La lotta contro l’AIDS nei villaggi
di Nyamanga e Mbangassina
In pochi anni, in una situazione di povertà generale, di mancanza di servizi medici adeguati, d’ogni norma d’igiene e di prevenzione, l’AIDS si è diffuso rapidamente nei nostri villaggi. A causa dell’ignoranza della gente e di una mentalità che rifiuta di prendere in considerazione le cause per prevenire la malattia, la situazione è diventata tragica.
La morte tocca molte famiglie, la gente comincia a preoccuparsi seriamente, a porsi il problema e viene sempre più numerosa a domandare informazioni per comprendere. Per riuscire a vincere la malattia è necessario conoscere la sua realtà in tutti gli aspetti. Solo allora sarà possibile cambiare quelle abitudini irresponsabili che favoriscono la sua diffusione.
Già nel 1995, l’esortazione apostolica Ecclesia in Africa di Giovanni Paolo II, si faceva eco della preoccupazione della Chiesa in Africa riguardo a questo flagello che semina dolore e morte.
Il primo caso di AIDS in Camerun fu diagnosticato nel 1985. Da allora, quasi 40.000 casi sono stati ufficialmente dichiarati. I dati sono sottovalutati per la mancanza di affidabilità del sistema di sorveglianza. Il numero di persone che vive con il virus nel 2004 è stimato a 470.000 casi.
Negli ospedali, la malattia è sempre più visibile. Nel 2003 all’ospedale Laquintinie di Douala il 30% dei posti di ospedalizzazione ed il 50% dei posti del servizio di medicina dell’Ospedale Generale di Yaoundé era occupato dai malati di AIDS. Il 41% dei tubercolosi sono sieropositivi.
In effetti, il problema all’inizio investiva le grandi città. Nel 1998 a Nyamanga organizzammo con i migliori specialisti del paese una grande conferenza per sensibilizzare la gente delle nostre parrocchie sul problema. Essa fu completamente disertata dalle persone, perché, a loro dire, non le riguardava. I malati di AIDS venivano dalle città, Yaoundé e Douala. All’ultimo stadio della malattia, i malati ritornavano al villaggio per morire, dopo aver fatto un estremo e disperato tentativo presso i guaritori.
Il nostro centro sanitario è stato il primo nella regione ad organizzare una sensibilizzazione a largo raggio, ad assicurare la prevenzione attraverso i test e assicurare un personale specializzato a questo compito.
Molti sono venuti volontariamente per conoscere la propria situazione sanitaria, fra loro molti giovani e giovanissimi. Quasi tutti gli alunni dell’unico CES (scuola media superiora) della regione si sono sottoposti volontariamente al test.
I risultati rivelano la tragicità della situazione già per i più giovani, il 7 % di loro (fra i 12 e i 18 anni) risultano sieropositivi, (le statistiche ufficiali parlano del 2% in questo gruppo d’età).
Il problema, in tutta la sua urgenza, lo abbiamo posto ai giovani che partecipano al Club santé della scuola. Con loro abbiamo iniziato gli incontri di sensibilizzazione.
“La lotta contro l’AIDS deve essere una battaglia di tutti” (Ecclesia in Africa, 116). Occorre un’azione di accompagnamento e un conforto materiale, morale e spirituale a quanti sono malati, ma bisogna nello stesso tempo, rimettere in causa la mentalità e le abitudini che hanno favorito e favoriscono il dilatare di questo flagello.
I vescovi africani già indicavano come causa dell’estensione di questa malattia le pratiche sessuali irresponsabili e raccomandavano l’affetto, la gioia, la felicità e la pace apportati dal matrimonio cristiano e dalla fedeltà, così come la sicurezza che dona la castità. Questi valori debbono essere continuamente presentati ai fedeli, specialmente ai giovani.
Ai Vescovi camerunesi, in visita “ad limina”, il 18 marzo scorso, Benedetto XVI ricordava, fra le sfide urgenti a cui essi debbono dare delle risposte teologiche e pastorali precise, il problema dell’AIDS e le sue tragiche conseguenze.
Il problema è eminentemente pastorale e chiama ad un risveglio delle coscienze.
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