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Comprendere il Diritto Canonico/27


Le Conferenze Episcopali/3


Dopo aver illustrato la realtà istituzionale delle Conferenze Episcopali e averne presentato sinteticamente le competenze, vogliamo aggiungere alcune riflessioni teologico-pastorali che ci permettono di comprendere meglio la loro natura e l'importanza del ruolo che sono chiamate a svolgere.

Le Conferenze Episcopali, abbiamo detto, sono un raggruppamento di Chiese particolari che hanno alla base una realtà socioculturale comune; esse non sono degli organismi intermedi di governo gerarchico della Chiesa e non costituiscono un "ponte" tra il primato del Romano Pontefice e ogni singolo Vescovo diocesano.

Per diritto divino, infatti, non esiste un'istanza intermedia tra la Chiesa universale e la Chiesa particolare diocesana. Quest'ultima non è una realtà parziale di Chiesa, in essa c'è una presenza piena della Chiesa di Cristo, nella misura in cui vi è l'accoglienza del Vangelo e dei doni dello Spirito, la celebrazione dell'Eucaristia e il ministero pastorale[1].

La Chiesa di Dio si realizza concretamente in ognuna delle Chiese particolari diocesane; la costituzione Lumen gentium afferma che queste sono "formate ad immagine della Chiesa universale, ed è in esse e a partire da esse che esiste la Chiesa cattolica, una e unica"[2]..

La Chiesa diocesana, dunque, non è una manifestazione parziale di Chiesa e non è semplicemente subordinata alla Chiesa universale[3], quest'ultima deve essere compresa a partire proprio dalle sue attuazioni locali e si realizza effettivamente nella comunione tra tutte le Chiese[4].

Da un punto di vista teologico, le Conferenze Episcopali non possono essere considerate "Chiesa" nello stesso senso che si applica ad ogni Chiesa diocesana.

Autonomia e solidarietà

Pur non essendo degli organismi intermedi di governo ecclesiastico, l'importanza del ruolo delle Conferenze Episcopali non può essere sottovalutata nell'ambito della loro attività, specialmente legislativa, in favore del popolo di Dio nel territorio di loro competenza.

A tale riguardo, è stato espresso il timore che le Conferenze Episcopali possano oggi ripercorrere la stessa strada che ha condotto, nell'ecclesiologia latina, a dare la priorità alla Chiesa universale, finendo con l'oscurare la realtà concreta della Chiesa particolare diocesana. Tale rischio sarebbe tanto più reale per il fatto che le Conferenze Episcopali hanno ampliato le loro dimensioni territoriali e le loro prerogative fino ad ambiti sopranazionali, minacciando lo spazio d'autonomia del Vescovo diocesano.

È chiaro che, nella visione del Codice di diritto canonico, le Conferenze Episcopali non svolgono il proprio ruolo in opposizione al potere del Vescovo. Gli permettono, invece, di realizzare un "prolungamento" del suo stesso ministero pastorale, in modo che, in unione con gli altri Vescovi, possa meglio esercitarlo.

La Conferenza Episcopale non si oppone alla potestas ordinaria, propria e immediata del Vescovo diocesano, al contrario la rende più efficace e permette al Vescovo di compiere meglio la propria funzione, solidalmente con gli altri Vescovi cui è unito per prossimità geografica. Il governo della diocesi da parte del Vescovo e la sua partecipazione alla Conferenza Episcopale sono strettamente legati e interdipendenti.

Il compimento corretto del ministero episcopale esige che esso non sia isolato, bensì esercitato in collaborazione con gli altri Vescovi per un arricchimento reciproco, uno scambio di esperienze e di decisioni disciplinari comuni.

Responsabilità nella comunione

Da un punto di vista differente, si è anche obiettato che la funzione legislativa delle Conferenze Episcopali, pur non mancando d'interesse locale, si esercita in fondo su materie d'importanza relativa e che il loro potere subisce, di fatto, delle restrizioni severe.

Sappiamo già che le Conferenze Episcopali hanno l'autorità di emanare decreti generali, amministrativi e legislativi, all'interno di ampi settori affidati dal Codice al loro diritto complementare. Questo potere è tuttavia sottomesso a delle condizioni precise, sia a riguardo della materia di loro competenza che della procedura imposta nelle decisioni da prendere. Quanto alla materia, possono legiferare unicamente laddove il diritto universale, o una decisione della Santa Sede, lo prevede. Quanto alla procedura, i decreti decisi in assemblea plenaria, con una maggioranza di almeno due terzi dei voti, possono essere validamente promulgati solo dopo la revisione della Santa Sede.

