Vincere l’indifferenza
François, “Toto” come lo chiamano i ragazzi del quartiere, è un bambino di cinque anni, trasferito nella casa degli zii, a Mbangassina, dopo la morte della mamma. Nessuno si occupa seriamente di lui. François è sordo, muto e portatore di handicap, non può camminare e si muove a carponi, poggiandosi sulle mani e sulle ginocchia.
Martine, membro della Caritas di Mbangassina, non accetta di vedere questo ragazzino abbandonato a se stesso girare nel quartiere e se ne prende cura. Ha avuto occasione di leggere, insieme ad altri membri, le parole del Santo Padre che ricordano lo stretto legame che unisce l’amore di Dio e del prossimo. Martine sa che l’affermazione dell’amore di Dio diventa menzogna se l’uomo si chiude al più povero, perché l’amore non è solo un sentimento, ma anche un impegno che interpella l’uomo nella sua totalità.
François non conta niente per la sua famiglia né per la gente del quartiere. La sua esistenza non è di profitto per nessuno, in un mondo che dimentica che l’uomo si realizza attraverso la gratuità del dono di sé e nella ricerca del bene dell’altro.
L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è anzitutto un compito di ogni singolo fedele, ma è anche compito dell’intera comunità ecclesiale. La coscienza di tale compito ha avuto una rilevanza costitutiva per la vita della Chiesa fin dai suoi inizi (cfr. At 2, 42-45; At 4, 32-37).
Non si può restare indifferenti quando si incontra questo bambino che gira abbandonato per il quartiere. Ogni fedele e tutta la comunità sono chiamati a interessarsi di lui. “Chiunque ha bisogno di me e io posso aiutarlo, è il mio prossimo. Il concetto di prossimo viene universalizzato e rimane tuttavia concreto. Nonostante la sua estensione a tutti gli uomini, non si riduce all'espressione di un amore generico ed astratto, in se stesso poco impegnativo, ma richiede il mio impegno pratico qui ed ora. Rimane compito della Chiesa interpretare sempre di nuovo questo collegamento tra lontananza e vicinanza in vista della vita pratica dei suoi membri” (Deus caritas est, 15).
Martine presenta il caso di François agli altri membri della Caritas e, dopo averlo lavato e vestito, lo presenta in chiesa a tutta la comunità parrocchiale riunita per la liturgia domenicale.
Molti dei presenti conoscono François, lo vedono trascinarsi tutto il giorno tra il fango e la p olvere, ma fino ad oggi non se ne sono mai interessati, non si sono mai posti la domanda se fosse possibile fare qualcosa per lui.
La comunità cristiana risponde dando un suo primo contributo. Gli zii che hanno preso il bambino con loro dopo la morte della mamma, sentono vergogna e s’impegnano ad aver cura di lui.
Con l’accordo della famiglia, Martine ha portato François a Yaoundé, in un centro specializzato, dove sarà fatta una protesi e preparate delle stampelle su misura per lui. Non sappiamo ancora se François riuscirà a camminare, ma il “miracolo” di abbattere l’indifferenza generale la Cariats lo ha già compiuto.
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