LA CONCLUSIONE DELL'ANNO SCOLASTICO AD YPACARAÍ/1
L'educazione si integra all'evangelizzazione
Il mese di dicembre, in Paraguay, è tempo di chiusura dell'anno scolastico e di inizio delle vacanze estive. È tradizione dei diversi istituti scolastici concludere l'anno con una celebrazione eucaristica di ringraziamento alla presenza di professori, genitori e studenti, soprattutto con gli alunni dell'ultimo anno, come per esempio quelli del 9° grado, i ragazzi quindicenni, che terminano il ciclo della scuola media e si accingono a iscriversi alle superiori.
Diversi istituti scolastici della città di Ypacaraí, fedeli a questa tradizione, anche quest'anno hanno invitato Emilio a celebrare l'Eucaristia e a porre tutto il lavoro di un anno sulla mensa del Signore.
La presenza di un'assemblea composta da studenti, genitori e professori ha orientato naturalmente l'attenzione sull'importanza dello studio per i ragazzi, sul compito e il valore educativo specifico della scuola, ma anche sul rapporto della scuola con la Chiesa, temi sui quali Emilio si è soffermato durante la predicazione.
Scuola e Chiesa: un interesse comune
Il passaggio di un discorso del Santo Padre Benedetto XVI rivolto ai giovani latinoamericani ha dato lo spunto per richiamare i ragazzi presenti alla serietà e alla responsabilità di una buona preparazione per la vita.
"Gli anni che state vivendo sono gli anni che preparano il vostro futuro. Il 'domani' dipende molto dal come state vivendo l'‘oggi' della giovinezza. Davanti ai vostri occhi, miei carissimi giovani, avete una vita che desideriamo sia lunga; essa però è una sola, è unica: non permettete che passi invano, non la sperperate. Vivete con entusiasmo, con gioia, ma soprattutto con senso di responsabilità"[1].
I ragazzi che escono dal 9° grado non sono più dei bambini. Come quindicenni, devono saper vivere con la responsabilità della loro età, senza perdere tempo e, soprattutto, sfruttando l'opportunità della scuola come una ricchezza che non tornerà più e che permette loro di prepararsi alla vita.
È un interesse educativo, questo, primario e specifico della scuola, della famiglia e anche della Chiesa.
Queste tre istituzioni concorrono, in effetti, in modi e aspetti differenti, all'educazione dei giovani.
Scuola e Chiesa, in particolare, pur distinte nei loro scopi, non sono separate. Nella scuola pubblica, specialmente, non si richiede a uno studente la fede religiosa: può essere credente o non credente, appartenere all'una o all'altra confessione religiosa. Ciò che interessa è che faccia lo studente.
La fede religiosa, come realtà che riguarda la relazione con Dio, è prerogativa della Chiesa, la quale si occupa di questa mediazione tra Dio e l'uomo.
Tra scuola e Chiesa vi è però un interesse comune ed è quello di una buona educazione e formazione culturale dei giovani.
La scuola parte dalla ragione, prerogativa essenziale di ogni uomo, e si incarica di educarla, svilupparla e illuminarla: questo è il suo compito specifico. La Chiesa, dal canto suo, propaga la luce della fede, ma necessita lo sviluppo della ragione.
Il lavoro della scuola: promuovere le facoltà intellettuali e culturali
La scuola non deve formare tifosi fanatici di una squadra di calcio, né di un partito politico o di un'associazione; deve, piuttosto, formare persone che sappiano pensare, che abbiano conoscenze, memoria, logica e sviluppino tutte le proprie facoltà mentali.
È competenza della scuola insegnare a leggere e a scrivere, a parlare e riflettere, a comprendere e a saper determinare il valore semantico di una parola all'interno della struttura di un testo. È sua prerogativa sviluppare cultura e linguaggio, senza i quali non vi può essere comunicazione umana. Si può essere analfabeti perché non si sa leggere e scrivere, ma si può pure esserlo perché non si comprende nulla di quanto si legge e si scrive. Vi è, in effetti, un analfabetismo funzionale molto diffuso.
Non è facile comprendere un testo, poiché occorrono delle chiavi di interpretazione grammaticali e sintattiche, delle conoscenze che permettano la comprensione del significato di ogni singola parola utilizzata in un determinato contesto. Molte volte, invece, si è abituati solo a ripetere senza comprendere.
La scuola deve saper educare e sviluppare tutte le facoltà umane, non solo l'intelligenza, ma anche la volontà e la libertà.
