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LA CONCLUSIONE DELL'ANNO SCOLASTICO AD YPACARAÍ/2


Educare: costruire l'unità della persona


 

In un articolo precedente abbiamo evidenziato che il mese di dicembre, in Paraguay, è tempo di chiusura dell'anno scolastico e di inizio delle vacanze estive e che è tradizione dei diversi istituti scolastici concludere l'anno con una celebrazione eucaristica di ringraziamento alla presenza di professori, genitori e studenti, soprattutto con gli alunni dell'ultimo anno che passano ad un livello scolastico superiore.

Abbiamo già presentato alcuni punti emersi durante la predicazione di Emilio rivolta alle componenti di due istituzioni educative di Ypacaraí, la Scuola "San Blas" e la Scuola "Divino Infante". Continuiamo la riflessione con quanto espresso ai ragazzi, professori e genitori del Collegio Nazionale "Delfín Chamorro".

 


Il "Delfín Chamorro" è un'importante istituzione educativa di Ypacaraí che mantiene buoni rapporti di collaborazione con la parrocchia anche attraverso, come in questo caso, la tradizionale celebrazione eucaristica di ringraziamento di fine anno scolastico.

Partendo da un testo del Papa Giovanni Paolo II, che qui riportiamo, Emilio ha voluto sottolineare alcuni aspetti dell'educazione e, in particolare, le sfide che essa pone, oggi, a tutti coloro che in qualche maniera vi si dedicano.

"In tutti i luoghi in cui vivono gli studenti - affermava il Papa -, l'educazione deve consentire loro di diventare ogni giorno di più uomini e donne, di 'essere' sempre più e non soltanto di 'avere' sempre più. La formazione scolastica è uno degli aspetti dell'educazione, ma non è possibile ridurla solo ad essa. Il legame fondamentale tra tutti gli aspetti dell'educazione deve essere incessantemente rafforzato. L'unità del cammino educativo porterà a un'unità sempre più grande della personalità e della vita degli adolescenti. È bene che tutti si mobilitino e lavorino insieme per i giovani: genitori, insegnanti, educatori. Essi dovranno anche ricordare che ciò che insegnano deve essere sostenuto dalla testimonianza di vita. In effetti, i giovani sono sensibili alla testimonianza degli adulti, che sono per loro dei modelli. La famiglia rimane il luogo primordiale dell'educazione"[1].

Le sfide dell'educazione

Tutto l'ambito dell'educazione costituisce oggi una vera e autentica sfida. Si parla, in effetti, di "emergenza educativa" in un mondo che cambia sempre più rapidamente e dove risulta sempre più difficile interpretare la realtà e il pensiero dei destinatari dell'educazione. La realtà giovanile appare sempre più come un "pianeta" a se stante con un proprio codice di comportamento e un proprio linguaggio.

Lo stesso Papa Benedetto XVI, nel 2008, in una lettera alla diocesi di Roma e poi in un'udienza generale in Piazza San Pietro, ha fatto riferimento all'"emergenza educativa". Educare non è mai stato facile, osservava il Papa, e oggi sembra diventare sempre più difficile[2].

Lo sanno per esperienza i genitori, gli insegnanti, i sacerdoti e tutti coloro che a vario titolo si occupano di educazione. Sembrano aumentare le difficoltà che si incontrano nel trasmettere alle nuove generazioni i valori-base dell'esistenza e di un retto comportamento, nel formare quindi persone solide, capaci di collaborare con gli altri e di dare un senso alla propria vita.

Questa sfida in Paraguay la si avverte ad un triplice livello. La realtà sociale del paese, in effetti, manifesta tuttora la presenza contemporanea di tre differenti segmenti di civilizzazione: quello della cultura pre-moderna, campesina, che si riscontra soprattutto all'interno del paese, nelle campagne; quella moderna industriale, che si vive in alcune principali città del paese e che spesso convive con quella post-moderna della globalizzazione e dell'informatica che penetra sempre più nella vita delle persone. Il Paraguay, oggi, non può più definirsi "un'isola circondata di terra", come la descrisse il famoso scrittore paraguaiano Augusto Roa Bastos, ma, come tutti gli altri paesi, anch'esso si colloca nella realtà di un mondo sempre più globalizzato.

Educare i giovani, frammentati anch'essi in questi segmenti della società, chiede indubbiamente agli educatori uno sforzo e un impegno estremamente seri.

