza delle sue parole.

Nell’omelia della seconda domenica di Quaresima (2 marzo 1980) v’è questa significativa confessione: “Vi voglio anche comunicare con gioia di Pastore che questa settimana ho fatto i miei esercizi spirituali... Ieri, quando un giornalista mi domandava dove trovavo l’ispirazione per il mio lavoro e la mia predicazione, gli dicevo: ‘È molto opportuna la sua domanda perché proprio ora sto uscendo dai miei esercizi spirituali. Se non fosse per la preghiera e la riflessione con la quale cerco di mantenermi legato a Dio, non sarei altro che un bronzo squillante’”[26].

Ed una settimana dopo ritornerà sul tema: “Gli uomini che conducono il popolo per le strade di Dio devono aver fatto personalmente l’esperienza di Dio”[27].

È, dunque, questa esperienza di Dio il punto di partenza dell’agire di Romero.

Si pone a questo punto la domanda sul come quest’uomo arriva ad una scelta tanto precisa per il popolo oppresso.

Interviene qui un fatto che potremmo dire costituisce la “conversione” di Romero.

L’esame di questo fatto ci sembra dar ragione a Rahner quando parla della conversione come “impegno fondamentale e interessante la vita nella sua totalità in direzione di Dio, nella misura in cui questo avviene con un certo maggior grado (anche se relativo) di riflessione e che pertanto, nella storia di una vita, ha un punto in certo qual modo fissabile nel tempo”[28].

Ora il “certo grado di riflessione fissabile nel tempo” l’abbiamo in un avvenimento preciso: l’assassinio del Padre Rutilio Grande avvenuto il 12 marzo 1977[29].

Una conversione permanente a Dio e agli uomini

“Fu l’assassinio del gesuita Rutilio Grande, iniziatore delle comunità di base contadine ad Aguilares, che gli aprì gli occhi”[30].

La morte di Padre Rutilio Grande segna il momento della “conversione” di Romero ai poveri.

In Rutilio Grande, Romero dice di aver visto “un fratello che in momenti molto importanti della mia vita mi è stato molto vicino e questi gesti non si dimenticano mai”[31]; vede l’esempio che parla. In maniera plastica egli indica questo esempio in quel “volto rivolto al cielo, accompagnato da due contadini”[32].

Quella notte passata in preghiera accanto all’amico assassinato segna il momento di svolta pastorale di questo grande Vescovo. Egli ora ha davanti a sé quel “volto rivolto al cielo, accompagnato da due contadini”: volto di Cristo che Romero ha adorato e seguito fin dall’infanzia.

La “conversione” di Romero si caratterizza, quindi, come una conversione al volto di Cristo riconosciuto nella storia degli uomini in cui egli è immerso.

Parlando di conversione, va precisato che bisogna riferirsi alla conversione permanente del cristiano e del Vescovo che vuole assumere con piena coscienza i suoi doveri pastorali di modo che, in una situazione di crisi drammatica e confusa, si fa defensor civitatis, seguendo la tradizione degli antichi Padri della Chiesa: difende il clero perseguitato, protegge i poveri, afferma i diritti umani prendendo alla lettera il Magistero pontificio e conciliare[33]. La morte del gesuita Rutilio Grande e la maniera equivoca con la quale gli fu comunicata dal Presidente della Repubblica[34] rappresentarono per Mons. Romero un segno che non poteva non leggere. I fatti gli mostravano una realtà differente del passato e una sua differente collocazione nella responsabilità a fronte di essi. Tutto ciò esigeva un altro tipo di risposta alla quale Mons. Romero non si sottrasse[35]. Più che d’una conversione sarebbe giusto parlare, secondo Mons. Rosa Chávez, predecessore di Romero in San Salvador, d’una evoluzione naturale in colui che vive una conversione permanente, in totale apertura a Dio e agli uomini[36].

Sulla stessa linea interpretativa si muove Mons. Arturo Rivera Damas, già Ausiliare insieme a Mons. Romero di Mons. Chávez e poi successore dello stesso Romero. Presentando la biografia scritta da Padre Jesús Delgado così scrive: “Sono d’accordo con coloro che definiscono tale cambiamento una conversione. Ma mi è di grande soddisfazione apprendere dalle ricerche di Delgado che non si è trattato di un cambiamento repentino, come quello avvenuto in san Paolo, bensì di una conversione lenta, quale solitamente avviene nei comuni mortali, in ciascuno di noi: essa andò maturando a poco a poco nel cuore di quell’uomo a volte tormentato, a volte intrepido, sempre generoso. Credo che Delgado sia riuscito a definire in modo esatto il momento, l’‘ora’ di quel cambiamento”[37].

