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LA LUCE CHE DISPERDE LE NOSTRE TENEBRE



 

Per i nostri lettori riportiamo un estratto dell'omelia che Emilio ha rivolto a circa 400 giovani della parrocchia Sagrado Corazón de Jesús di Ypacaraí, in Paraguay, nel corso dell'iniziativa Pasqua Giovani che la parrocchia organizza ogni anno.

L'omelia è anche una catechesi per rinsaldare il ponte di amicizia e di preghiera che unisce la parrocchia di Ypacaraí con quella della Bienheureuse Anwarite di Obeck, a Mbalmayo, in Camerun.

 


La notte santa in cui celebriamo la resurrezione del Signore è la notte della luce, perché nostro Signore è la luce che illumina le tenebre del cuore e dell'intelligenza di ogni uomo. Per questo la liturgia di questa notte proclama: "Si disperdano le tenebre dell'intelligenza e del cuore"
[1].

La luce, simboleggiata dal cero pasquale, illumina il cammino degli uomini; il popolo che marciava nelle tenebre ha visto una grande luce che indica la strada da seguire. Se viviamo nella luce di questa Parola del Signore, possiamo anche noi conoscere il cammino.

Nella nostra vita sono fondamentali la conoscenza della Parola del Signore e l'amore a essa, una Parola fatta carne, crocifissa e risorta, affinché abbiamo la vita e la vita eterna.

Gli uomini non possono sapere quello che devono fare finché vivono nell'oscurità; se non accolgono la luce del Signore, persistono nelle tenebre che avvolgono il cuore e l'intelligenza.

Tutto inizia dall'ascolto della Parola del Signore, che richiede condizioni tanto interiori, come un cuore libero, povero, umile, quanto esteriori, eliminando tutto ciò che impedisce che la voce del Signore ci raggiunga.

Luce del cuore e dell'intelligenza

Questa Parola del Signore illumina non solo il cuore, ma anche l'intelligenza. Occorre considerare entrambi gli aspetti. Non è solo il cuore ad aver bisogno di essere illuminato. A volte, voi giovani, siete esortati a "essere buoni", ma non possiamo veramente sapere cosa sia la bontà senza che l'intelligenza venga illuminata dal Signore. Senza tale intelligenza, la bontà sarebbe cieca, non saprebbe a che applicarsi. Allo stesso modo l'intelligenza e la conoscenza, senza un cuore rinnovato, sarebbero mute, incapaci cioè di realizzare quello che si è compreso.

Dobbiamo perciò unire sempre una pastorale del cuore, della volontà, dell'impegno a una pastorale dell'intelligenza che permetta una penetrazione della realtà illuminata dal Verbo fatto carne, il Logos, intelligenza, saggezza e ragione di Dio presenti anche in noi, nella nostra intelligenza.

Così come offendiamo Dio agendo contro la bontà, alla stessa maniera lo offendiamo quando disprezziamo l'intelligenza. Non è sufficiente essere buoni se non si è contemporaneamente intelligenti, capaci cioè di comprendere e interpretare la realtà secondo la ragione di Dio che tutto ha creato e tutto ha salvato e redento, ritrovando i motivi della speranza e della fede. La fede, in effetti, non va contro l'intelligenza, bensì la oltrepassa, la illumina, la purifica.

Le tenebre sono dissolte dalla grazia redentrice di Cristo. Il Signore si è incarnato, ha parlato, ha dato un giudizio sulla realtà, ha illuminato gli uomini; questa luce non è stata accettata, perché il vederla significa cambiare la vita e pagare il prezzo del cambiamento. Troppo spesso la parola "cambiamento" diventa uno slogan vuoto che inganna e defrauda il popolo, proprio perché non si accetta di pagare il prezzo che comporta.

 Il Signore, che è la Verità fatta carne, mostra che c'è sempre un prezzo da pagare affinché la sua luce diventi nostra azione, nostra intelligenza, nostra volontà, nostra maniera di agire con un nuovo spirito. Capiamo bene questo discorso se consideriamo il mistero dell'Eucaristia: è il Corpo del Signore e il pane del Cielo, ma non possiamo celebrarla senza mettere sull'altare un po' di pane e un po' di vino, frutto della terra e del nostro lavoro. Dobbiamo dare il nostro apporto affinché quel pane e quel vino si convertano in Corpo e Sangue di Cristo. Solo così siamo incorporati in quel sacrificio che è anche frutto del nostro lavoro.

Dove incontriamo il Signore risorto?

La domanda fondamentale che ci poniamo ora è: dove incontriamo quel Cristo che è stato crocifisso e che è risuscitato?

