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Comprendere il Diritto Canonico/55

 

 

LA CELEBRAZIONE DEL MATRIMONIO/3

Forma canonica e problemi pastorali in Africa

 


Uno sguardo approfondito sui matrimoni tradizionali in Africa ci porterebbe lontano dal nostro argomento, data la loro varietà e peculiarità secondo i Paesi e perfino, all’interno dello stesso Paese, secondo le etnie e le usanze; esiste in merito un’abbondante letteratura.

I matrimoni africani tradizionali

Dobbiamo in verità sottolineare che, nell’Africa contemporanea, certi costumi sono stati quasi completamente abbandonati a seguito del contatto con la civiltà europea. Il progresso nell’istruzione e il cristianesimo hanno favorito la scomparsa di alcune pratiche[1]; i giovani si oppongono facilmente a certe forme tradizionali di matrimonio come ci sono illustrate da molti romanzi africani. Anche la modernità e le considerazioni di carattere economico sono a favore della scomparsa di gran parte dei costumi tradizionali (l’istituzione che resiste di più è la poligamia). I genitori non impongono quasi più un coniuge ai loro figli. I giovani vivono spesso un compromesso tra modernità e tradizione e si rifanno all’uno o all’altro sistema in base ai benefici che ne possono ottenere.

Esiste, in ogni caso, una grande molteplicità di tradizioni per la celebrazione del matrimonio. In questa varietà, ci sono degli elementi comuni nelle diverse culture dei Paesi africani dove il matrimonio è concepito come un atto personale con una profonda dimensione comunitaria, una visione questa che è allergica alla concezione individualistica della famiglia nucleare.

Inoltre, l’importanza che la comunità familiare attribuisce all’alleanza matrimoniale spiega la grande cura che essa impiega per l’elaborazione e la progressiva costituzione del vincolo matrimoniale. Quest’ultimo non si conclude in una semplice cerimonia in modo puntuale. Il rituale si estende nel tempo e nello spazio: alcune tappe sono celebrate a casa dei genitori della sposa, altre presso lo zio materno, altre nella famiglia dello sposo; ognuna di queste tappe ha la sua ragione di essere e fa parte costitutivamente dell’elaborazione progressiva del vincolo. In ogni caso, qualunque sia il numero di queste tappe secondo i diversi gruppi etnici, si tratta ovunque della serietà dell’approccio e della graduale maturazione del progetto, al fine di pervenire a una unione meno fragile possibile. L’articolazione di esse rappresenta un processo dinamico ed esistenziale che costituisce il matrimonio. Troviamo la stessa visione in tutta l’Africa sub-sahariana[2].

Nella pluralità dei riti e dei costumi africani, vi sono quindi dei dati culturali comuni. Tra questi, l’importanza che riveste la fertilità della coppia poiché la prole è lo scopo stesso del matrimonio, al punto che è normale considerare nullo un contratto matrimoniale senza figli[3]. La sterilità è vissuta dalla coppia come una prova dolorosa, anche vergognosa, contro cui si combatte, anche tra i cattolici, restituendo alla famiglia la moglie sterile o con il “raddoppio” con un’altra donna[4]. In secondo luogo, c’è il fatto che il matrimonio è un’alleanza tra due famiglie e il consenso dei coniugi si inserisce in un quadro ben più ampio di negoziazioni e di accordi. In questo contesto, occorre ricordare l’importanza della dote, considerata come un “risarcimento” per la famiglia della donna.

La dote è un’istituzione fondamentale che ingloba un processo di negoziazione complesso, molto formale e lungo, tra le due famiglie, per pervenire a un accordo su ciò che il fidanzato deve pagare per sposare la fidanzata. Quest’usanza non è una semplice operazione commerciale, anche se è esposta ad abusi e a distorsioni nel mondo moderno al punto di diventare, a volte, una vera e propria compra-vendita della donna. In effetti, un gesto che una volta era un ringraziamento e un risarcimento per i genitori della donna che si privavano di una figlia, insieme all’offerta di una serie di doni simbolici ai parenti, si è trasformato, con l’introduzione del denaro, in un atto a carattere mercantile[5].

La dote vuole essere anche un segno di gratitudine da parte della famiglia dello sposo nei confronti della famiglia della sposa per averla educata ed essersi presa cura di lei. In ogni caso, ha un ruolo fondamentale e in alcune tradizioni, in caso di mancato pagamento della dote, l’uomo e la donna non vengono considerati sposati, ma solo conviventi in concubinaggio[6] anche se hanno vissuto insieme per molti anni e hanno numerosi figli.

Infine, dobbiamo considerare il carattere progressivo del matrimonio tradizionale che si sentirebbe male espresso in una visione “puntuale” dello scambio di consenso, come questo è previsto dalla forma canonica.

La Chiesa, come abbiamo detto, non “canonizza” il matrimonio tradizionale; uno dei motivi è proprio quest’incertezza relativa al momento preciso a partire dal quale si può dire che il matrimonio è costituito.

La ricchezza dei simboli, dei riti, l’esigenza che la dote sia interamente pagata, la verifica della fertilità della coppia, il carattere progressivo del matrimonio tradizionale, il fatto che la sua costituzione si estenda nel tempo e nello spazio, tutto questo rende difficile determinare quando il consenso delle parti è effettivamente dato e ricevuto reciprocamente, così come verificare che tutte le condizioni essenziali e tutti gli elementi costitutivi del matrimonio sacramentale siano effettivamente presenti.

Quale soluzione pastorale?

Di fronte a un problema pastorale che vede un gran numero di fedeli africani esclusi dai sacramenti perché uniti dal solo matrimonio tradizionale, anche se rispettano effettivamente i valori fondamentali del matrimonio sacramentale, la Chiesa è interpellata per trovare delle soluzioni adeguate.