Rileggiamo Romero nella sua omelia della quarta domenica di Quaresima (16 marzo 1980): “Se vedessimo che è Cristo l’uomo bisognoso, l’uomo torturato, l’uomo prigioniero, l’uomo assassinato; e in ogni figura di uomo buttato tanto indegnamente lungo le nostre strade vedessimo quel Cristo buttato via, lo raccoglieremmo come pietra preziosa e lo baceremmo senza vergognarci di lui... L’uomo è Cristo e nell’uomo visto e trattato con fede guardiamo Cristo, il Signore...”[38].

La “conversione” di Romero non è una conversione a qualche ideologia.

“Romero es nuestro”, gridò Giovanni Paolo II inginocchiato davanti alla tomba di Mons. Romero[39].

La visita di Giovanni Paolo II alla tomba di Mons. Romero fu voluta con “testardaggine” dallo stesso Santo Padre, in opposizione alle condizioni poste dal Governo ed al consiglio degli stessi Vescovi.

Lo ricorda il Card. Roberto Tucci, in quel tempo organizzatore dei viaggi papali all’estero, in una recente intervista a “L’Osservatore Romano”, riportata da “La Civiltà Cattolica”.

Testimonia in proposito il Card. Tucci: “Mi piace iniziare ricordando il coraggio che mostrava Papa Wojtyla nell’affrontare situazioni difficili, a volte anche scabrose o pericolose. Era testardo. Come dimenticare la sua determinazione nel voler pregare a tutti i costi sulla tomba dell’Arcivescovo Oscar Arnulfo Romero a San Salvador. Ignorare quella tomba era stata una delle condizioni poste dal Governo per acconsentire alla visita. I Vescovi sconsigliarono il Papa di andare. Non ci fu nulla da fare: Giovanni Paolo II voleva farlo perché si trattava di un Vescovo ucciso mentre celebrava l’Eucaristia. Quando arrivammo sul posto, trovammo la cattedrale sprangata. Il Pontefice si impuntò e disse che non si sarebbe mosso di lì fino a che non gli fosse stato consentito di pregare su quella tomba. Restammo a lungo sulla piazza deserta. La polizia aveva fatto allontanare tutti, non c’era nessuno. Ma poi la chiave arrivò, e il Papa poté sostare a lungo su quella tomba”[40].

Non strumentalizzare Romero per interesse ideologico, come chiedeva Giovanni Paolo II, è ricollegarlo ai volti contemplati, nei quali scorgeva il volto di Cristo. Non il volto del Cristo glorioso, ma quello del Cristo trasfigurato nel Getsèmani, sul Calvario, sul Golgota.

Romero vede. Vede “volti di campesinos senza terra, oltraggiati dalle forze armate e dal potere. Volti di operai licenziati senza motivo, senza paga sufficiente per mantenere le proprie famiglie, volti di anziani, volti di emarginati, di abitanti di tuguri, volti di bambini poveri che già dall’infanzia cominciano a sentire il morso crudele dell’ingiustizia sociale”[41].

Romero vede perché ha fatto “l’esperienza di Dio”, vede perché non è l’uomo “curvato” su di sé e come tale capace solo di mirare se stesso e i suoi problemi.

Peccato personale come origine del peccato sociale

Romero ritorna insistentemente sul tema della penitenza, della conversione del cuore, della liberazione dal peccato personale.

“La prima liberazione da realizzare per lanciare un gruppo politico che voglia veramente la liberazione del popolo, deve essere quella di liberare se stessi dai propri peccati. Finché si è schiavi del peccato, dell’egoismo, delle crudeltà, dell’odio, non si può essere persona adatta a liberare il popolo”[42].

E nella già citata omelia nella Messa esequiale per il Padre Rutilio Grande, ritroviamo lo stesso tema: “Fintanto che non si viva una conversione del cuore, una dottrina che si illumina con la fede per organizzare la vita secondo il cuore di Dio, tutto sarà debole, rivoluzionario, passeggero, violento”[43].

Romero, alla vigilia della sua morte, nella quinta domenica di Quaresima, ci lascia il suo testamento[44].

Nel solco della più autentica visione cristiana, egli insiste sulla conversione del cuore, sulla conversione personale. Egli diffida di chi si nasconde dietro l’anonimato della “ingiustizia strutturale, della violenza istituzionalizzata, del peccato sociale”. Egli cerca l’origine di questo “peccato sociale” e lo trova “nel cuore di ogni uomo”. È lì che innanzitutto va aggredito il peccato, è lì che si combatte la battaglia decisiva, è da lì che bisogna iniziare.

