La Capilla, dopo aver subito il furto, ha preso profondamente coscienza di cosa il Signore le stava chiedendo. In questi mesi, infatti, l'attività più significativa, tra le altre, è stata la preghiera del Rosario nelle famiglie della piccola comunità, con una presenza costante di Emilio e della gente, dai più piccoli ai più anziani. Anche la novena in preparazione della festa patronale, quest'anno, è stata diversa. L'immagine donata è stata accolta, ogni giorno, in una casa differente, anticipando ed ampliando in tal modo la tradizionale processione durata nove giorni, e ha visto riunirsi, con devozione e silenzio, una comunità rinnovata. Un altro segno è
stato la fedeltà di cinque ragazzini che stanno seguendo la formazione dei chierichetti, presenti a tutti gli appuntamenti.
L'inizio della festa
Il primo giorno della novena è stata celebrata la S. Messa per l'intronizzazione della statua di Sant'Antonio. La commozione della gente era tanta. Il cammino sterrato che conduce alla Capilla e le case che la precedono sono stati illuminati da luci e candele, la gente applaudiva e piangeva. Un signore correva affannosamente per annunziare l'arrivo imminente del "Santo". La piccola banda, chiamata per l'occasione, suonava a tutto fiato. Nessuno ha potuto nascondere l'emozione, dopo i momenti di sconforto vissuti per la sparizione di un segno tanto importante per la fede di queste persone umili. Per questa gente, inoltre, sapere che la statua proviene proprio da Padova, è stato un motivo ulteriore di meraviglia.
Nell'omelia Emilio ha sottolineato che oggi, dopo il dolore, si è sperimentata la festa, perché il Signore ha la capacità di trasformare il pianto in gioia. Seguendo il rituale che la Chiesa prevede, ha fatto notare che viene benedetta una nuova immagine per porla alla venerazione pubblica, e non privata, che le spetta, dopo l'adeguata preparazione del popolo per riceverla degnamente. Le luci, i fiori, la corsa, la gioia della festa, il disporsi ad ascoltare la parola di Dio sono stati autentici perché preparati, diventando la manifestazione esteriore di un avvenimento interiore.
In questo, come in tutti i riti ecclesiali, diamo lode a Dio Padre, perché è sempre a Lui che ci rivolgiamo, per mezzo di Gesù, di Maria, dei santi, nostri fratelli. Verso di Lui c'incamminiamo. Esponendo un'immagine che appartiene a tutto il popolo, si comprende inoltre che la Capilla, come la Chiesa, appartiene a tutta la gente, senza che sia usata solo quando serve. È, infatti, un dono che Dio ha posto nelle mani di tutti; in questo modo tutti siamo interpellati a costruire il corpo di Cristo nella comunione, superando antipatie, difficoltà, riconoscendoci figli di Dio e, quindi, fratelli tra noi.
Per questo, Emilio ha voluto che il fatto avvenuto in questa piccola comunità non fosse solo un
affare interno di una Capilla, ma divenisse un problema cattolico, universale che ha coinvolto persone lontane. Ognuno di noi, infatti, appartiene a tutta la Chiesa e tutta la Chiesa ci appartiene.
Il pianto che, il giorno del furto, abbiamo visto sul volto di uomini e donne è diventato il pianto di tutta la Chiesa, di altre Capillas e di persone che, seppur distanti, nel giorno della festa sono state presenti. In questo modo capiamo sempre meglio che la Chiesa è nostra madre, ma anche nostra figlia, che vive e cresce se non l'abbandoniamo, se ci preoccupiamo di lei. Senza il sacrificio e la fedeltà di tante persone (anche defunte), oggi, questa Capilla non esisterebbe. Dobbiamo, pertanto, lavorare affinché la Chiesa possa crescere ed essere madre dei nostri figli, ha affermato Emilio, tra l'approvazione convinta di tanti.
Attraverso la venerazione delle immagini dei santi, la Madre Chiesa spera che si guardi costantemente a coloro che hanno seguito Cristo con fedeltà, per essere anche noi fedeli alla parola data in tutte le circostanze della vita. Questa è, infatti, una grande virtù, in tempi in cui tutto è incerto, non duraturo, sempre rimesso in discussione. Quanto è difficile, oggi, incontrare chi resta fedele ad un impegno preso che non abbandona al primo ostacolo ed affronta la fatica della perseveranza, come ad esempio nella vita matrimoniale.