Diversi autori, teologi e canonisti, compresi i Vescovi del continente, si sono concentrati sul problema.

Secondo alcuni, l’opportunità per apportare un rimedio a questa situazione sarebbe l’adozione di rituali tradizionali africani eliminando tutto ciò che è incompatibile con il messaggio cristiano e a condizione che un sacerdote assista alla cerimonia domandando e ricevendo il consenso degli sposi. Una soluzione questa più facile a dirsi che ad applicarsi e che richiederebbe prima di tutto di sottoporre a una rigorosa analisi i molteplici rituali utilizzati nelle diverse tradizioni.

Una prospettiva più realistica, che è già applicata in alcuni Paesi, è di elaborare dei rituali adattati a partire dal Rituale Romano. Il Card. Malula, rivolgendosi ai suoi confratelli nell’episcopato parla di un rituale in più fasi[7] che assuma gli elementi culturali delle popolazioni e, al tempo stesso, le esigenze del sacramento cristiano del matrimonio.

Questa prospettiva è del resto incoraggiata dal Codice di Diritto Canonico che nel can. 1120 prevede che le Conferenze Episcopali possono elaborare un Rito proprio del matrimonio che deve essere approvato dalla Sede Apostolica. Il Rito dovrebbe tener conto dei costumi locali, in uno spirito cristiano, sempre fatta salva la presenza dell’assistente qualificato che chiede e riceve la manifestazione del consenso.

Questo è un impegno che resta ancora da attuare nella maggior parte dei Paesi africani. Le Conferenze Episcopali sono tenute ad affrontare il problema e a elaborare rituali inculturati per permettere ai fedeli del continente di celebrare un matrimonio cristiano che sia, allo stesso tempo, culturalmente vicino alle proprie tradizioni. L’elaborazione di questi rituali eviterebbe gli effetti nefasti della regolarizzazione tardiva dei matrimoni, l’indifferenza nei riguardi dei sacramenti, provocata dal fatto che si è respinti a causa delle unioni irregolari perché basate sui matrimoni tradizionali.

C’è infine un’ulteriore considerazione che ci sembra importante.

Nonostante la legittima esigenza dei fedeli africani di celebrare un matrimonio cristiano vicino alla loro sensibilità culturale, non dobbiamo sottovalutare una difficoltà di ordine “evangelico” e non culturale.

Spesso dietro il rifiuto della forma canonica (che, al fondo, si riduce alla domanda posta dal rappresentante della Chiesa cui i coniugi sono tenuti a rispondere con il loro assenso, in presenza di due testimoni), non c’è semplicemente il rifiuto di una forma culturale occidentale estranea alla sensibilità africana, ma piuttosto il rifiuto, di gran lunga più significativo, di assumere autenticamente i valori propri del sacramento del matrimonio, come la fede cristiana propone, cioè il legarsi in maniera monogamica e indissolubile al coniuge, con un impegno di fedeltà, senza controllare preventivamente la sua fertilità o la stabilità della relazione nelle diverse circostanze della vita.

Siamo allora di fronte a un rifiuto dei valori propri della fede cristiana per quanto riguarda il sacramento del matrimonio che è pur sempre una “via” di santità proposta ai fedeli e che richiede loro un impegno responsabile nella buona e nella cattiva sorte, in fin dei conti un cammino esigente per tutti.

In questi casi, non si tratta di un problema di adattamento culturale, ma della necessità di una evangelizzazione in profondità delle culture africane.

Silvia Recchi

 

 

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[1] Come il matrimonio tra bambini, dove la ragazza è promessa, nella maggior parte dei casi, fin dalla nascita; si sposa molto presto e talvolta è cresciuta dagli stessi suoceri. È in via di disparizione anche il levirato, un arrangiamento secondo cui una vedova si sposa con un membro della famiglia del marito defunto; ugualmente il sororato, una consuetudine che permette al marito di una donna sterile di prendere una sua sorella più giovane come moglie che gli dia dei figli. O ancora un’istituzione tuttora socialmente legittima in Africa, molto diffusa ad esempio presso la società Ibo della Nigeria, che vede il matrimonio di una giovane donna al fine di procreare per suo padre, un’usanza che mira in generale a risolvere il problema causato dalla mancanza di un erede maschio nella famiglia. Per altro, la pratica per una donna di avere un amante, se il marito è sterile, è ancora radicata nei costumi africani, specialmente nei villaggi. Nelle città, invece, è il divorzio la soluzione per alcuni dei problemi nel matrimonio.

[2] Queste sono le parole, liberamente riportate, di Mons. Dieudonné M’Sanda Tshinda, Vescovo di Kenge nella Repubblica Democratica del Congo, cfr. V. Mulago, La famille et le mariage africains interpelle l’Èglise, in Théologie africaine et problèmes connexes. Au fil des années (1956-1992), Éd. L’Harmattan, Paris 2007, 264 ss.

[3] Cfr. J. M. V. Aksanti Koko Balegamire, Mariage africain et mariage chrétien, Éd. L’Harmattan, Paris 2003, 85.

[4] Cfr. M. Legrain, Questions autour du mariage. Permanences et mutations, Éd. Salvador, Strasbourg 1983, 130.

[5] Cfr. M. Legrain, Questions autour du mariage,... 131.

[6] Cfr. A. Essomba Fouda , Le mariage chrétien au Cameroun. Une réalité anthropologique, civile et sacramentelle, Éd. L’Harmattan, Paris 2010, 49.

[7] Cfr. Card. J.-A. Malula, Mariage et famille en Afrique, in “La Documentation catholique” 81 (1984) 878.


01/06/2014


 
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