Il peccato sociale è conseguenza del peccato personale dell’uomo. “Per questo la salvezza comincia dall’uomo, dalla dignità dell’uomo, dallo strappare dal peccato ogni uomo... Nella Quaresima questo è l’invito di Dio: convertitevi individualmente”. Romero vede nel peccato, nel peccato che, ancora prima di manifestarsi in atti esterni e cristallizzarsi in strutture sociali, è nel profondo del cuore dell’uomo, l’origine del Male che sta ormai per avere su di lui il sopravvento.

“Nel cuore dell’uomo vi sono gli egoismi, le invidie, le idolatrie ed è lì che nascono le divisioni, gli accaparramenti... Bisogna purificare, dunque, questa fonte di tutte le schiavitù. Perché ci sono schiavitù? Perché ci sono emarginazioni? Perché c’è analfabetismo? Perché ci sono malattie? Perché c’è un popolo che si lamenta e soffre? Tutto ciò è una denunzia della esistenza del peccato”.

Romero vede i limiti di ogni liberazione che non parta dalla conversione del cuore dell’uomo. Per lui “ogni soluzione per una organizzazione politica che tenga conto del bene comune dei salvadoregni, dovrà essere cercata sempre nel complesso della liberazione definitiva”. Se non si vuol cadere nell’illusione di facili e tragici immediatismi, per Romero bisogna andare al centro del problema, a ciò che “la Chiesa continuerà a predicare: pentitevi dei vostri peccati personali”.

In questa visione non meravigliano le parole di Romero: “Non c’è tempo migliore, credo, per aiutare la Patria che la Quaresima vissuta come campagna di preghiera e di penitenza”[45].

Romero è morto perché ha visto. Ha visto il volto di Dio ed ha visto il volto del suo popolo. Ha visto il volto degli oppressi, ma ha visto anche il volto dei suoi oppressori.

Egli è morto perché ha chiamato tutti a conversione. Egli ci ha ricordato che “Gesù non ha escluso nessuno né dal suo messaggio né dal suo invito a entrare nel Regno. Ha amato tutti i suoi contemporanei; e proprio perché li amò realmente tutti, ha chiesto loro la conversione”[46], che Romero ha sperimentato bene nelle sue carni ed “è difficile e dolorosa perché il cambiamento che si richiede non si riferisce solo al modo di pensare, ma anche al modo di vivere”[47].

La via della conversione permanente, c’insegna questo grande Vescovo, è la via dura ed aspra che conduce al Calvario. È la via che parte dal cuore per raggiungere il mondo nell’amplesso della croce.

È la via difficile e dolorosa che ci porta all’esodo ed alla diaspora, alla morte di sicurezze acquisite e di affetti consolidati. Ma è l’unica via che ci rende fedeli a Dio ed agli uomini, che permette che nel nostro corpo offerto avvenga la riconciliazione tra Dio e il mondo.

In un testo di Puebla, ripreso dalla Redemptoris missio, è scritto che “i poveri meritano un’attenzione preferenziale, qualunque sia la condizione morale o personale in cui si trovano. Fatti a immagine e somiglianza di Dio per essere suoi figli, questa immagine è offuscata e persino oltraggiata. Perciò, Dio prende le loro difese e li ama. Ne consegue che i primi destinatari della missione sono i poveri, e la loro evangelizzazione è per eccellenza segno e prova della missione di Gesù”[48].

Questi poveri Romero li amò fino all’atto supremo del martirio, dando in questo “segno e prova della missione di Gesù”.

Egli ci apre la via alla comprensione del testo della Redemptoris missio la quale ci ricorda che è “l’amore, che è e resta il movente della missione, ed è anche l’unico criterio secondo cui tutto deve essere fatto o non fatto, cambiato o non cambiato. È il principio che deve dirigere ogni azione e il fine a cui essa deve tendere. Quando si agisce con riguardo alla carità o ispirati dalla carità, nulla è disdicevole e tutto è buono”[49].

Dimenticare questo o metterlo tra parentesi vuol dire precluderci la comprensione del profondo significato dato da Giovanni Paolo II al tema della nuova evangelizzazione.

Emilio Grasso

 

* Emilio Grasso, Hanno creduto in un mondo nuovo. Volti di speranza nell'America Latina di ieri e di oggi, Editrice Missionaria Italiana, Bologna 2005, 37-53.

