Le conseguenze degli incendi, che nelle scorse settimane hanno lasciato solo distese di cenere, fuliggine e una terra desolata, nella zona nord-est del Paraguay, si fanno sentire con sempre maggior drammaticità e in maniera devastante.
Per le popolazioni colpite, che hanno perso tutto in questa tragedia e sono ridotte alla fame, è iniziata una vera e propria "via crucis rurale", come la definisce mons. Adalberto Martínez Flores, Vescovo di San Pedro, uno dei dipartimenti più colpiti. Essa sarà lunga e dolorosa.
Solo due settimane fa, infatti, quella degli incendi era la notizia del giorno su tutti i giornali, le radio e le televisioni del paese. Le promesse erano tante e la mobilitazione sembrava generale.
La grave situazione aveva indotto il governo a decretare l'emergenza nazionale e a chiedere l'aiuto internazionale per spegnere il fuoco.
Ora che i focolai rimasti in questa zona sono sotto controllo, tutto sembra tornare alla "normalità".
Non è così, però, per le migliaia di famiglie contadine che hanno dovuto lasciare il loro habitat, hanno perso il lavoro, la casa, il sostegno del campo e ora lottano per risorgere dalle ceneri.
Mons. Martínez, che come pastore e vescovo ha ascoltato il grido di comunità intere che reclamano cibo per sopravvivere, con un suo intervento sul giornale ABC Color, richiama cittadini e istituzioni a riflettere e a non dimenticare le conseguenze devastanti che gli incendi continueranno ad avere per queste popolazioni.
La scena desolante di un paesaggio infernale, afferma il prelato, si aggrava oggi, quando, nella dura prova di resistenza per la vita, centinaia di bambini denutriti manifestano la crudezza di un dramma che vivono sulla loro pelle e che ricorderanno per molto tempo.
L'altra faccia della medaglia, aggiunge il vescovo di San Pedro, sarà quella di ricchi proprietari terrieri che acquisiranno nuove terre per le loro già vaste coltivazioni di soia, emarginando i piccoli agricoltori confinanti, spesso privi di terra propria o obbligati economicamente a cederla, rimanendo così isolati con la loro casa in mezzo a interminabili maree verdi di soia, dove gli alberi sono stati totalmente sradicati.
La soia, infatti, l'oro verde di queste zone, è indubbiamente una coltivazione redditizia per l'economia globale, però distrugge la vita di tanti piccoli coltivatori, non solo perché alla fine questi devono cedere le loro terre, ma anche perché i pesticidi e gli insetticidi che i grandi proprietari utilizzano intossica letteralmente con sostanze chimiche velenose la vita di intere famiglie e comunità contadine.
Così, anche la distruzione prodotta dagli incendi aumenterà la ricchezza di poche famiglie che ingrandiranno le loro coltivazioni di soia, mentre la maggioranza della popolazione contadina, un terzo degli abitanti del paese, si ritrova più disperata, più povera e indigente di prima.

Mons. Martínez ricorda che di fronte alla vera emergenza, che è quella dell'iniquità sociale che si constata ogni qualvolta la distribuzione delle ricchezze e dei beni nazionali favorisce le casse di pochi, è necessario lavorare ed educare al senso civico e alla responsabilità, stabilendo chiare politiche di sviluppo e di equità sociale, con il fine di migliorare la distribuzione dei beni per tutti. Solo in questo modo si assicurerà e si rafforzerà la pace, la fraternità e la sana convivenza. Le profonde disuguaglianze sociali, infatti, produrranno sempre scontri e violenze.
Richiamando il Vangelo di Matteo, ("avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero senza tetto, senza terra, senza lavoro e senza salute e mi avete provvisto del necessario per vivere. Sempre quando abbiamo fatto tutto questo per i più piccoli, lo abbiamo fatto al Signore", cfr. Mt 25, 35-40), mons. Martínez afferma che l'urgenza di rispondere al richiamo delle popolazioni colpite dagli incendi è un dovere civico. Esso non deve essere preso solo come un gesto filantropico, per mitigare momentaneamente le conseguenze della tragedia, ma dovrebbe essere un atteggiamento sincero e permanente per la costruzione di una comunità fondata sui principi sociali del Vangelo.
Sopra l'esclusione dei diseredati, sostiene infine il Vescovo, grava un'ipoteca sociale, che sia la Chiesa che le istituzioni nazionali sono chiamate a rimuovere.