La parrocchia di Ypacaraí ha vissuto un momento speciale nella Messa di sabato 9 ottobre; 25 chierichetti
e 9 integranti del gruppo liturgico hanno ricevuto le loro vesti sacre, al termine di un periodo di formazione e di impegno concreto, svolto con fedeltà e costanza già da alcuni anni. L'avvenimento ha permesso un ulteriore approfondimento del valore della liturgia e dei suoi simboli, per una vita cristiana autentica.
Come ha sottolineato Emilio nella sua omelia, rivolgendosi ai ragazzi e ai genitori che li hanno accompagnati, l'uso delle vesti liturgiche ha un significato profondo che spiega un aspetto essenziale della fede a tutto il popolo di Dio.
Il segno della vocazione universale alla santità
La veste liturgica, una volta benedetta, diventa sacra e marca una differenziazione di tempo e luogo.
Essa, infatti, non si usa per giocare, far teatro, andare a scuola, ma solo durante la funzione liturgica, che è sacra. Essa rimanda alla santità, alle parole che cantiamo nella celebrazione eucaristica quando proclamiamo Dio per tre volte "Santo", termine che, etimologicamente, significa "separato", trascendente. Dio è il Santo per eccellenza, perché è il totalmente altro, non fa parte della creazione, è separato dal mondo, lo trascende: per questo Dio può chiamare le cose e gli uomini ad essere santi come Lui.
"Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo" (Lv 19, 2). È questo l'invito fondamentale che Dio rivolge ad ogni persona, soprattutto attraverso il mistero dell'Incarnazione, con il quale si è fatto uomo affinché tutti possano santificarsi, giungere ad essere come Lui e santificare anche tutta la creazione.
La vocazione alla santità è la vocazione che accomuna tutto il popolo di Dio, dal più piccolo al più
grande. Tutti siamo chiamati a raggiungerla, anche se per mezzo di una vocazione specifica (religiosa, sacerdotale, al matrimonio...), attraverso la quale ognuno si dona in modo totale al Signore. Non percorrere fino in fondo il cammino della santità, vuol dire fallire miseramente l'obiettivo più importante della nostra vita.
Se Dio è santo, e dunque separato, anche la Chiesa, che è la Sposa di Cristo, deve santificarsi e santificare la creazione "separandosi" dal mondo. Essa vive nel mondo, ma per ricordare a tutti la vocazione alla santità e in tal senso deve sapersi differenziare. Questo avviene anche attraverso dei segni visibili, poiché l'uomo, per la sua stessa natura, ha bisogno di vedere, sentire, toccare con i propri sensi per poter comprendere realtà più profonde e apparentemente nascoste. Per questo la Chiesa deve mostrare anche simbolicamente la "separazione" della santità. Ecco perché gli edifici di culto, ad esempio, si costruiscono in un certo modo, con un'ampia entrata che indica una "distanza", e predisponendo, all'interno, architetture che separano ed elevano, ad esempio, l'altare e il tabernacolo. C'è uno spazio che divide, che dà un'identità specifica e dimostra una maggiore o minore prossimità. Così pure le vesti del sacerdote, e di chi serve il Signore all'altare, marcano una differenziazione, una
separazione. Tutti dobbiamo considerarci servitori di Cristo, ma vi sono dei segni che indicano la maggior prossimità a Lui di coloro che, nel loro compito, gli sono più vicini.
Dobbiamo usare dei segnali concreti e uno di questi è proprio la veste, che designa un servizio sacro; la differenziazione, in questo senso, rende comprensibile la santità dell'azione liturgica che si sta svolgendo, l'opera che il Signore sta attuando. La veste indica la vicinanza all'altare, dove si fa presente Dio, il Santo, che si dona attraverso i segni della povertà, cioè sotto la semplice forma del pane e del vino, per mostrare così che i più poveri sono i privilegiati e che Dio si è fatto uno di loro per arricchire l'uomo con la Sua povertà.
"Separarsi" per educare i propri figli alla felicità
Emilio, come suggeriva anche il Vangelo della XXVIII domenica del Tempo Ordinario, ha invitato i ragazzi che hanno ricevuto le vesti sacre ad avere sentimenti di gratitudine verso coloro che li hanno formati, e verso i genitori che li hanno accompagnati e sostenuti personalmente ed economicamente nel loro cammino, anche con molti sacrifici. Li ha, inoltre, incoraggiati a mostrare la differenziazione e la
separazione della santità anche nella vita di tutti i giorni, senza vergognarsi di essere cristiani, di appartenere alla Chiesa e di svolgervi un servizio. Ciò implica fortificare il proprio carattere, saper rispettare gli altri, ma anche saper chiedere di essere rispettati nelle proprie scelte, in ciò che si crede, si ama e si spera. Avere il coraggio di "separarsi" significa cercare di essere migliori in tutto, nello studio, in casa, con gli amici, ed essere consapevoli di avere la missione di vivere la propria fede, di annunciarla ed essere d'esempio.
Per i ragazzi non si tratta di giudicare e criticare gli altri, a cominciare dai propri genitori (che possono non aver avuto la possibilità di ricevere questi stessi insegnamenti), ma si tratta di cambiare e mostrare una vita differente.
Per i genitori, vuol dire capire che la cosa più importante non è dare tante cose ai propri figli, ma aprir loro il cuore, saper ascoltare e dialogare. Nessuna istituzione può sostituire l'amore della famiglia. Stare vicini ai propri ragazzi vuol dire soprattutto aiutarli ad amare il Signore, e questo si può fare solo se i genitori stessi saranno i primi ad amarLo come l'Unico che dà il senso vero alla vita. La gioia effimera che si riceve dalla ricchezza, o il potere, svanisce, prima o poi, lasciando il posto alla tristezza, mentre il Signore non delude chi ripone in Lui la sua fiducia, ma lo ripaga con una felicità che non passa.
Per questo, il modo migliore di amare i propri figli è convertirsi personalmente a Cristo, poiché pretendere
di dire le cose, senza viverle in primis, non serve a nulla e non convince nessuno. La migliore educazione che si può dare ai figli è il cambiamento stesso della vita dei genitori, per mostrare loro quell'amore per il quale ci si "separa" da tante cose che non servono e non danno il gusto e la bellezza della vita, per abbracciare l'Unico che vale. Saper trovare il tempo per il Signore vuol dire accompagnare i propri figli in una crescita autentica, essere disposti a dare la vita per loro, avere quella pazienza che proviene dalla "passione", dalla capacità di morire come Cristo, affinché nascano persone nuove e felici di vivere un'esistenza dal sapore eterno.