Con queste parole la Bibbia esprime la vocazione d'Eliseo, quando il profeta Elia lo chiamò al suo servizio. Più tardi Eliseo, alla scomparsa del profeta rapito in cielo su un carro di fuoco, "raccolse il mantello d'Elia che era scivolato" (2Re 2, 13).
La chiamata per il discepolo non nasce da una semplice volontà umana, ma da un'elezione. Viene sempre dall'alto, non si basa sulle qualità umane, morali o intellettuali, ma sul mistero di grazia e libertà nel dialogo tra Dio che chiama e l'uomo che risponde.
La vocazione alla vita consacrata non può mai essere considerata alla luce di una semplice lettura del proprio cuore o dello sviluppo dei propri talenti e aspirazioni. Non nasce dall'accordo spontaneo tra sentimento umano e volontà divina, tra doti naturali e progetto evangelico cui si è chiamati.
Spesso le comunità religiose sono tentate, nella loro pastorale, di attutire nei candidati l'inquietudine della scelta, rassicurandoli sulla "positività" di essa, come se la vocazione fosse una semplice realizzazione umana in cui sono riconosciute le qualità e le competenze di ciascuno.
In essa, invece, c'è sempre una certa sproporzione tra la decisione, che non è per niente tranquillizzante, e la scelta del soggetto cui è domandato il dono di sé e della propria vita.
In questa sproporzione emerge che la vocazione è iniziativa di Dio, si fonda sulla sua grazia e non è mai esattamente commisurata sulle doti della persona. Essa va oltre, le supera, chiede a volte l'impossibile, è inadeguata alle sole forze del singolo[1].
Non esiste una vocazione "generica" alla vita consacrata in generale e poi, solo in seguito, quella ad aderire ad un carisma specifico e ad una determinata famiglia religiosa. Ugualmente non esiste un'astratta vocazione al matrimonio, ma a rendere duratura l'unione con una persona concreta e amata.
Non si può scegliere la famiglia religiosa cercando nell'elenco telefonico o sfogliando le pagine
gialle, per trovare quella che meglio si adatta ai propri gusti.
La chiamata a seguire Cristo è sempre un invito a percorrere un concreto cammino evangelico; è simultaneamente un appello a partecipare ad un carisma che, mediante la grazia fatta al Fondatore, si trasmette a coloro che sono invitati a parteciparvi.
Lo sviluppo dell'esperienza fondante
In precedenza abbiamo visto come, nell'impatto del carisma dei Fondatori con la vita dei primi discepoli, nasca quell'esperienza fondante destinata a marcare l'identità della nuova famiglia religiosa.
Il dono delle origini, durante la vita del Fondatore e nel suo rapporto con il primo gruppo, plasma la fisionomia fondamentale della nuova famiglia di vita consacrata. Nell'interazione dei membri c'è uno sviluppo partecipato ed arricchito del carisma collettivo del Fondatore che si modella e si chiarifica nelle sue linee essenziali, costituendo il carisma dell'istituto.
Così l'esperienza dello Spirito fatta dal Fondatore è "trasmessa ai propri discepoli per essere da questi vissuta, custodita, approfondita e costantemente sviluppata in sintonia con il corpo di Cristo in perenne crescita"[2].
Il progetto evangelico del Fondatore è accolto dai discepoli che ne diventano i testimoni particolari; è incarnato, approfondito e sviluppato. Diventa un itinerario spirituale, una maniera speciale di riferirsi al Cristo che marca le dimensioni della loro vita e del loro apostolato.
È il patrimonio carismatico che le famiglie religiose sono chiamate a proteggere e a irradiare come ricchezza per tutta la Chiesa[3].
Carisma collettivo e responsabilità personale
La missione prioritaria della famiglia religiosa non sarà di realizzare delle opere o di svolgere delle attività, ma di testimoniare e incarnare, mediante esse, il volto di Cristo che il carisma ricevuto ha permesso di penetrare in modo speciale.
Si crede a volte, impropriamente, che dire "carisma" equivalga a dire "spiritualità" o "missione apostolica" dell'istituto. È invece il carisma, dono dello Spirito, a generare in chi lo accoglie una risposta che si esprimerà in una spiritualità, in un apostolato, in uno stile di vita e anche in strutture di organizzazione e di governo, adatte per vivere e veicolare il dono.
Tutti questi elementi sono prodotti dalla risposta umana al carisma e non sono "indifferenti" nella loro configurazione specifica. Non è la stessa cosa, infatti, vivere la vita consacrata da
benedettino o da francescano, da figlio di San Bernardo o di Sant'Ignazio.
Ogni elemento nella vita della famiglia religiosa deve essere sviluppato in conformità al dono e adattato continuamente ai tempi e ai luoghi. Se è vero che il carisma suscitato dallo Spirito non si modifica nel tempo, è altrettanto vero che per continuare a rispondere fedelmente ad esso, occorre assumere espressioni e modalità sempre rinnovate.
La fedeltà non si esprime nella conservazione di consuetudini, di pratiche devozionali e neanche di impegni apostolici, ma attraverso un dinamismo sempre creativo e sempre ancorato alla sorgente delle origini.
Lo Spirito non può contraddire lo Spirito. La fedeltà allo Spirito che ha suscitato il carisma del fondatore permette di precisarlo e di arricchirlo nel carisma di fondazione, di renderlo vivo e attuale nel tempo, attraverso l'azione di tutti coloro che sono chiamati a parteciparvi, con il loro apporto personale.
Il carisma diventa una realtà che vive nella storia, mediante Regole e Costituzioni che ne rappresentano la memoria istituzionalizzata e ne esprimono la dimensione pubblica, sociale ed ecclesiale.
Esso non è mai un oggetto da "museo" o da ritrovare negli archivi degli istituti. È invece una realtà vivente nelle persone, affidata ad ogni membro e non solo ai Superiori o ai capitoli generali.
Ogni membro, responsabile della propria vocazione, lo è allo stesso tempo dello sviluppo o del "ritardo" del carisma nella storia. Non si tratterà mai semplicemente di ubbidire a delle regole o ad una disciplina di vita, ma di assumere personalmente, in maniera piena, creativa e consapevole, le "sorti" di esso[4].
Silvia Recchi
[1] Cfr. A. Cencini, Guarda il cielo e conta le stelle. Il sogno dell'animatore vocazionale oggi, Paoline, Milano 2000, 29-35.
[2] Mutuae relationes, 11.
[3] "Per questo la Chiesa difende e sostiene l'indole propria dei vari istituti religiosi. Tale indole propria, poi, comporta anche uno stile particolare di santificazione e di apostolato ... Pertanto, in quest'ora di evoluzione culturale e di rinnovamento ecclesiale, è necessario che l'identità di ogni istituto sia conservata con tale sicurezza che si possa evitare il pericolo di una situazione non sufficientemente definita, per cui i religiosi, senza la dovuta considerazione del particolare stile di azione proprio della loro indole, vengano inseriti nella vita della Chiesa in modo vago e ambiguo", Mutuae relationes, 11.
[4] "Sarà cura di ogni membro della Redemptor hominis custodire fedelmente lo spirito e le finalità della Comunità, attualizzando e sviluppando in maniera ricettiva, attiva e personale l'identità e il carisma proprio della Comunità stessa. Da questa fedeltà dei membri, infatti, dipenderà la fecondità di ogni loro azione che, rendendo possibile il pieno sviluppo della Comunità, contribuirà all'edificazione dell'Unico Corpo di Cristo", Statuto della Comunità Redemptor hominis, art. 85.