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PERDONARE NON VUOL DIRE DIMENTICARE



La festa patronale della Capilla San Antonio de Padua della parrocchia di Ypacaraí ha coinciso quest'anno con l'11ª domenica del Tempo Ordinario dell'anno liturgico.

In ogni celebrazione eucaristica, Dio, attraverso la sua parola proclamata nelle Sacre Scritture, si rivolge all'uomo per entrare nella sua vita e cambiarla. Per questo, le letture bibliche, attraverso l'omelia, devono sempre "atterrare" nell'esistenza quotidiana di chi le ascolta.

Il messaggio contenuto nella Liturgia della Parola del 13 giugno 2010 ha sottolineato, come Emilio ha spiegato ai tanti fedeli riuniti nella piccola chiesetta dedicata a Sant'Antonio, la dimensione del perdono. Si tratta di un elemento imprescindibile della nostra fede, che va compreso e attuato per potersi definire cristiani.

Perdonare non vuol dire dimenticare il male subìto o sottovalutarlo; al contrario, significa richiamarlo in tutta la sua gravità. Il profeta Natan, come leggiamo nella prima lettura (cfr. 2Sam 12, 7-10.13), accusa senza mezzi termini il re Davide di aver commesso adulterio e omicidio, abusando del suo potere. Se la verità ci rende liberi, solo il riconoscimento dell'oggettività di quanto commesso può farci uscire dalla schiavitù del peccato. Entrando nella verità, entriamo in Dio, che è la Verità, ed Egli offre la grazia del perdono a chi riconosce le proprie colpe. Il riscatto del re Davide, infatti, avviene proprio perché davanti a Natan, messaggero di Dio, egli non mistifica quanto accaduto né si giustifica, trovando subito mille scuse (come spesso facciamo), ma afferma: "Ho peccato contro il Signore". Natan può allora rispondere a Davide: "Il Signore ha rimosso il tuo peccato: tu non morirai".

Anche noi dobbiamo imparare a confessare davvero le nostre colpe. Quando nella Messa diciamo: "Confesso ... che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni", non dobbiamo dire con la bocca che siamo peccatori, mentre con il cuore pensiamo solo ai peccati degli altri; altrimenti non saremo perdonati. Dietro la parola pronunciata deve esserci sempre una realtà e questo occorre mostrarlo soprattutto ai più giovani, affinché non crescano in un processo di separazione tra quanto si dice e quanto si vive, tra la bocca e il cuore. Purtroppo accade spesso che proprio chi esercita un'autorità mostra un esempio contrario, di falsità e d'inganno, che inizia nelle cose semplici (come un orario dato e non rispettato), per arrivare alla corruzione più sfrenata e a una vita di menzogna.

Chi non confessa i "propri" peccati (ma non fa che pensare a quelli degli altri) non può partecipare degnamente alla liturgia. Chi non si sente peccatore non può essere cristiano. Chi, soprattutto nelle famiglie (o, piuttosto, in ciò che resta di esse), è sempre occupato a evidenziare i difetti e le colpe altrui, non ha compreso che Dio ci chiama a guardare prima di tutto in noi stessi e a considerare le nostre responsabilità anche nel deteriorarsi dei rapporti familiari. Ognuno deve cercare le proprie responsabilità prima di quelle degli altri. Il Vangelo ce lo chiede con innumerevoli esempi e la struttura stessa della Messa pone all'inizio il rito penitenziale, alla prima persona singolare, per poter giungere all'invocazione del Padre "Nostro" e a godere della comunione nel Corpo e nel Sangue di Cristo.

In questo modo potremo anche evitare il rancore ed essere capaci di perdonare davvero gli altri, non "sorvolando" sulla sofferenza che ci hanno causato e tentando di dimenticarla, ma superandola con la forza che viene da un perdono autentico. Se si tenta solo di dimenticare, le ferite torneranno prima o poi a sanguinare. Il perdono, invece, è altra cosa, perché esso appartiene a Dio che è più grande del peccato, lo sconfigge radicalmente quando si è capaci di riconoscerlo. Se, al contrario, l'uomo mente a Dio e alla sua coscienza, allora perde la possibilità di incontrarsi con Lui e di riconciliarsi. La coscienza è la voce di Dio nel cuore dell'uomo ed è, quindi, importante che ci formiamo, fin da piccoli, ad ascoltare la sua voce, a lasciar parlare la Verità in noi. Dio chiede che l'uomo riconosca umilmente la sua povertà, i suoi errori, li ricordi, affinché anche sulla memoria di essi possa costruire una nuova vita per sé e per gli altri. "Non c'è futuro senza memoria", però, allo stesso tempo, dobbiamo essere coscienti che "non c'è futuro senza perdono". La memoria deve essere capace di confrontarsi, purificarsi e proiettarsi verso il futuro. Per fare questo, memoria e futuro devono essere uniti dal perdono, il quale restituisce alla memoria tutta la sua funzione e, nel contempo, introduce l'energia del regno di Dio, ridando all'uomo perdonato la possibilità di ricominciare e di non peccare più. Non vi è più lo spazio per il rancore, per la vendetta, per l'odio che ci chiudono in un circolo vizioso senza uscita, ma soltanto quello di andare oltre le ferite provocate dal peccato. Solo su queste basi si possono costruire autentiche comunità cristiane che possono essere una forte testimonianza per coloro che non credono o che vivono nella divisione e nel conflitto.

Questa lettura biblica ha un'importante ricaduta anche nell'educazione dei giovani. Spesso si giustificano i propri figli, che commettono errori, con il male presente nella società, con il comportamento dei professori o delle cattive compagnie. Raramente si pongono i ragazzi davanti alle loro responsabilità senza mezzi termini, come Natan ha fatto con il re Davide. Non è tutta colpa del compagno di banco se un ragazzo si lascia trasportare in azioni perverse e non è capace di rifiutare di entrare nel "branco". Anche qui vale il criterio della "verità", del saper riconoscere l'oggettività e le responsabilità. Spesso i genitori, oggi, sono portati a difendere unilateralmente i propri figli contro tutti, prima ancora di conoscere i fatti e non esercitano la correzione che è, invece, salutare e necessaria. In questo modo, si toglie alla libertà dell'agire umano il suo complemento naturale che è la responsabilità e si indeboliscono nei ragazzi carattere e volontà. Rendendo i più giovani irresponsabili, si dà via libera a qualunque sopruso e abuso, mantenendo una cultura dell'illegalità, della corruzione, della violenza, dell'avere ciò che piace a qualunque costo.

Nella festa di Sant'Antonio, preparata con grande cura da questa piccola comunità di cui spesso abbiamo parlato nel nostro sito, sono questi alcuni temi che hanno permesso di contestualizzare il messaggio cristiano, affinché la parola di Dio cambi sempre più il cuore degli uomini e richiami tutti alle proprie responsabilità.

Mariangela Mammi

19/06/2010

 
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