 


________________________

[1] Per una analisi del significato e contenuto dell’espressione “nuova evangelizzazione”, rimandiamo a: P. Giglioni, Perché una “nuova” evangelizzazione, in “Euntes Docete” 43 (1990) 5-36; P. Giglioni, Il vocabolario missionario, in “Euntes Docete” 44 (1991) 265-285. Per quanto riguarda le ultime questioni che essa suscita, cfr. J. Rigal, La Nouvelle Évangélisation. Comprendre cette nouvelle approche. Les questions qu’elle suscite, in “Nouvelle Revue Théologique” 127 (2005) 436-454.

[2] Redemptoris missio, 90.

[3] Cfr. E. Grasso, Fondamenti di una spiritualità missionaria. Secondo le opere di Don Divo Barsotti, Università Gregoriana Editrice (Documenta Missionalia 20), Roma 1986, 46.

[4] La letteratura su Mons. Romero si fa sempre più vasta. Ultimo della serie è il documentato e approfondito testo di R. Morozzo della Rocca, Primero Dios. Vita di Oscar Romero, Mondadori, Milano 2005.

[5] Per una analisi e riflessione sullo statuto epistemologico del martirio a partire da nuove realtà poste dalla storia, cfr. A. Melloni, Martirio y santidad en el siglo XX, in R. Morozzo della Rocca (ed.), Óscar Romero. Un obispo entre guerra fría y revolución, San Pablo, Madrid 2003, 243-263; cfr. A. Riccardi, Ils sont morts pour leur foi. La persécution des chrétiens au XXe siècle, Plon/Mame, Paris 2002.

[6] Domenica a San Salvador le esequie di mons. Romero, in “L’Osservatore Romano” (28 marzo 1980) 4.

[7] Cfr. M. Pellegrino, Monsignor Oscar Romero: testimone della fede, martire per la giustizia, in “Vita e Pensiero” 63/6 (1980) 2-7.

[8] Romero... y lo mataron. Scritti e discorsi di una vittima della repressione in America Latina, A.V.E., Roma 1980, 271.

[9] Romero... y lo mataron..., 273.

[10] V. Volpini, Morire per Cristo, in “L’Osservatore Romano” (26 marzo 1980) 1.

[11] Giovanni Paolo II, Supplica a Dio per la pace nel Salvador (2 aprile 1980), in Insegnamenti, III/1, 797.

[12] Giovanni Paolo II, Ricordo dell’Arcivescovo di San Salvador Oscar Romero (25 marzo 1981), in Insegnamenti, IV/1, 771.

[13] Giovanni Paolo II, Ricordo di mons. Romero nel terzo anniversario della morte (23 marzo 1983), in Insegnamenti, VI/1, 801.

[14] B. Sorge, L’assassinio di mons. Oscar A. Romero, Arcivescovo di San Salvador, in “La Civiltà Cattolica” 131/II (1980) 64.

[15] R. Morozzo della Rocca, Primero Dios…, 368.

[16] Cfr. Giovanni Paolo II, Omelia alla Messa celebrata al “Metro Centro” di San Salvador (6 marzo 1983), in Insegnamenti, VI/1, 602; cfr. Giovanni Paolo II, Ricordo di mons. Romero nel terzo anniversario..., 801.

[17] B. Sorge, L’assassinio di mons. Oscar A. Romero..., 65.

[18] B. Sorge, L’assassinio di mons. Oscar A. Romero..., 65.

[19] O.A. Romero, Homilía 1° Domingo de Cuaresma (ciclo C, 24/02/80). I brani delle omelie di Mons. Romero, riportati in questo testo, sono tratti dal sito: http://www.servicioskoinonia.org/romero. D’ora in poi indicheremo il titolo, il ciclo e la data dell’omelia.

[20] Homilía 6° Domingo de Pascua (ciclo C, Planes de Renderos 15/05/77).

[21] Mons. Oscar Arnulfo Romero, Su Diario. Desde el 31 de marzo de 1978 hasta jueves 20 de marzo de 1980, Publicación del Arzobispado de San Salvador, 1970, 175.

[22] Homilía del 1° aniversario de la Sra. Sara De Pinto (última Homilía de mons. Óscar A. Romero) (ciclo C, 24/03/80); corretta da R. Morozzo della Rocca in base all’ascolto del testo originale, cfr. R. Morozzo della Rocca, Primero Dios…, 345-346.

[23] Cfr. Schedario tesi della Pontificia Università Gregoriana; cfr. J. Delgado Acevedo, La cultura de monseñor Romero, in R. Morozzo della Rocca (ed.), Óscar Romero..., 47-64.

[24] Cfr. A. Levi, Oscar A. Romero. Un Vescovo fatto popolo, Morcelliana, Brescia 1981, 23-25.

[25] J. Sobrino, Monseñor Romero mártir de la liberación. Análisis teológico de la figura y obra de mons. Romero, in “Misiones extranjeras” n. 57 (1980) 284.