Qualche autore vede in queste condizioni, e soprattutto nell'esigenza della revisione (recognitio) da parte della Santa Sede, un limite all'esercizio delle responsabilità delle Conferenze Episcopali, interpretando tale situazione come una sottomissione delle Chiese locali alla Sede Apostolica, sottomissione che renderebbe le Conferenze Episcopali incapaci di rispondere ai bisogni per cui sono state create.

La revisione della Sede Apostolica non è, senza dubbio, da considerare come una pura formalità. Essa è una conditio sine qua non e dà forza giuridica alle decisioni delle Conferenze Episcopali, anche se queste ultime restano pur sempre decisioni della Conferenza stessa e non si trasformano in disposizioni dell'autorità superiore.

La ragione della revisione è quella di riconoscere l'ortodossia delle decisioni adottate; essa è anche un'espressione giuridica della comunione tra le Conferenze Episcopali e la Sede Apostolica. In questo senso, non deve essere considerata una misura contro la responsabilità effettiva delle Conferenze Episcopali o contro una legittima autonomia delle Chiese diocesane.

Conclusione

La configurazione giuridica e strutturale delle Conferenze Episcopali prefigura nell'odierna società ecclesiale una maniera nuova per i Vescovi di governare la Chiesa, in una dimensione di comunione e di solidarietà, all'interno di un determinato territorio e uno specifico spazio culturale. La loro attività esprime anche un modo più adeguato e più efficace di rispondere alle esigenze dei tempi e dei differenti contesti umani e sociali.

Il ruolo delle Conferenze Episcopali è fondamentale per affrontare le sfide che provengono alla Chiesa dal mondo contemporaneo, per rendere un servizio prezioso all'evangelizzazione delle culture e all'inculturazione della fede.

Silvia Recchi



[1] Cfr. Christus Dominus, 11.
[2] Lumen gentium, 23 (la sottolineatura è nostra).
[3] "La Chiesa di Cristo, che nel Simbolo confessiamo una, santa, cattolica ed apostolica, è la Chiesa universale, vale a dire l'universale comunità dei discepoli del Signore, che si fa presente ed operante nella particolarità e diversità di persone, gruppi, tempi e luoghi. Tra queste molteplici espressioni particolari della presenza salvifica dell'unica Chiesa di Cristo, fin dall'epoca apostolica si trovano quelle che in se stesse sono Chiese, perché, pur essendo particolari, in esse si fa presente la Chiesa universale con tutti i suoi elementi essenziali. Sono perciò costituite ‘a immagine della Chiesa universale', e ciascuna di esse è ‘una porzione del Popolo di Dio affidata alle cure pastorali del Vescovo coadiuvato dal suo presbiterio'", Congregazione per la Dottrina della Fede, Communionis notio, Lettera su alcuni aspetti della Chiesa intesa come comunione, 28 maggio 1992, 7.
[4] "La Chiesa universale è perciò il Corpo delle Chiese, per cui è possibile applicare in modo analogico il concetto di comunione anche all'unione tra le Chiese particolari, ed intendere la Chiesa universale come una Comunione di Chiese", Congregazione per la Dottrina della Fede, Communionis notio, 8.


Silvia Recchi, membro della Comunità Redemptor hominis, dopo essersi laureata in Scienze Politiche, ha conseguito il dottorato, summa cum laude, in Diritto Canonico alla Pontificia Università Gregoriana, con una tesi sulla vita consacrata.
Insegna all'Università Cattolica d'Africa Centrale (Yaoundé - Camerun) con il titolo di Direttrice emerita del Dipartimento di Diritto Canonico. È consulente giuridica della Conferenza dei Superiori Maggiori del Camerun e dell'ACERAC (Associazione delle Conferenze Episcopali d'Africa Centrale). È rappresentante per l'Africa del Consorzio Internazionale "Droit Canonique et culture".
È membro della redazione della rivista "Quaderni di diritto ecclesiale" e autrice del commento ai canoni sugli Istituti di vita consacrata nel Codice di Diritto Canonico Commentato (a cura della redazione di "Quaderni di diritto ecclesiale"), Ancora, Milano 2004.
Ha pubblicato numerosi articoli in riviste specializzate di diritto canonico e di vita consacrata.


 
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Sito della Comunità missionaria Redemptor hominis. Realtà ecclesiale fondata a Roma da don Emilio Grasso alla fine degli anni '60
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