È per questo che la scuola deve essere esigente, porre regole di puntualità, di silenzio, di attenzione, far rispettare una disciplina necessaria all'apprendimento, curare non solo l'aspetto nozionistico, ma formare la volontà dei ragazzi e la loro libertà, affinché sappiano fare correttamente le scelte future e non falliscano nella vita.
Vi sono persone che agiscono male per ignoranza, perché non hanno avuto la possibilità di apprendere, e ve ne sono altre che, pur essendo ben educate e preparate, agiscono male perché non hanno formato la loro volontà e libertà. Negare il diritto alla conoscenza, al sapere, che è proprio di tutti gli uomini, è una grave responsabilità della scuola, ma lo è anche mancare nei vari aspetti della formazione umana.
Una buona scuola, in definitiva, insegna a tutti come vivere meglio, a credenti e a non credenti, appartenenti a un partito politico o ad un altro. Tutti respiriamo la stessa aria e viviamo nello stesso ambiente e i comportamenti irresponsabili ricadono su tutti.
La scuola, quindi, va difesa e amata dai docenti, dai genitori, ma soprattutto dagli studenti. Dovrebbero essere loro a protestare per chiedere più ore di studio e meno giorni di vacanza, quando invece, spesso, si cercano tutte le scuse per non andare a scuola.
Il fondamentale compito educativo della scuola, dei docenti e anche dei genitori, che si sacrificano per dare la possibilità ai loro figli di studiare, termina solo nel momento in cui ognuna di queste componenti, al proprio livello, ha dato tutto quel che doveva. È a questo punto che riuscita o fallimento dei giovani dipendono dalla loro libertà.
Ognuno, in questo ambito educativo, ha la propria responsabilità: gli studenti come studenti, i genitori come tali e i docenti come docenti. Anche la Chiesa ha la sua; per questo, al suo livello, attraverso i suoi rappresentanti, deve offrire la sua collaborazione e parlare con verità.
L'educazione si integra all'evangelizzazione
Alla Chiesa interessa avere accanto a sé una buona scuola, che insegni ai giovani, non la catechesi o le verità di fede - questo appartiene alla Chiesa -, bensì a sviluppare l'intelligenza, a ragionare e non solo a ripetere.
Questo rende più agevole alla Chiesa svolgere il proprio compito. Anche se non è dirimente sul piano della fede, per la Chiesa è, comunque, più facile parlare a persone che hanno una base culturale, non tanto nel senso nozionistico, quanto piuttosto nel senso antropologico del termine, e che hanno una conoscenza che permette loro di vivere meglio nel proprio tempo e nel proprio ambiente.
Per la Chiesa l'intelligenza è un dono di Dio e appartiene a ogni uomo, il quale ha il diritto evangelico di poterla sviluppare. Educare l'intelligenza, d'altra parte è anche un comandamento del Signore.
Preparazione, conoscenza e cultura sono, perciò, dimensioni fondamentali anche per la Chiesa. "L'educazione, pertanto - come si afferma in un volume del padre Enrique Salman, edito dall'Episcopato Latinoamericano -, come tale, non si identifica con l'evangelizzazione nel suo senso essenziale. Tuttavia, si integra all'evangelizzazione se si considera questa nel suo senso integrale"[2].
Per questo alla Chiesa interessa che vi sia una scuola seria e che funzioni.
Ciò non significa che la preparazione culturale renda maggiormente cristiani. Una persona preparata, però, può approfondire ulteriormente la parola di Dio e ha maggior possibilità di progredire nella sua comprensione. Infatti, se Gesù Cristo è la Parola che si è fatta carne, come possiamo comprendere la Parola divina se non siamo in grado di comprendere neanche quella umana?
Rimane, tuttavia, il discorso della libertà personale, per cui l'accettazione o il rifiuto di Dio non dipendono da una maggiore o minore intelligenza e preparazione. Non dipendono più neppure dalla scuola o dalla Chiesa, ma solo e sempre dalla libertà di ciascuno.
Emanuela Furlanetto
[1] Benedetto XVI, Incontro con i giovani nello Stadio municipale di Pacaembu, (San Paolo-Brasile, 10 maggio 2007).
[2] E. Salman S., Iglesia y educación en el futuro de America Latina, Consejo Episcopal Latino Americano-CELAM, Colección Departamento de Educación, DEC 3, Bogotá 1987, 135.
17/12/2010
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