Unità tra parola e vita

Ai docenti in particolare, come professionisti del settore, è richiesto che facciano tutto quanto è in loro potere per far crescere i ragazzi che sono loro affidati e, soprattutto, che sappiano rendere la scuola un luogo dove gli studenti possano "ascoltare" e "vedere".

Essi, infatti, hanno il diritto di ascoltare un insegnamento specifico, ma anche il diritto di vedere che chi insegna sappia unire coerentemente la parola al fatto.

Se è importante, infatti, l'insegnamento delle varie discipline trasmesso con competenza, altrettanto lo è la testimonianza di vita coerente di chi le insegna, affinché escano dalla scuola uomini e donne che sappiano affrontare la vita, valorizzare le cose e costruire la propria esistenza sull'essere e non sulla bramosia dell'avere.

Questo è il fine principale delle agenzie educative, della scuola principalmente, ma anche della famiglia e della Chiesa.

Gli studenti devono "vedere" negli adulti una testimonianza di unità tra la parola pronunciata e la vita di ogni giorno. Nell'età dell'adolescenza, non vi è cosa peggiore per i ragazzi della menzogna degli adulti, il non voler chiamare le cose per quel che sono e con il loro nome, falsificandone il vero senso. La corruzione della parola, in effetti, è la peggior forma di corruzione.

Gli educatori devono avere il coraggio di dare il valore semantico ad ogni singola parola, perché dietro ognuna di essa vi è un significato e una realtà ben precisi.

Per i ragazzi, gli adulti sono dei modelli nel loro parlare e nel loro agire. L'insegnamento, quindi, deve sempre essere accompagnato dalla coerenza responsabile della propria vita, se si vuole essere dei modelli autentici e aiutarli a non fallire nella vita. 

Aiutare i giovani a costruire l'unità della persona

C'è da specificare, inoltre, che i giovani non sono proprietà di nessuno, né dei loro genitori, né dei professori, né del sacerdote o dei catechisti, non sono proprietà neppure di Dio. Essi hanno la propria coscienza e libertà, non sono pezzi di legno o di carne che si possono prendere e lasciare come si vuole.

Per questo il compito degli educatori, e anche la loro grande responsabilità, è quello di accompagnarli, ascoltarli, educarli ognuno al proprio livello e nel proprio ruolo. È importante credere nei giovani e dar loro l'amore, l'affetto e la comunicazione della propria esperienza, positiva o negativa, sofferta o gioiosa, affinché essi possano crescere nella conoscenza e nella comprensione.

L'educazione deve essere impostata sull'essere della persona e non sull'avere e il possedere sempre più cose.

Il titolo di studio è importante, così come una buona preparazione scolastica, ma ancor più importante è aiutare i giovani a costruire la propria personalità, l'unità del loro essere e questo non lo si fa basandosi sull'avere sempre più, ma sull'essere sempre più uomini.

Nella scuola, in particolare, tutti i campi della conoscenza debbono concorrere alla costruzione di questa unità che realizza la personalità dei ragazzi. La distinzione delle varie discipline insegnate, infatti, non significa separazione tra esse, così come non vi è divisione tra il sapere tecnico, scientifico e umanistico, poiché tutte le materie e i settori della conoscenza trovano il proprio comun denominatore e il loro fine ultimo nella formazione di persone autentiche, preparate, equilibrate, che sappiano fare le loro scelte.

È questo che permetterà ai giovani di superare le crisi dell'età, le difficoltà della ricerca del proprio esistere e della propria identità. Tanti atteggiamenti giovanili che possono sembrare strani, incomprensibili, modi di agire inusitati e improvvisi, finanche autolesionistici, sono dettati spesso dall'ansia di ricerca e di definizione di se stessi che, i giovani in particolare, si portano dentro naturalmente. Quest'ansia non si placherà fintanto che essi non avranno trovato il proprio essere e l'unità della propria persona.

In tal senso, tenendo ben presente che la famiglia rimane, come ribadisce il Papa Giovanni Paolo II, il luogo primordiale dell'educazione, tutte le istanze educative devono concorrere nella costruzione di questa unità della persona, collaborando reciprocamente tra loro nella specificità dei ruoli e in favore dei giovani.

Emanuela Furlanetto



[1] Giovanni Paolo II, Ai partecipanti di un Simposio europeo sul tema "Le sfide dell'educazione" (3 luglio 2004).
[2]
Cfr. Benedetto XVI, Lettera alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell'educazione, (Dal Vaticano, 21 gennaio 2008).

03/01/2011

 
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