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PER UNA CULTURA DEL LAVORO IN PARAGUAY



Nell'editoriale Malos habitos nos sumen en el atraso, apparso il 16 ottobre scorso su "Abc color", uno dei principali quotidiani nazionali del Paraguay, si pone in evidenza come alcuni costumi, abitudini e modelli di comportamento diffusi tra la gente contribuiscono ad ostacolare e a rallentare un certo processo di sviluppo del paese, poiché sono lontani da una moderna cultura del lavoro, intesa come senso di affezione e responsabilità per il proprio compito e per la sua realizzazione.

 Su questo aspetto, se vi è o no, cioè, nei paraguaiani un disinteresse reale riguardo al lavoro, si è dibattuto in diversi ambiti, come riporta lo stesso editoriale, specificando inoltre che alcuni antropologi sostengono che fattori come il caldo eccessivo di un paese tropicale come il Paraguay e anche certi retaggi culturali risalenti alle origini del popolo paraguaiano, spiegherebbero una certa disaffezione per il lavoro e lo scarso impegno nelle attività lavorative.

A tal proposito, l'editorialista fa il caso della scansione di una giornata lavorativa degli operai edili. In genere, questi, il mattino presto (a volte anche prima delle 6.00) arrivano sul posto di lavoro da località anche lontane senza aver fatto colazione. In queste condizioni, dopo appena due o tre ore dall'inizio del lavoro si fermano per una prima pausa di mezz'ora. Fanno poi una seconda sosta di un'ora, a mezzogiorno, per il pranzo, com'è  normale. Due ore dopo, alle 15.00, vi è una terza pausa di mezz'ora, dedicata abitualmente ad un giro di tereré (tipica bevanda paraguaiana) e ad una chiacchierata, per terminare il lavoro della giornata alle 17.00, ora in cui ognuno si prepara per tornare a casa.

Questa giornata tipica di un muratore è come un rito sacro in Paraguay e, come afferma lo stesso editorialista, chiunque osi metterla in discussione è considerato senza indugio uno sfruttatore.

Ciò che l'editoriale sottolinea, però, è che nel momento in cui, per un motivo qualsiasi, un paraguaiano sceglie di emigrare o è costretto a farlo, per esempio in Argentina o a New York o in Spagna, queste abitudini, che in patria erano considerate sacre, vengono presto abbandonate perché in breve tempo ci si inserisce nella cultura del posto la quale ne stabilisce altre secondo i ritmi di lavoro di quel paese.

La cultura del lavoro, in effetti, è una realtà oggettiva e inglobante che tende ad imporre una precisa mentalità sui singoli lavoratori. Ognuno lavora all'interno di una società e, per ciò stesso, è inevitabilmente inserito in una determinata cultura del lavoro con cui deve confrontarsi e per la quale conferisce un senso consapevole al proprio lavoro. La cultura dominante del lavoro, perciò, influenza fortemente il significato che ogni uomo attribuisce al lavoro nell'ambito della propria vita.

Nei paesi dove vi è una chiara cultura del lavoro, come in quelli sopraccitati, in effetti,  non si accetta che si sospenda il lavoro, iniziato da appena due o tre ore, per fare colazione; semmai si sposta l'orario d'inizio della giornata, in modo da dare la possibilità agli operai di arrivare sul posto di lavoro pronti e in forma per iniziare.

In tal senso, il ritmo di lavoro paraguaiano, presentato nell'articolo, non si adatta ad una cultura del lavoro produttiva, competitiva, efficiente e veloce tipica dei paesi sviluppati e anche chi emigra all'estero per lavoro deve rapidamente adattarsi, non solo al nuovo ritmo lavorativo, ma anche a molti altri aspetti della vita sociale.

Un ulteriore esempio, citato nell'editoriale in questione, è che nessun paraguaiano all'estero oserebbe, tanto semplicemente come fa in patria, lanciare una lattina vuota di birra dal finestrino dell'autobus o della propria auto. Neppure si azzarderebbe a ripulire la guampa, il recipiente tipico del tereré, per strada, svuotando i residui di yerba fuori dal finestrino del veicolo. Si potrebbero citare anche altre abitudini, come quella di passarsi la bombilla (cannuccia) del tereré o del mate (altra bevanda tipica) l'un l'altro, senza alcuna norma igienica (cfr. Di A H1N1 si continua a morire), o la tanto decantata ora paraguaiana (cfr. Evangelizzare la vita: la tanto decantata "hora paraguaya"). Tutti comportamenti, questi, che spesso si giustificano in nome della "idiosincrasia paraguaya", cioè del modo di essere caratteristico del popolo paraguaiano, in sostanza della sua cultura.

Tutto ciò porterebbe a pensare -scrive l'editorialista- che in Paraguay esistono modelli e schemi culturali che sono veri retaggi atavici e vizi che, purtroppo, influiscono molto nel mantenere le persone, la nazione stessa nell'arretratezza e nel sottosviluppo. Quando, però, le circostanze impongono condizioni diverse, le stesse persone sono capaci di superarsi e porsi all'altezza del luogo e del momento in cui si trovano.

Certo, una moderna cultura del lavoro non considera solamente i comportamenti fuori luogo dei lavoratori, sbagliati o improduttivi, e neppure solo i loro doveri, ma anche i loro diritti: un salario adeguato al lavoro svolto, la sicurezza sul lavoro, la realizzazione del lavoratore, anche se, in generale, si lavora per sopravvivere, cioè per ottenere i mezzi necessari alla vita umana e pochi hanno la possibilità e il lusso di scegliersi il lavoro che desiderano.

Un'autentica civiltà del lavoro dovrà tener conto di entrambi gli aspetti e far crescere insieme il benessere fisico e quello spirituale del lavoratore. Non si deve credere che si possa compensare la mancanza dell'uno con la crescita dell'altro. Un aumento di retribuzione non risolve il problema della qualità del lavoro. Uno sviluppo delle  motivazioni non risolve il problema economico della sopravvivenza.

Ciò detto, comunque, ogni lavoro si giudica per la sua fecondità: deve essere produttivo, altrimenti non realizza la sua finalità. Si lavora per far sì che qualcosa prenda forma e costituisca un bene pronto a soddisfare certi bisogni dell'uomo. In tal senso, non vi è dubbio che certe strutture e organizzazioni del lavoro, certi orari e ritmi per svolgerlo, garantiscano una maggior efficacia, una maggior produttività e sviluppo e siano indicatori di una moderna, attuale e interiorizzata cultura del lavoro.

Non sarebbe dunque una cattiva idea, come propone l'editorialista ai responsabili sindacali e delle imprese in Paraguay, quella di riflettere adeguatamente su questa realtà, per arrivare a sviluppare un senso critico sulle abitudini e sui modelli di comportamento e fare lo sforzo necessario per dimostrare un maggior senso d'adesione alla cultura del lavoro, per il bene e lo sviluppo personale e del paese. "Costruire un paese più giusto e conforme alle attese della popolazione, dipende anche da ciascuno personalmente e non solo da ciò che si fa dall'alto per migliorare la realtà del paese".

Fonte: "Abc color" (16/10/2011 p. 22)



Atyhápe è una parola della lingua guaraní del Paraguay che significa "in riunione". Come nell'agorà gli antichi greci si riunivano per scambiare le proprie opinioni, noi, attraverso questa rubrica, che periodicamente pubblicheremo sul nostro sito, ci riuniamo idealmente con i nostri lettori di lingua italiana per comunicare loro alcune notizie sulla realtà del Paraguay, tratte dai giornali locali.

 

 
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