I santi hanno avuto le nostre stesse difficoltà, ma in forza della loro fedeltà, le hanno superate e insegnano ad ognuno di noi ad essere uomini autentici. L'appello è a seguirli nella loro amicizia con Gesù, a conoscerli, a non lasciarli soli. Una statua ha poco valore se non vi è la relazione nella preghiera con chi l'immagine rappresenta, se non si istaura, cioè, un dialogo che ci conduce ad un rapporto di "solo a solo" con il Signore, un saperlo guardare anche senza dover parlare, come avviene tra chi si ama. In Dio, infatti, troviamo ciò che soddisfa completamente il nostro cuore.
Una comunità nuova
Dopo il novenario, la mattina della festa patronale, il 13 giugno, tanta gente si è riunita nella Capilla per la Messa. Il momento difficile vissuto ha richiamato le persone a reagire e ad unirsi. Dal sacrificio con il quale si sono superati gli ostacoli è nata una Capilla con un volto nuovo. Quest'opera della grazia di Dio (perché senza l'iniziativa e l'amore di Dio non si può fare nulla) ha richiesto l'impegno dell'uomo. Senza il lavoro, senza la devozione, senza la comprensione e la risposta dell'uomo, il Signore non può agire per la nostra salvezza.
Gesù è figlio di Dio, ma anche figlio dell'uomo; figlio della terra, di questa terra, uomo come noi,
con un corpo, delle preoccupazioni, delle difficoltà, un lavoratore che ha preferito morire piuttosto che rinnegare l'amore del Padre. Ecco perché questa è la festa di coloro che hanno avuto il coraggio di continuare nel proprio impegno, nonostante la chiusura della Capilla. È la festa di chi ha sofferto e partecipato, in differenti modi; di chi non ha solo parlato, ma ha anche lavorato e pregato, ed oggi può essere orgoglioso di vedere una nuova comunità; è la festa vera non di chi cerca l'esito facile senza sacrificio, ma di chi è disposto a morire per poter, alla fine, risuscitare.
Tutto questo insegna a non perdere mai la speranza: abbiamo fatto un cammino, abbiamo creato una bella relazione con una comunità in Italia (si veda lettera acclusa), abbiamo dato un esempio per il quale persone lontane ci hanno ringraziato. La lettura biblica di questa festa afferma che oggi lo Spirito del Signore è su di noi, che oggi si compie la parola del Signore che ci invia a portare la buona notizia ai poveri; per questo il lavoro fatto deve essere conosciuto anche in altre Capillas, unendo così la parola dell'annuncio ai fatti. Perché la parola senza fatto è vuota, ma anche il fatto senza la parola vaga nel buio.
Una Capilla, una parrocchia, una diocesi o una Chiesa muoiono se non hanno un senso missionario, se si chiudono in se stesse. Siamo chiamati ad annunciare e costruire la salvezza per tutti gli uomini, ad aprire il cuore a chi soffre; anche chi soffre non deve chiudersi nel proprio dolore, ma deve essere capace di lasciarsi amare. L'uomo vero sa dare e ricevere.
È importante vivere il senso missionario, per proclamare la liberazione da tante forme di schiavitù; tuttavia, non possiamo annunciare se non sperimentiamo la liberazione, se non abbiamo il coraggio di vivere le cose dette, di testimoniare, se rimaniamo prigionieri delle nostre abitudini e dei propri punti di vista.
Oggi, possiamo annunciare la vittoria del nostro Dio che ha vinto il pianto, il dolore e finanche la
morte, con una parola che non è di facile consolazione, ma è la verità, a volte dolorosa, sulla nostra esistenza.
Il Vangelo ci chiede di andare ad annunciare a tutte le nazioni, ci richiama al senso cattolico, ad un'universalità senza limiti e confini, cui dobbiamo giungere non "prendendo un aereo", ma cambiando la nostra vita, pregando per coloro che non hanno mai avuto notizia di Gesù, formando i nostri figli al senso cattolico d'apertura verso gli altri. Chi si isola resta infelice, perché la vera felicità è aprire il cuore, incontrare gli altri, non aver paura.
L'augurio per tutti è che questa festa rappresenti un cambiamento personale e comunitario, un segno cattolico e missionario per tutti.