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PER UNA PRATICA DEL RISPETTO

DELLA LIBERTÀ RELIGIOSA


In Paraguay, la distinzione tra la Chiesa e le varie istituzioni statali - ognuna delle quali è sovrana e indipendente nel proprio ambito - è un concetto sicuramente ancora poco radicato. Lo ha reso evidente la vicenda dell'elezione di un vescovo emerito a Presidente della Repubblica, ma lo mostrano anche, quasi quotidianamente, diversi episodi nei quali si dà per scontata un'equivalenza tra cittadino e cristiano-cattolico che, invece, è smentita dai fatti.

 Le scuole, per esempio, hanno spesso l'abitudine di portare gli studenti in chiesa in occasione di certe ricorrenze come la festa del patrono del quartiere o della città. Queste trasferte vengono organizzate durante il normale orario di attività, con l'effetto di imporre la partecipazione a una celebrazione liturgica a tutti gli studenti, nonché a un certo numero di insegnanti, senza curarsi delle loro credenze religiose: eppure tra di loro vi sono anche persone che non credono in Dio o che appartengono ad altre confessioni cristiane, e anche chi, semplicemente, non avrebbe nessuna voglia di andare in chiesa.

Non è necessario scomodare, al riguardo, inchieste sulla composizione religiosa di una società: basta ricordarsi l'esperienza personale di ognuno quando era studente. È ciò che ha fatto Emilio quando ha visto che, ad un momento di riflessione e preghiera organizzato in una capilla di Ypacaraí in preparazione alla festa patronale, sono entrati, inaspettatamente, gli studenti di una vicina scuola superiore, inquadrati dalla preside e da alcuni insegnanti. Di loro, molti non avevano certo l'abitudine di frequentare la parrocchia, né partecipavano alla catechesi.

Salvaguardare l'atto personale

Questo fatto ha spinto Emilio a dichiarare loro il suo disturbo e rincrescimento per quella situazione: nella pratica pastorale che ha voluto avviare nella parrocchia di Ypacaraí, infatti, la libertà è il primo valore che ha affermato e cercato di trasmettere, cominciando dai bambini e dai ragazzi della catechesi, ai quali ha ripetuto tante volte che partecipare agli incontri e ricevere i sacramenti è un atto personale, di quella libertà che tutti devono imparare a riconoscere e a rispettare.

La fede, ha spiegato agli studenti presenti, è qualcosa di personale. È una questione intima, di coscienza: ognuno decide liberamente se credere o no, e come vuole vivere la propria fede.

Uno crede, un altro no. Per uno, quel pezzo di pane bianco è il corpo di Cristo, davanti al quale si inginocchia perché vi è presente tutta la pienezza della divinità. Per un altro non significa niente. Per uno quella parola che viene proclamata in chiesa è parola di Dio. Per un altro sono solo parole umane. Chi crede, chiede a chi non crede di essere rispettato: chiede che non lo disturbi in quel momento che per lui è sommamente sacro, che non lo offenda o ridicolizzi, che non gli impedisca di rendere quell'atto di culto. Ma anche chi non crede ha diritto al rispetto e a non essere obbligato all'atto di fede o a partecipare a cerimonie che per lui non hanno significato.

La scuola non è la Chiesa

 Andare a scuola non significa essere cattolico. Questo è l'equivoco insito nella partecipazione di tutta una scuola a una celebrazione religiosa. Ma l'appartenenza alla Chiesa, il battesimo, la frequentazione della catechesi, la vita sacramentale o il parere del parroco non figurano tra i requisiti per l'iscrizione a una scuola o per il superamento degli esami. Meno che mai in una scuola statale, non confessionale.

E la scuola non ha la missione di trasmettere la fede, così come la catechesi non fa parte delle materie di studio. I genitori non inviano a scuola i figli perché siano istruiti dal parroco. A uno studente non si richiede che partecipi alla messa, ma che impari la matematica, la storia, la chimica, così come a un sindaco, la cittadinanza non richiede che faccia il segno della croce o reciti il rosario, ma che sappia amministrare la cosa pubblica.

Certamente è più che opportuno che si parli di religione a scuola, ma da un punto di vista storico e culturale. Da questa prospettiva particolare, il cattolicesimo ha un peso preponderante nella storia del Paraguay. Ma ridurre la fede cattolica a un denominatore culturale comune che abbraccia tutti significa svuotarla dal di dentro.