[26] Homilía 2° Domingo de Cuaresma (ciclo C, 02/03/80).

[27] Homilía 3° Domingo de Cuaresma (ciclo C, 09/03/80).

[28] K. Rahner, Conversione, in Sacramentum Mundi, II, Morcelliana, Brescia 1974, 623.

[29] Sulla figura e l’azione del Padre Rutilio Grande, cfr. G. Arroyo, El Salvador: les risques de l’Evangile, in “Etudes” 348 (1976) 293-311; cfr. R. Cardenal, Historia de una esperanza. Vida de Rutilio Grande, UCA Editores, San Salvador 1985.

[30] G. Arroyo, La conversion et la mort d’Oscar A. Romero, in “Etudes” 352 (1980) 581; cfr. J. Sobrino, Monseñor Óscar A. Romero. Un obispo con su pueblo, Editorial Sal Terrae, Santander 1990, 13-21.

[31] Homilía en la misa exequial del Padre Rutilio Grande (14/03/77).

[32] Homilía en la misa exequial del Padre Rutilio Grande (14/03/77).

[33] Cfr. R. Morozzo della Rocca, La controvertida identidad de un obispo, in R. Morozzo della Rocca (ed.), Óscar Romero…, 16. Per Sobrino, Mons. Romero “passò non solo attraverso una conversione – o cambiamento importante –, come è riconosciuto, ma anche attraverso una evoluzione nella sua concezione della Chiesa e nel suo sentire con essa”, cfr. J. Sobrino, Prólogo. El sentir de Monseñor con Dios, con el pueblo y con la Iglesia, in D. Marcouiller, El sentir con la Iglesia de Monseñor Romero, Editorial Sal Terrae, Maliaño (Cantabria) 2004, 20.

[34] Cfr. J. Delgado, Monseñor. Vita di Oscar Arnulfo Romero, Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1986, 120.

[35] Cfr. H. Dada Hirezi, Monseñor Romero y la política en El Salvador, in R. Morozzo della Rocca (ed.), Óscar Romero..., 209-210.

[36] Cit. in R. Morozzo Della Rocca, La controvertida identidad de un obispo, in R. Morozzo della Rocca (ed.), Óscar Romero…, nota 3, 16.

[37] A. Rivera Damas, Presentazione, in J. Delgado, Monseñor..., 5.

[38] Homilía 4° Domingo de Cuaresma (ciclo C, 16/03/80). Ritroviamo in questa, come in altre omelie di Mons. Romero, l’eco profonda della passione che animò Las Casas: il suo amore per Gesù Cristo vivo, flagellato, schiaffeggiato, crocifisso e morto nei poveri prigionieri delle Indie, non una ma migliaia di volte. Da questo discende la sua convinzione che amare Cristo conduce a liberare l’indio e ad impedire che gli tolgano la vita prima del tempo, attraverso il regime della encomienda. Ancora una volta, e in questa occasione identificandolo con Cristo, troviamo il senso profondo del povero e della sua vita concreta, materiale, temporale. Spogliarlo, sfruttarlo, ucciderlo significano bestemmiare il nome di Cristo, cfr. G. Gutiérrez, En busca de los pobres de Jesucristo. El pensamiento de Bartolomé de Las Casas, Ediciones Sígueme, Salamanca 1993, 103.

[39] Cfr. A. Riccardi, Ils sont morts…, 440.

[40] M. Ponzi, Un testimone della Chiesa contemporanea. A colloquio con il cardinale Roberto Tucci, in “La Civiltà Cattolica” 161/I (2010) 227.

[41] Homilía 2° Domingo de Cuaresma (ciclo C, 02/03/80).

[42] Homilía 2° Domingo de Cuaresma (ciclo C, 02/03/80).

[43] Homilía en la misa exequial del Padre Rutilio Grande (14/03/77).

[44] Le seguenti citazioni tra virgolette sono tratte da Homilía 5° Domingo de Cuaresma (ciclo C, 23/03/80).

[45] Homilía 6° Domingo de Tiempo Ordinario (ciclo C, 17/02/80). In Romero conversione del cuore e riconciliazione-giustizia-pace nel mondo, al centro dei conflitti, camminano tenendosi per mano.

[46] La Chiesa Corpo di Cristo nella storia. Lettera pastorale di mons. Oscar A. Romero 6 agosto 1977, in “Il Regno-documenti” 23 (1978) 17.

[47] La Chiesa Corpo di Cristo nella storia..., 14.

[48] Documento di Puebla, 1142; Redemptoris missio, 60.

[49] Redemptoris missio, 60.


23/05/2015


 
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