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LETTERA AI CHIERICHETTI

DELLA PARROCCHIA SAGRADO CORAZÓN DE JESÚS




Genk (Belgio), 3 settembre 2010


Per i Chierichetti della
Parrocchia Sagrado Corazón de Jesús

Ypacaraí



Cari amici chierichetti,

il 15 agosto abbiamo celebrato la festa di san Tarcisio, Patrono dei chierichetti.

Impossibilitato a scrivervi in quella occasione, approfitto dell'opportunità dell'incontro che avete con Mary, per farvi giungere questa lettera, per commemorare il nostro Santo Patrono.

Il 4 agosto, Papa Benedetto XVI ha festeggiato, insieme a migliaia di chierichetti, la memoria di san Tarcisio.

Voi già conoscete la vita di san Tarcisio, tuttavia, è bene ascoltarla ancora una volta nella narrazione del Papa che fu anche lui, a suo tempo, chierichetto.

Ascoltiamo, ora, la voce del Santo Padre:

"Chi era san Tarcisio? Non abbiamo molte notizie. Siamo nei primi secoli della storia della Chiesa, più precisamente nel terzo secolo; si narra che fosse un giovane che frequentava le Catacombe di san Callisto qui a Roma ed era molto fedele ai suoi impegni cristiani. Amava molto l'Eucaristia e, da vari elementi, concludiamo che, presumibilmente, fosse un accolito, cioè un ministrante. Erano anni in cui l'imperatore Valeriano perseguitava duramente i cristiani, che erano costretti a riunirsi di nascosto nelle case private o, a volte, anche nelle Catacombe, per ascoltare la Parola di Dio, pregare e celebrare la Santa Messa. Anche la consuetudine di portare l'Eucaristia ai carcerati e agli ammalati diventava sempre più pericolosa. Un giorno, quando il sacerdote domandò, come faceva di solito, chi fosse disposto a portare l'Eucaristia agli altri fratelli e sorelle che l'attendevano, si alzò il giovane Tarcisio e disse: ‘Manda me'. Quel ragazzo sembrava troppo giovane per un servizio così impegnativo! ‘La mia giovinezza - disse Tarcisio - sarà il miglior riparo per l'Eucaristia'. Il sacerdote, convinto, gli affidò quel Pane prezioso dicendogli: ‘Tarcisio, ricordati che un tesoro celeste è affidato alle tue deboli cure. Evita le vie frequentate e non dimenticare che le cose sante non devono essere gettate ai cani né le gemme ai porci. Custodirai con fedeltà e sicurezza i Sacri Misteri?'. ‘Morirò - rispose deciso Tarcisio - piuttosto di cederli'. Lungo il cammino incontrò per la strada alcuni amici, che nell'avvicinarlo gli chiesero di unirsi a loro. Alla sua risposta negativa essi - che erano pagani - si fecero sospettosi e insistenti e si accorsero che egli stringeva qualcosa nel petto e che pareva difendere. Tentarono di strapparglielo ma invano; la lotta si fece sempre più furiosa, soprattutto quando vennero a sapere che Tarcisio era cristiano; lo presero a calci, gli tirarono pietre, ma egli non cedette. Morente, venne portato al sacerdote da un ufficiale pretoriano di nome Quadrato, diventato anch'egli, di nascosto, cristiano. Vi giunse privo di vita, ma stretto al petto teneva ancora un piccolo lino con l'Eucaristia. Venne sepolto da subito nelle Catacombe di san Callisto. Il Papa Damaso fece un'iscrizione per la tomba di san Tarcisio, secondo la quale il giovane morì nel 257. Il Martirologio Romano ne fissa la data al 15 agosto e nello stesso Martirologio si riporta anche una bella tradizione orale, secondo la quale sul corpo di san Tarcisio non venne trovato il Santissimo Sacramento, né nelle mani, né tra le vesti. Si spiegò che la particola consacrata, difesa con la vita dal piccolo martire, era diventata carne della sua carne, formando così con lo stesso suo corpo, un'unica ostia immacolata offerta a Dio.

Care e cari ministranti, la testimonianza di san Tarcisio e questa bella tradizione ci insegnano il profondo amore e la grande venerazione che dobbiamo avere verso l'Eucaristia: è un bene prezioso, un tesoro il cui valore non si può misurare, è il Pane della vita, è Gesù stesso che si fa cibo, sostegno e forza per il nostro cammino di ogni giorno e strada aperta verso la vita eterna; è il dono più grande che Gesù ci ha lasciato.