 Obbligare degli studenti a venire in chiesa per una celebrazione, quindi, mette a disagio tutti, credenti e non credenti. I non credenti e gli appartenenti ad altre confessioni perché non si vedono rispettati nella loro identità: non hanno domandato di partecipare, e anche ricevere una semplice benedizione non richiesta, o dover fare il segno della croce, è subire una piccola violenza; a ragione potrebbero chiedere perché la classe non partecipa anche a una celebrazione della loro denominazione e perché non si invita a parlare anche un loro pastore. I credenti, perché lo spazio della chiesa è sacro, come lo è il tempo della celebrazione, e quel momento, che è il loro, culmine della loro vita, devono poterlo vivere in intimità con quel Dio che per loro è presente e al quale vogliono tributare tutto l'onore che gli è dovuto. La liturgia è il momento in cui la parola raggiunge persone che si sono riunite liberamente; non è un evento sociale e non sopporta spettatori annoiati. Lo spazio d'incontro tra credenti e persone di altra sensibilità - che è opportuno che avvenga, nel rispetto reciproco e nella mutua simpatia - non può essere la liturgia: ci si incontra per discutere, a partire da una razionalità e da dei valori condivisi, non per imporre una determinata forma di preghiera.

La Chiesa ha le sue regole, che sono accettate da chi decide di farne parte. Regole, però, che non possono venir imposte a tutti, proprio perché la fede non può venire presupposta in tutti.

Non si può chiedere a tutti di credere, ha chiarito Emilio rivolto agli studenti, come invece si deve chiedere a tutti di rispettare le norme del codice della strada. Non si guarda se chi non dà la precedenza o parcheggia in sosta vietata è uomo o donna, paraguaiano o italiano, di un partito o di un altro, giovane o vecchio: il codice della strada vale per tutti. Ma la Chiesa non è la strada. Non è, come la strada, uno spazio comune e una proprietà di tutti. Non si richiede la fede per appartenere alla comunità nazionale. Almeno non in Paraguay e nei Paesi dell'Occidente.

Alla Chiesa appartiene solo chi, nella sua libertà, ha deciso di rispondere positivamente al dono ricevuto da Dio. Le porte della Chiesa sono aperte e, se un giovane sano non la frequenta, è perché non vuole. Chi appartiene alla Chiesa, ne accetta le regole. E chi eventualmente ne viene escluso perché non le rispetta più, non viene escluso anche dalla città.

D'altronde le regole, norme e valori della Chiesa − ha osservato Emilio − non coincidono con quelli della scuola.

Tra le norme vigenti nella parrocchia di Ypacaraí, infatti, vi è quella per cui chi riceve la Prima Comunione o il sacramento della Cresima indossa l'uniforme quotidiana della scuola, ben lavata e stirata. Non sono ammessi altri vestiti, se non questo, che tutti possiedono, e che evita non solo discriminazioni tra ricchi e poveri, ma anche quelle situazioni in cui il più povero, per vergogna e sentendo la pressione dell'ambiente, decide di defilarsi e non partecipare per non sfigurare, mentre per l'ipocrisia finge di ignorare i suoi complessi di inferiorità.

 Cristo si è identificato con i più poveri. Che proprio i poveri, per colpa di un vestito, non possano incontrarlo nei sacramenti, è offenderlo.

Questa preoccupazione per la tutela dei poveri, continuava Emilio, caratterizza però la parrocchia, ma non la scuola, dove gli studenti devono spendere somme considerevoli per le divise da sfilata. Un'attività, quella della sfilata, che, con le sue innumerevoli ripetizioni, sottrae settimane intere al calendario scolare e che sarebbe meglio sostituire - ha concluso Emilio - con iniziative a favore di tutta la città, come la cosiddetta minga ambiental (un lavoro comunitario di ripulitura delle strade e degli spazi verdi), urgentemente necessario a Ypacaraí, che da città del lago azul sta diventando città della basura (immondizia).

Verso una sana laicità

Questi pensieri di Emilio consegnati a un gruppo di studenti indicano un cammino che per la Chiesa del Paraguay è forse nuovo, abituata com'è a continuare a vivere in una simbiosi tra "trono" e "altare" che le fa spesso credere di poter godere ancora a lungo di un'autorevolezza incontestata in tutti gli ambienti. Ma si tratta di una percezione fallace. L'evoluzione che si è già registrata in Occidente in quest'ambito rappresenta un destino inevitabile anche per la Chiesa del Paraguay. Essere cristiani sarà sempre più il frutto di una scelta personale, di un'adesione libera, cosciente e matura. Voler occupare ancora, per una rendita di posizione, degli spazi che la Chiesa ha ereditato dal passato, ma che sono diventati inadeguati e anacronistici in una società pluralistica come quella attuale, significa - come mostra l'esperienza di tanti Paesi - esporsi al rancore di chi, non vedendosi rispettato oggi, cercherà di confinare la Chiesa in ambiti sempre più ristretti. È quanto mai opportuno ricordare la nota espressione di Tertulliano, Padre della Chiesa del III secolo: "Cristiani non si nasce, ma si diventa"[1].

Michele Chiappo




[1] "Fiunt, non nascuntur Christiani": Tertulliano, Apologeticus adversus gentes pro christianis, 18, in PL 1, 435.

13/08/2011

 
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