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La celebrazione della Domenica delle Palme nella parrocchia Sagrado Corazón de Jesús di Ypacaraí, presieduta da Emilio, è stata l’occasione per una riflessione sulle false aspettative messianiche che spesso paralizzano una comunità di credenti, come pure sulla fedeltà attraverso la “notte oscura”.
Commentando il brano liturgico sull’incontro di Gesù con il popolo a Gerusalemme, Emilio ha rilevato che il tema delle aspettative messianiche rimane di valore universale. Anche se l’attesa del Messia era particolarmente viva al tempo di Gesù nel popolo di Israele, in ogni epoca e ad ogni latitudine gli uomini continuano ad aspettare il Messia, proiettando su di lui i loro desideri più profondi.
Anche per quanto riguarda il Paraguay, in occasione dell’apertura del novenario 2005 della Virgen de Caacupé, Mons. Zacarías Ortiz, vescovo di Concepción, ha descritto con molta precisione questo problema tanto attuale, dichiarando: “Stiamo molto attenti in questo tempo: viviamo l’epoca dei ‘messianici’. Tra di noi esistono, qua e là, dei messia religiosi, politici e sociali. Affermano che risolveranno tutti i nostri problemi: economici, di salute, di sicurezza. Sappiamo, per esperienza, che in maggioranza si rivelano, come dice Gesù, ‘lupi rapaci che ingannano il gregge per cibarsi della sua carne’”.
Il desiderio, presente in tutti i popoli e nel cuore di ognuno, della venuta del Messia, rivela la tentazione di fuggire dai problemi attendendo qualcuno che li risolva, anziché sforzarsi di partecipare dando il contributo della propria libertà.
E’ infatti una fatica costruire. è più facile ricevere, ma non è secondo la volontà di Dio, che ha creato l’uomo libero e come uomo libero lo interroga. Ci ha creati senza chiederci il permesso, ma non ci salverà senza il nostro impegno.
In questo Gesù mostra tutta la sua distanza dai messia che ogni uomo, come il popolo di Israele a quel tempo, non cessa di costruirsi e di aspettare.
La domanda centrale sulla quale Emilio si è soffermato è perché Gesù, accettando di entrare a Gerusalemme come Messia, sembri cedere alle pressioni della gente e dei discepoli, dopo averle sempre respinte arrivando a chiamare Pietro “Satana”.
Pare che Gesù si sia stancato di lottare e dica: “Bene, voi volete che io sia il Messia e lo faccio”. Tutti l’applaudono perché finalmente ha capito che cosa vuole il popolo, che ora vede il momento in cui il Messia instaura il Regno.
Ma il Regno è il cambio del cuore. Tutto il peccato che è nel mondo, infatti, è frutto di un peccato che sta nel cuore e che si moltiplica producendo delle strutture di peccato.
Per cambiare il cuore serve la verità, perché è la verità che ci fa liberi. Dobbiamo cambiare tutto, ma senza il cambio del cuore è un errore pensare che un cambio esteriore sia la soluzione del problema. Questo cuore cambiato produce poi un cambio delle leggi, delle strutture, delle relazioni di tutti i tipi: sociali, economiche, culturali...
Perché, allora, Gesù entra in Gerusalemme?
Sfida il mondo e lo spirito del mondo, proclamando che il suo Regno non è secondo la mentalità del mondo.
Sappiamo come Gesù, in un parallelismo sinottico, parli del Regno: “I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi” (Mt 20, 25-28; Mc 10, 41-45; Lc 22, 24-27).
Questa è la concezione dell’autorità secondo la mentalità del mondo, in tutti i tempi e in tutti i paesi. Chi cerca il potere e l’autorità non lo fa, il più delle volte, per servire i più bisognosi, ma per arricchirsi. Questa non è l’autorità secondo l’amore di Gesù, ma una tale concezione può affacciarsi anche nella Chiesa che, osservava Emilio, non può ridursi a una subseccional di un partito. La Chiesa segue solo il suo Sposo Gesù, non ascolta altre voci secondo altre mentalità.
Al contrario “colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo”. A volte, invece, anche i piccoli incarichi di catechista, di coordinatore, di vicario, di parroco o di vescovo, vengono esercitati in termini di potere.
“Colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro servo”. Servo di tutti non va inteso come schiavo dei capricci di tutti, ma servo secondo il cuore di Gesù, l’unico che ha amato e che ama veramente. Nessuno si ama più di quanto Gesù lo ami.
Questo è il messianismo di Gesù, il Messia unico e definitivo. Il Messia è già venuto, sta già in mezzo a noi. Ogni cristiano, per l’unzione crismale battesimale, ha ricevuto la forza e il potere, la grazia di essere Messia. Messia, Cristo, significa infatti “unto”. I cristiani, unti, partecipano dello stesso messianismo di Gesù, Figlio Unico del Padre. La loro unzione è un entrare nell’unzione unica ricevuta per mezzo di Gesù, ricevendo tutte le prerogative che Dio Padre gli dà.
La risposta di Gesù alle aspettative messianiche è il Venerdì Santo. Per questo la Chiesa legge nella stessa giornata la narrazione dell’entrata festosa a Gerusalemme e il racconto della Passione. Il popolo, lo stesso popolo che innalzando le palme gridava “Osanna”, chiederà la morte di Gesù.
La conclusione che Emilio ha presentato, sottolineandone la semplicità, tocca la libertà di ognuno.
Se vogliamo essere veri cristiani e proclamare l’orgoglio di essere membri di questa Santa Chiesa, dobbiamo avere il coraggio di seguire Gesù non solo quando tutto è luce, ma nella notte oscura in cui tutto scompare.
Se non abbiamo fede non possiamo fare niente e quel che facciamo non ha nessun valore. Se abbiamo fede non dobbiamo aver paura, non dobbiamo avere vergogna, la vittoria sarà nostra perché Gesù Cristo è l’unico vittorioso nella storia.
Michele Chiappo
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