Nel Vangelo l'angelo annuncia alle donne che si sono recate al sepolcro che Colui che cercano "non è qui".

Ecco la buona novella, il senso della nostra vita: "Non è qui". È risuscitato. Questa è la nostra fede: credere che Gesù non sia più nel sepolcro; non lo troviamo nel regno della morte, nel ricordo del passato, di tutte le cose vecchie.

Nel giorno di Pasqua tutto si rinnova, nasce il popolo nuovo, c'è un pane nuovo, un'acqua nuova, una luce nuova. I simboli liturgici esprimono che tutto partecipa alla novità della resurrezione.

Per incontrare il Signore noi stessi dobbiamo nascere a vita nuova, deve morire il nostro passato di peccato e di tenebre, dobbiamo ormai vivere la novità della resurrezione.

Dove troviamo, dunque, con il nostro cuore, la nostra intelligenza e tutta la nostra vita, quel Cristo che è stato crocifisso e che è risorto dai morti? L'angelo dice: "Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto".

Non incontriamo il Signore se non andiamo in Galilea, se cioè non iniziamo un cammino, se non diventiamo missionari, annunciando la novità della nostra vita. Non lo incontriamo chiusi in noi stessi, separati dagli altri, se non apriamo le finestre della nostra casa, le porte del nostro cuore e della nostra intelligenza. È la fede di Abramo al quale fu detto: "Esci dalla tua terra...". Questa terra non è solo un concetto geografico, ma una realtà spirituale. Le parole dell'angelo richiedono di andare, di avere la capacità di camminare con gli altri e di aprirci all'avventura di Cristo. Allora, non possiamo restare chiusi in noi stessi o nei nostri piccoli gruppi, nelle piccole "sette" che si separano dall'universalità della Chiesa e dall'annuncio a tutte le nazioni.

In cammino verso la Galilea

Nella missione ritroviamo il Signore risorto. Per incontrarlo e vederlo dobbiamo, in qualche maniera e in forme differenti, diventare missionari.

Quel quadro che vedete nella nostra chiesa [che mostra i due continenti dell'America Latina e dell'Africa uniti da una corona del rosario, n.d.r.] è il segno di un inizio concreto di un cammino missionario nella nostra parrocchia di Ypacaraí.

Esso simboleggia il ponte di amicizia e di preghiera con la parrocchia Bienheureuse Anuarite di Obeck, a Mbalmayo, in Camerun. In quella parrocchia ci sono persone inferme, povere, giovani, anziane, che non contano nulla agli occhi della società, ma che hanno un valore infinito agli occhi di Dio. Quelle persone pregano ogni giorno affinché i fratelli che sono a Ypacaraí possano ricevere la luce del Signore risorto. Ugualmente, qui a Ypacaraí, ci sono dei fedeli che ogni giorno dicono il rosario con gioia, pur nelle loro malattie e difficoltà, per i fratelli bisognosi che sono nella parrocchia di Obeck, a Mbalmayo. Queste persone che ritrovo nelle mie visite non si sentono inutili, perché uniscono la loro sofferenza a quella di Cristo crocifisso, ricevendo anche la grazia della sua resurrezione.

Anche voi, giovani, dovete entrare in questa dimensione missionaria della Chiesa, unirvi ai vostri fratelli, oltre i confini della vostra piccola terra e della vostra patria.

Incontrerete il Signore crocifisso e risorto dai morti solo camminando, aprendovi al viaggio dell'avventura cristiana, uscendo dai vostri piccoli problemi e difficoltà, dimenticando voi stessi e abbracciando il mondo intero nel vostro cuore.

Lasciamo allora che le tenebre del nostro cuore e della nostra intelligenza siano disperse dalla luce del Signore. Usciamo da noi stessi per incontrare nel volto dei nostri fratelli il volto stesso di Dio fatto carne, il volto del Crocifisso che non è più nel regno dei morti, ma ci precede in Galilea, ci precede sempre, oltre qualsiasi luogo in cui possiamo arrivare.

Camminando fino alla morte, oltre la morte, abbiamo la certezza di incontrarlo nella vita nuova dove non ci sono lutto, pianto, morte, ma solo la bellezza della danza, del canto, della festa del Signore, la bellezza di questo amore crocifisso e risorto per dare la sua luce e la sua vita.

(A cura di Silvia Recchi)



[1] Si fa qui riferimento alla frase che, nell'edizione tipica argentina del Messale Romano, adottata dalle Conferenze Episcopali di Bolivia, Paraguay e Uruguay, accompagna l'accensione del cero pasquale nel Rito del Lucernario: "Que la luz de Cristo gloriosamente resucitado disipe las tinieblas de la inteligencia y del corazón".

27/04/2011

 
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