Mi rivolgo a voi qui presenti e, per mezzo vostro, a tutti i ministranti del mondo! Servite con generosità Gesù presente nell'Eucaristia. È un compito importante, che vi permette di essere particolarmente vicini al Signore e di crescere in un'amicizia vera e profonda con Lui. Custodite gelosamente questa amicizia nel vostro cuore come san Tarcisio, pronti ad impegnarvi, a lottare e a dare la vita perché Gesù giunga a tutti gli uomini. Anche voi comunicate ai vostri coetanei il dono di questa amicizia, con gioia, con entusiasmo, senza paura, affinché possano sentire che voi conoscete questo Mistero, che è vero e che lo amate! Ogni volta che vi accostate all'altare, avete la fortuna di assistere al grande gesto di amore di Dio, che continua a volersi donare a ciascuno di noi, ad esserci vicino, ad aiutarci, a darci forza per vivere bene. Con la consacrazione - voi lo sapete - quel piccolo pezzo di pane diventa Corpo di Cristo, quel vino diventa Sangue di Cristo. Siete fortunati a poter vivere da vicino questo indicibile mistero! Svolgete con amore, con devozione e con fedeltà il vostro compito di ministranti; non entrate in chiesa per la Celebrazione con superficialità, ma preparatevi interiormente alla Santa Messa! Aiutando i vostri sacerdoti nel servizio all'altare contribuite a rendere Gesù più vicino, in modo che le persone possano sentire e rendersi conto maggiormente: Lui è qui; voi collaborate affinché Egli possa essere più presente nel mondo, nella vita di ogni giorno, nella Chiesa e in ogni luogo. Cari amici! Voi prestate a Gesù le vostre mani, i vostri pensieri, il vostro tempo. Egli non mancherà di ricompensarvi, donandovi la gioia vera e facendovi sentire dove è la felicità più piena. San Tarcisio ci ha mostrato che l'amore ci può portare perfino al dono della vita per un bene autentico, per il vero bene, per il Signore".

bababa

Miei cari amici,

rivolgendosi ai chierichetti presenti in Piazza San Pietro, il Santo Padre ha detto che, attraverso di loro, si dirigeva a tutti i chierichetti del mondo. Per questo, siamo sicuri che ha voluto rivolgersi anche ai chierichetti di Ypacaraí.

Dobbiamo leggere le sue parole come se si trattasse di una lettera personale diretta a ciascuno di noi. È quanto facciamo con la Sacra Scrittura che raggiunge il suo senso pieno quando la si ascolta, in mezzo al popolo di Dio, come una lettera che il Signore scrive oggi personalmente a ognuno di noi. E da ciascuno di noi, nella nostra vita originale, unica, irripetibile, non riducibile alla vita di altre persone, Dio aspetta la risposta alla lettera che ha scritto.

Nella nostra vita dobbiamo sempre unire, distinguendo ma non separando, l'io e il noi.

Se parliamo solo ed esclusivamente utilizzando sempre il pronome personale io, la nostra vita si limita a essere quella di individui che vivono isolati dagli altri, che contemplano egoisticamente se stessi, non comunicano con nessuno e, alla fine, muoiono per mancanza d'aria, perché la loro vita è come una stanza senza porte né finestre.

Al contrario, se parliamo solo ed esclusivamente utilizzando sempre il pronome personale noi, il dono della nostra vita sparisce nell'anonimato di individui che si nascondono dietro questo noi che, senza l'io, è qualcosa che non ci appartiene.

Perciò dobbiamo saper parlare in prima persona. Questo ce lo insegna il giovane Tarcisio che si alzò e disse: "Manda me".

Così facendo, Tarcisio esce da un io che, se resta chiuso in se stesso, muore, ed entra, per l'eternità, nel noi del popolo di Dio.

Tarcisio, che ha avuto il coraggio di alzarsi per dire: "Manda me", secondo la bella tradizione orale che abbiamo ascoltato, si trasforma in carne di Gesù, formando così, con il suo stesso corpo, un'unica ostia immacolata offerta a Dio.

Giungete anche voi, cari chierichetti, a essere un unico corpo con il Corpo di Gesù!

In questo modo la vostra vita sarà bella e libera, e nessuno di voi dovrà pentirsi e piangere, un giorno, per una vita persa in tante cose inutili e senza senso, che danno la gioia di un momento e la tristezza e il pianto immediatamente dopo.

A presto!


Don Emilio Grasso
Parroco

 
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