“Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come io vi ho amati, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Su questo brano evangelico è continuata la riflessione nel corso di formazione dei catechisti della parrocchia di
Ypacaraí, nel quale si è insistito molto sull’importanza di essere testimoni. Il problema della catechesi è serio, poiché in Paraguay, come in molti altri contesti, una gran quantità di giovani frequenta le parrocchie per la catechesi in funzione dei sacramenti, ma la loro vita non ne viene toccata e l’evangelizzazione è poco più che una vernice esteriore che presto svanisce.
Nell’incontro che Benedetto XVI ha avuto, il 22 febbraio 2007, con i parroci e il clero di Roma, proprio a proposito dell’evangelizzazione dei giovani, ha affermato che in essi devono vedere che si può vivere oggi da cristiani: “Mi ricordo di un elemento autobiografico negli scritti di san Cipriano: ‘Io ho vissuto in questo nostro mondo – egli dice – totalmente lontano da Dio, perché le divinità erano morte e Dio non era visibile. E vedendo i cristiani ho pensato: è una vita impossibile, questo non si può realizzare nel nostro mondo! Ma poi, incontrandone alcuni, entrando nella loro compagnia, lasciandomi guidare nel catecumenato, in questo cammino di conversione verso Dio, man mano ho capito: è possibile! E adesso sono felice di aver trovato la vita. Ho capito che quell'altra non era vita, e in verità – confessa – sapevo anche prima che quella non era la vera vita’. Mi sembra molto importante che i giovani trovino persone - sia della loro età che più mature – nelle quali possano vedere che la vita cristiana oggi è possibile ed è anche ragionevole e realizzabile ... Il primo punto è quindi l'esperienza, che apre poi la porta anche alla conoscenza … Solo se c'è una certa esperienza si può poi anche capire”.
Qual è il compito del catechista, allora? Riflettere sulla vita di Gesù e notare come lui non abbia ripetuto le parole della tradizione: “amatevi l’un l’altro”, ma abbia aggiunto il tratto rivoluzionario e unico che salva: “come io vi ho amati”. Ora, il
catechista deve fare lo stesso, essere un altro Cristo tra gli uomini e poter dire “amatevi, come vi ho amati io”. Ecco l’aspetto dell’esperienza che sottolineava anche il Papa. Il catechista, in una contesto in cui la famiglia è completamente disarticolata, è a volte l’unica persona attraverso la quale può passare la fede, per contagio da persona a persona. E’ solo nel volto del catechista, dignitoso, realizzato, responsabile, impegnato, che crede in ciò che fa, che dice parole vere e non mente, che i ragazzi possono vedere possibile un modo differente di vivere.
Se l’annuncio non si può separare dalla testimonianza, occorre allora partire dalle cose più semplici della vita del giovane per far entrare il Vangelo. Il catechista deve essere un esempio nel modo di vestirsi, rispettando la dignità a la sacralità del proprio corpo, nel modo di mangiare con equilibrio, nelle relazioni con gli altri senza complessi di inferiorità o superiorità, nell’uso del denaro (e dello stesso cellulare), di come si studia e non si perde tempo, di come si cresce nella conoscenza di nuove cose ogni giorno, di come si partecipa alla vita della parrocchia.
La catechesi non si fa per realizzarsi o perché non si è capaci di fare altre cose. Una persona che non sa fare un lavoro non lo può insegnare ad altri e non può dire
agli altri “cambia” se lei non è cambiata. La catechesi è trasmissione di vita, non è una lezione.
Ecco perché Gesù ha detto “amatevi come io vi ho amato” e ha posto nell’Eucaristia il punto finale di tutto il suo messaggio: un amore che si dona affinché l’altro, anch’esso trasformato, possa donarsi a sua volta.
In un contesto dove mancano punti di riferimento precisi, il catechista può giocare un ruolo molto importante nella nascita di una autentica comunità umana e cristiana.