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Quando ricordare chi muore cambia la vita
La pastorale ordinaria permette infinite occasioni di liberare la Parola di verità e questa apre cammini sorprendenti quando si incontra con chi, umile e povero, si lascia interpellare.
I riti legati alla morte sono anch'essi parte di una "pastorale delle occasioni" per parlare a coloro che, ancora viventi, possono reagire davanti alla Parola e cambiare la loro esistenza. La Chiesa non celebra mai la morte, ma sempre la vita.
Ne è prova un episodio, all'apparenza insignificante, legato proprio all'anniversario della morte di alcune persone di Ypacaraí. Come d'abitudine, i loro familiari avevano chiesto la celebrazione di una messa, durante la quale Emilio ha spiegato come per la Chiesa i defunti abbiano un valore sacro. Ecco perché il funerale viene preparato con cura nella nostra parrocchia, concordando per scritto l'orario e tutti i dettagli in modo che il corpo del defunto sia accolto come appartenente ad una "persona" che ha creato legami affettivi e che ora attende la resurrezione. Troppo spesso il rito delle esequie viene vissuto come qualcosa di magico, come mera espressione di un costume, una tradizione, un atto sociale da compiere senza nessun legame con la fede. Al punto che se la parrocchia non è disposta ad erogare "questo servizio magico", si arriva a far seppellire il morto senza benedizione, sconfessando pubblicamente la propria sbandierata fede cattolica e mostrando anche poco amore ai propri defunti.
Chi invece ama davvero coglie quanto la fede rafforzi e renda infinitamente più grande l'affetto che ci lega ai nostri cari.
Quanti erano presenti la sera del 30 giugno 2008 durante la celebrazione degli anniversari di alcune persone defunte della parrocchia di Ypacaraí lo hanno inteso molto bene.
Dalla "magia" all'"amore"
Per la Chiesa la memoria dei morti va difesa e predicata non come un atto magico, ma come l'espressione della comunione dei santi, di questo legame che permane tra chi ancora vive su questa terra e coloro che già si trovano alla presenza di Dio; come manifestazione di un amore verso delle persone, come una memoria che si fa conversione di vita, che ci aiuta a cambiare e a migliorare.
Proprio perché i cristiani credono nella vita eterna e nella resurrezione della carne, sanno che l'amore a coloro che non sono più con noi significa non dimenticarli nella vita di ogni giorno, per poterli incontrare nuovamente. Questo incontro non avviene nel ricordo del passato, ma camminando rettamente insieme a loro che stanno guardando Dio faccia a faccia, che vedono quello che prima non potevano vedere e conoscono quello che prima non potevano conoscere. Ecco perché anche il pastore di una comunità, il parroco, è chiamato a parlare ai figli, ai coniugi, agli amici di chi muore, affinché vivano l'amore ai propri cari in una esistenza degna, ogni giorno.
Non è un po' di acqua benedetta ciò che alla fine salverà i defunti e noi, ma l'amore che si è vissuto, le persone che si sono amate, anche quelle che ora, a loro volta, si ricordano di noi e pregano per noi.
Ma tutto questo lo si vive entrando nel corpo della Chiesa, la quale unisce e prega per tutti. Entrare nella Chiesa è entrare nella comunione dei santi, nella sua cattolicità, in quella universalità delle comunità e dei cristiani di tutti i luoghi e di tutti i tempi. Per questo il momento del ricordo è il momento del cambiamento della propria esistenza, del rinnovamento di un amore che invita a celebrare la vita, oggi e ogni giorno, e a prepararci alla festa eterna. Ce lo ricorda molto bene san Paolo, a maggior ragione nell'anno a lui dedicato, quando afferma: "Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione. ... Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché per mio mezzo si compisse la proclamazione del messaggio. ... Il Signore mi libererà da ogni male e mi salverà per il suo regno eterno" (2Tm 4, 7-8; 17-18).
Fedeltà di Dio, fedeltà dell'uomo
Tutti siamo incamminati verso questa grande festa in cui si incontrano la fedeltà di Dio e la fedeltà dell'uomo, perché la fedeltà di Dio non esclude anzi richiede la fedeltà dell'uomo.
Chi è fedele non ha paura, non ha fretta che tutto si realizzi ora, attende con fiducia che Dio porti a compimento la sua opera, testimonia con coraggio la verità in ogni circostanza ed è liberato dal male.
Ciò che conta allora è conservare la fede e la speranza cristiane, unite all'amore, fino alla fine della nostra vita, come san Paolo. Tuttavia, alla fine solo l'amore resterà. I defunti, infatti, non hanno più la speranza e la fede, ma la certezza e la visione. Dopo la morte non vi è più la fede, perché già si vede, e non vi è più la speranza, perché già si è raggiunta la meta. Solo l'amore rimane per sempre e permette di rincontrarci tutti nella festa del cielo.
Sicuramente la sera del 30 giugno a questo discorso erano presenti anche persone che non frequentano abitualmente la Chiesa, come spesso accade in questi anniversari. Ecco perché quando Emilio al momento della consacrazione del pane e del vino ha ricordato che occorre inginocchiarsi, ha colpito realmente il fatto che tutti i presenti in un solo movimento si siano messi in ginocchio; perché questo semplice atto di devozione, immediato e sincero, non significava aver compreso intellettualmente un discorso teologico, ma aver colto la profonda verità dell'amore e cioè che in quel calice posto sull'altare sono presenti anche i propri cari che Dio ha accolto. È l'amore dell'uomo che Dio perfeziona e rende eterno. E si è così capito anche che, in memoria e per amore delle persone care, ad ognuno è richiesto di cambiare la vita per potersi rincontrare un giorno nella festa del cielo.
Davvero in quel momento si è sperimentata la comunione dei santi e il ricordo della morte si è trasformato in novità di vita.
Mariangela Mammi
02/07/08
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